Per il professore di relazioni internazionali all’Università Cattolica di Milano, la nuova amministrazione Trump cambierà l’assetto geoeconomico globale. Sui dazi la questione non è affatto chiara
Vittorio Emanuele Parsi, docente di Relazioni Internazionali e Studi Strategici all’Università Cattolica di Milano
Donald Trump non ha perso tempo. Poche ore dopo il suo insediamento alla Casa Biancaha già firmato un centinaio di decreti, che di fatto riposizionano gli Stati Uniti nello scacchiere globale. Gli USA saranno fuori dall’accordo Ocse che tassa le multinazionali (inviso alle Big Tech), fuori dal trattato di Parigi sul clima, fuori dall’Organizzazione mondiale della sanità. “L’America si chiude su sé stessa”, dice subito Vittorio Emanuele Parsi a FocusRisparmio. O meglio “più che all’isolazionismo torna al vecchio imperialismo ottocentesco, laddove il saldo di un rapporto col mondo deve essere sempre e solo positivo per l’America, costi quel che costi. È un’amministrazione che è fortemente in mano a una plutocrazia oligarchica”.
America first, dunque. Ma con una rinnovata enfasi (rispetto al primo mandato) sul protezionismo commerciale e la revisione degli accordi internazionali. “La protezione del mercato interno sarà prioritaria”, continua il professore di Relazioni Internazionali e Studi Strategici all’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano. “I dazi non sono solo una misura per riequilibrare i flussi commerciali, ma diventano anche una forma di rivendicazione di sovranità economica”. Dati alla mano (o meglio, stime alla mano) il ritorno di Trump alla presidenza potrebbe significare un ulteriore declino della globalizzazione per come la conosciamo. Le sue politiche commerciali, centrali nel primo mandato, avevano lo scopo di favorire l’economia americana a discapito di altre potenze, in particolare la Cina. Se Trump dovesse riapplicare dazi elevati e revocare o rinegoziare ulteriori accordi multilaterali, il sistema commerciale globale ne risentirebbe pesantemente. Guardando solo al rapporto UE-USA, lo scambio commerciale vale circa 1,5 trilioni di dollari ed è quindi pari al 30% dell’import-export mondiale.
Rischio frammentazione e conseguenze a cascata
“La questione non è affatto chiara”, sottolinea Parsi. “Una politica di dazi a oltranza potrebbe aumentare la frammentazione del sistema economico internazionale. Mentre gli Stati Uniti potrebbero beneficiarne a breve termine, a lungo andare potrebbero isolarsi da una crescita globale che è interconnessa. Basti pensare che l’America ha un deficit nell’esportazione di beni ma anche un surplus nell’esportazione di servizi. Se, ad esempio, oggi mi metti un dazio sul prosciutto di Parma, io domani potrò farlo su tutto ciò che producono Elon Musk e gli altri della Silicon Valley”. Per l’esperto di geopolitica, d’altronde, le due economie più integrate del mondo dal punto di vista di pacchetti proprietari azionari sono proprio quella europea e statunitense: “Non sarà così facile mettere i dazi al Vecchio Continente senza ritrovarsi poi con conseguenze a cascata sui lavoratori o sull’industria USA. E viceversa”.
Quel che è chiaro, secondo Parsi, è che il mondo per come l’abbiamo conosciuto è cambiato. “Viviamo in una stagione in cui le tre maggiori certezze, che corrispondevano ad un tipo di relazione con la Russia, un tipo di relazione con la Cina, un tipo di relazione con gli Stati Uniti, sono tramontate”. Un campanello d’allarme per tutta l’Europa. “Nel vecchio ordine liberale, che con questa amministrazione finisce, il nostro continente aveva un ruolo centrale: era il cuore della relazione transatlantica. Ora invece si ritrova in grandissima difficoltà”, continua Parsi. Ursula von der Leyen, dal World Economic Forum di Davos, se n’è già accorta: “Saremo pragmatici ma resteremo fedeli ai nostri principi”, ha detto ai presenti. I 27 devono però deve fare i compiti a casa, diventare più competitivi, rafforzare l’integrazione dei mercati dei capitali. D’altronde, come dicono gli analisti, si rischia una perdita secca del 7% del PIL.
La nuova America
Non è forse un caso, come evidenza Parsi, se tra tutti i presidenti americani, Trump all’insediamento abbia reso omaggio a William McKinley, noto per protezionismo ed espansionismo. “Tornare all’Ottocento non significa rinunciare al ruolo americano nel mondo, ma esercitarlo in chiave meramente legata agli interessi nazionali senza il problema dell’internazionalismo liberale”. Per questo, “nell’era d’oro di Trump”, l’America aspira a riconquistare il Canale di Panama (dove la Cina di Xi Jinping si è infiltrata nella gestione delle istallazioni portuali), spinge sulla Groenlandia e sul Canada ma cerca anche amici nel cono sud. “È un’America che rilegge la contemporaneità e che vuole in qualche modo ricominciare dall’estero vicino. Un’America che sarà aggressiva quando riterrà che qualcuno possa minacciare la sua sfera d’influenza ed entrare nei suoi interessi vitali. Durissima con chi la sfida ma disposta a trattare su tutto il resto”, conclude Parsi. Staremo a vedere.
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