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Per il country head Italia della casa, la finanza ESG resterà un driver strutturale nonostante il recente raffreddamento politico e normativo. “Ma servono selezione e più qualità che quantità”. Largo all’IA nell’industria, meno sui mercati
In un contesto che vede la finanza ESG attraversare una fase di assestamento, tra minore allineamento politico in alcuni Paesi chiave come gli Stati Uniti e nuove priorità macroeconomiche, il dibattito si sposta dalla narrativa alla concretezza degli investimenti e dei modelli di business. È esattamente nel solco di questo cambiamento che si inserisce il punto di vista di Giancarlo Fonseca, alla guida delle attività italiane della casa di gestione Lombard Odier Investment Managers. “La sostenibilità non è ideologia ma è competitività delle imprese”, recita il mantra che il country head va ripetendo a chi gli chieda come evolverà il quadro. FocusRisparmio lo ha raggiunto per approfondire la sua view su stato della transizione, evoluzione dell’offerta da parte degli asset manager e ruolo della tecnologia nel ridefinire il rapporto industria-investitori.

Come inquadra la fase attuale della finanza sostenibile, anche alla luce del dietro front di alcuni governi e delle riflessioni che stanno emergendo all’interno dell’industria rispetto all’opportunità di proseguire lunga via tracciata sinora?
Ogni volta che abbiamo riesaminato il tema, siamo arrivati alla stessa conclusione: la transizione resta solida. I dati sugli investimenti lo dimostrano, con oltre 2mila miliardi di dollari allocati nelle rinnovabili e una crescita che continua anno dopo anno. Non si può però negare che sia finita quella fase di allineamento totale tra politica, investitori e imprese sperimentata tra il 2015 e il 2021: oggi tanto i governi quanto i consumatori e i mercati sono più focalizzati su esigenze di breve termine come l’inflazione o i tassi e soprattutto le tensioni geopolitiche. Tuttavia, il punto centrale è che il vero motore del cambiamento continua a lavorare in silenzio: le imprese. Il tessuto produttivo privato non smette infatti di investire, perché per le aziende la sostenibilità coincide con la capacità di competere attraverso innovazione ed efficienza.
Come sta evolvendo oggi la vostra offerta sul fronte della sostenibilità e in che modo si interseca con la tradizione di casa dal focus tematico che avete costruito negli anni?
Stiamo lavorando lungo tre direttrici molto precise. La prima riguarda le soluzioni target net zero, pensate soprattutto per investitori istituzionali: utilizziamo una metrica proprietaria, l’implied temperature rise index, che consente di misurare la temperatura del portafoglio e mantenerla allineata agli obiettivi di Parigi con tracking error molto contenuti rispetto agli indici di riferimento. Si tratta quindi di strumenti che replicano il mercato, ma con un profilo climatico coerente con gli obiettivi di decarbonizzazione. Per la clientela private e per i consulenti abbiamo invece rivisto sia lo storytelling sia la costruzione dei portafogli: da un lato, puntiamo sui grandi sistemi di cambiamento, individuando aziende già in fase avanzata di adozione delle soluzioni ed evitando i bias settoriali che hanno caratterizzato la prima generazione ESG; dall’altro, manteniamo strategie tematiche tradizionali con focus su transizione energetica ed economia circolare così come tematiche sociali legate a salute e benessere.
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Ha parlato di geopolitica. Cosa vi aspettate dal conflitto in Iran, alla luce degli ultimi sviluppi, e come questo dossier si sta riflettendo sia nel vostro approccio ai mercati sia nella relazione tra industria e investitori?
C’è una premessa da fare. Sul fronte geopolitico, gli investitori sembrano aver cambiato atteggiamento rispetto al passato perché tendono sempre più a scontare shock di breve durata e reagire più con coperture che con dismissioni. Ecco perché il vero indicatore di rischio per la crisi in Medio Oriente è diventato il prezzo del petrolio: se gli shock restano contenuti, verranno assorbiti senza troppe difficoltà; in caso contrario, l’ipotesi di un impatto su crescita e inflazione è quanto mai concreta e non si potrà neppure escludere uno scenario di stagflazione. È inevitabile che un quadro di questo tipo porti con sé la necessità di apportare aggiustamenti tattici ma gli obiettivi di lungo periodo sono e devono restare gli stessi. Un principio che vale sia per i singoli investitori, che vanno aiutati a disinnescare bias comportamentali come la corsa a vendere, sia per case di gestione come LOIM che fanno della selezione e della qualità i propri capisaldi.
Che ruolo gioca l’Italia nella vostra strategia e come sta evolvendo il dialogo con consulenti e investitori?
L’Italia è un mercato chiave, soprattutto per il wealth management. C’è però ancora molto risparmio fermo in liquidità, quindi il lavoro di educazione finanziaria resta centrale per accompagnare gli investitori verso un utilizzo più efficiente del capitale. Il nostro posizionamento storico sulle grandi famiglie si traduce oggi in una forte presenza nel private banking e nelle reti di consulenza, che costituiscono il canale più naturale per le soluzioni della casa. Allo stesso tempo, siamo attivi anche sul fronte istituzionale, con strategie per le quali abbiamo sviluppato competenze distintive e una leadership riconosciuta: due su tutte, il target net zero e il credito asiatico.
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Come vede l’evoluzione del rapporto tra asset manager e consulenti, anche alla luce delle novità tecnologiche? L’intelligenza artificiale, ad esempio, farà da connettore o sarà elemento di destabilizzazione?
Non vedo l’intelligenza artificiale come una minaccia per il consulente, specie nel suo rapporto con le case prodotto. La professione si fonda su fiducia, gestione dell’emotività e capacità di fare educazione finanziaria: tre dimensioni difficilmente sostituibili dalla tecnologia e che, anzi, proprio nell’attuale contesto di incertezza non possono che trovare rilancio. Gli algoritmi saranno piuttosto uno strumento per aumentare efficienza e produttività a beneficio di tutta la filiera. Il cambiamento più rilevante, se proprio va individuato, sarà piuttosto nella selettività: conterà sempre di più il valore aggiunto reale dei gestori, inteso come capacità di offrire soluzioni distintive agli advisor e non semplicemente un’ampia gamma di prodotti. In questo senso, varrà sempre di più il detto ‛less is more’: meno prodotti ma più mirati e con una chiara identità, soprattutto in materia di sostenibilità.
E per quanto riguarda l’IA come tema di investimento? La vostra lunga esperienza in questo ambito, vi porta a pensare che ci sia una bolla oppure le valutazioni hanno un fondamento?
Le grandi società tecnologiche hanno beneficiato di fondamentali estremamente solidi e di una crescita strutturale, ma oggi stanno entrando in una stagione che vede gli investimenti sull’intelligenza artificiale raggiungere livelli senza precedenti. Il problema è che stanziamenti di tale portata, oltre a un aumento significativo dei capex, comportano spesso anche il ricorso al debito. Una tendenza che cambia la narrativa rispetto al passato, quando si trattava di aziende con livelli di liquidità molto elevati e bilanci particolarmente robusti. Ecco allora che il mercato dovrà progressivamente incorporare questi nuovi elementi nei prezzi, attraverso un’analisi più attenta dei fondamentali. Più che di bolla, si tratta quindi di un processo di riequilibrio delle valutazioni legato all’evoluzione del modello di business e alla sostenibilità degli investimenti nel tempo.
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Dove individuate oggi le opportunità di mercato al di là di IA e tech?
Se si depurano le valutazioni di mercato dall’effetto legato all’intelligenza artificiale, emerge un quadro molto più articolato, con diversi settori che presentano ancora prezzi interessanti e meno affollati. Continuiamo a vedere valore nei temi legati alla transizione energetica, ad esempio, così come nel green tech e nelle energie rinnovabili. Allo stesso modo, offrono prospettive di crescita strutturale alcune aree della ricerca scientifica di frontiera: dalla robotica, incluse applicazioni più avanzate come gli umanoidi, all’healthcare e gli altri comparti legati alla prevenzione. Anche la tokenizzazione degli strumenti finanziari rappresenta un tema emergente da monitorare con attenzione. Per gli investitori questo significa ampliare lo sguardo oltre i grandi nomi del tech e costruire portafogli più diversificati, capaci di intercettare trend di lungo periodo che potrebbero tornare al centro dell’attenzione nel momento in cui il mercato inizierà a ruotare verso altre aree.
📍Per approfondire vai al Cornerstone ESG
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