Anche se resta strada da fare, l’evoluzione della normativa Esg restituisce un mercato dell’impatto maturo e profittevole. Per Lenfers (Vontobel), due sono le vie per esplorarlo: diversificazione e selezione. Con un’attenzione particolare all’Europa
Marco Lenfers, client portfolio manager del Global Impact Team di Vontobel
Dagli investimenti Esg all’impact investing. Ma purché sia quotato. Per Marco Lenfers, client portfolio manager del Global Impact Team di Vontobel, la nuova frontiera della finanza sostenibile passa da questo snodo. E neppure la recente ondata di riclassificazione o le polemiche negli Stati Uniti, che pure hanno un peso sul fenomeno, possono arrestare il cambiamento in vista. Tanto più che, dal 2008 a oggi, la normativa ha fatto progressi nell’ottica di rendere i dati oggettivi e armonizzati. Ecco perché con Global Environmental Change, il fondo della cassa di gestione nato proprio 15 anni fa, punta dritto al ‘doppio dividendo’. Selezione, diversificazione e un’attenzione particolare all’Europa le chiavi per raggiungerlo.
Global Environmental Change sta per festeggiare 15 anni. Com’è cambiato il settore degli investimenti sostenibili dal lancio di questo prodotto a oggi?
Nel 2008 si registrava già un certo interesse per le tematiche Esg così come c’era chi cercava di incorporarle nei processi di investimento ma i dati a disposizione erano ancora pochi e questo rendeva difficile dimostrare la bontà delle proprie strategie in chiave ambientale. Un esempio viene dalla nostra stessa esperienza. Anche se Global Environmental Change Fund è stato lanciato nel 2008, solo dal 2016 siamo in grado di misurare formalmente l’impatto positivo delle nostre posizioni: è proprio a quella data che risale infatti l’introduzione della carbon footprint, cui sarebbe seguito lo sviluppo di un indicatore per quantificare le potenziali emissioni evitate. Senza queste metriche, oggi non potremmo dire di essere allocati a 30 società con buon reporting e dati affidabili. Guardando invece al contesto regolatorio, è vero che la normativa appare ancora carente ma non si può negare che gli interventi del legislatore abbiano migliorato la situazione: basti pensare al pacchetto della Sfdr dedicato al cosiddetto deep impact. Non solo. La standardizzazione è destinata ad aumentare ulteriormente nei prossimi anni perché le aziende saranno forzate a fare maggior reporting.
Dal suo punto di vista, la regolamentazione sta quindi compiendo dei passi avanti. Eppure, la recente ondata di riclassificazioni nell’industria dei fondi o la polemica sollevata negli Stati Uniti non si possono ignorare. Non crede che proprio fattori come una normativa troppo rigida e la mancanza di standardizzazione nei dati possano rappresentare un ostacolo alla crescita del settore?
La mancanza di standardizzazione complica sicuramente le cose nella misura in cui rende difficile individuare una definizione univoca di sostenibilità ma anche ritrovare dati e strategie simili (o quantomeno comparabili) all’interno di una stessa categoria Sfdr, sia essa art. 8 o art. 9. Questo va poi a creare una barriera anche per il cliente, che si trova in difficoltà nel momento di scegliere l’approccio più adatto ai suoi obiettivi di impatto e può essere disincentivato ad affidarsi a un gestore. Ecco perché è fondamentale che le informazioni diventino sempre più disponibili e che le aziende inizino a riportare in modo standardizzato. Solo questo sforzo potrà infatti permettere al settore di compiere quel passo avanti definitivo che ancora manca: passare dall’investimento Esg, che ormai è diventato un fenomeno mainstream, all’impact investing.
Quanto alla polemica negli Stati Uniti, credo che il nodo della questione risieda nel diverso approccio richiesto a un asset manager quando si trova ad operare in un territorio così vasto e suddiviso in Stati dalle abitudini (non solo finanziarie) così diverse. Si tratta, in generale, di una logica di segmentazione e marketing che andrebbe applicata agli investimenti sostenibili in senso lato.
L’impact investing rappresenta l’approdo finale del percorso di transizione dell’industria. Ma quanto siamo distanti dal traguardo e qual è la propensione del settore ad intraprendere questo cambiamento?
Un’indagine che Vontobel ha effettuato di recente su 200 investitori istituzionali e gestori patrimoniali in tutto il mondo mostra come la maggior parte degli intervistati europei, ma anche di quelli asiatici e statunitensi, abbia incominciato a includere investimenti a impatto nei portafogli e voglia incrementare ulteriormente il proprio posizionamento nei prossimi tre anni. E poiché i wealth manager operano di riflesso alle esigenze che si vedono manifestare dai clienti, si può dedurre come anche l’interesse del segmento retail sia in ascesa. Tutte queste evidenze ci portano a pensare che l’impact investing sia alle porte di una stagione di crescita più alta rispetto alla media dell’industria.
A livello di strategia di portafoglio e asset allocation, quali sono le soluzioni migliori per cavalcare il trend? Come Vontobel si sta muovendo in questo senso?
L’impact investing nasce con iniziative di microfinanza sui mercati privati. Le sfide che attendono il nostro mondo, in primis quelle riassunte dagli Sdgs dell’Onu, non possono però essere affrontante continuando a operare esclusivamente entro questi confini. Bisogna continuare a utilizzare il venture capital per finanziare e portare alla luce idee che altrimenti rimarrebbero inattuate ma è solo lavorando nell’universo quotato che si può dare scalabilità a quelle idee. E, da questo punto di vista, il reddito fisso ha importanza tanto quanto l’equity: dai green bond ai social bond, passando per qualsiasi strumento permetta di soddisfare le necessità di finanziamento delle imprese con capacità di crescita e di impatto positivo. In termini di asset allocation, dunque, la chiave risiede nel creare un portafoglio che includa azioni, obbligazioni, strumenti di mercato privati come microcredito e real estate.
Altro discorso è rappresentato invece dai sotto-temi. Le anomalie metereologiche che in maniera sempre più frequente colpiscono molti Paesi mantengono alto il focus degli investitori sull’ambiente e spingono i gestori a impegnarsi nella lotta al climate change o nel contenimento delle emissioni. Contemporaneamente, però, altre esigenze iniziano a manifestarsi. E aggiungono nuove sfide all’industria. L’interesse per tematiche legate alla sostenibilità sociale come l’inclusione o la parità di genere si scontra, ad esempio, con la mancanza di una sufficiente standardizzazione dei dati. Allo stesso modo, l’accresciuta sensibilità alla biodiversità cozza con la difficoltà di individuare società, tanto nei mercati privati quanto in borsa, che abbiano soluzioni per preservare gli ecosistemi o quantomeno non li danneggiano con i loro modelli di business.
Come Vontobel abbiamo iniziato nel 2008 con una strategia legata all’ambiente. Dieci anni dopo, nel 2018, abbiamo compiuto un ulteriore passo in avanti grazie all’introduzione del primo set completo di indicatori di impatto pubblicato con cadenza annuale. Al 2019 risale invece la nostra prima strategia che guarda anche a fattori sociali mentre l’ultima iniziativa è il quinto report rilasciato a inizio ottobre.
Come effettuare una selezione in un contesto così ampio e variegato come quello della sostenibilità?
Siamo costantemente alla ricerca di quello che chiamiamo ‘doppio dividendo’, cioè di un investimento in azioni globali che abbini benefici ambientali e sociali al ritorno finanziario. Questo perché siamo gestori attivi e ci poniamo come obiettivo quello di generare alpha. Il nostro è un processo di selezione bottom-up che si focalizza su aziende in possesso di soluzioni sostenibili innovative ed esclusive ma anche scalabili e profittevoli una volta entrate a regime. Grazie a modelli interni elaboriamo quindi previsioni a cinque anni per valutare fattori come la generazione di flussi di cassa, il potenziale di crescita dei margini, la possibilità di upside.
Com’è costruito Il fondo Global Environmental Change?
Abbiamo identificato sei aree che rappresentano i settori più scalabili ma anche quelli dove ci sono le soluzioni più innovative e sfidanti: infrastrutture energetiche pulite, tecnologia edilizia, trasporti a basse emissioni, efficientamento energetico, acqua pulita e lifecycle management. Le società devono fornire processi o prodotti che risultino coerenti con una di queste categorie per entrare nel nostro radar. A livello di portafoglio, abbiamo un target di 50-70 azioni mentre l’asset allocation ci vede sottopesati sugli Usa con un 50% di esposizione contro il 70% dell’indice Msci. Possediamo anche una leggera quota di Cina, di Sud Corea e di titoli taiwanesi ma è l’Europa l’area in cui siamo sovrappesati. Questo perché riteniamo che nel Vecchio Continente ci siamo dei provider interessanti.
E sul lato player quali saranno i mercati più importanti in futuro?
L’Asia sta crescendo molto a livello geografico ma quello che vediamo con più chiarezza è un generalizzato interesse da parte di wealth manager e investitori istituzionali come i fondi sovrani e i grandi fondi pensione, che stanno sempre di più sviluppando strategie legate al contrasto del climate change per i loro portafogli. Cio non toglie che l’Europa rimanga il mercato più grande e che gli Stati Uniti restino un Paese estremamente ampio e ricco di opportunità, anche e soprattutto in chiave prospettica: proprio per questo, un mese fa abbiamo lanciato un fondo comune americano a testimonianza delle aspettative per la crescita.
Come le prospettive macro possono influenzare gli investimenti a impatto?
In un recente sondaggio sulle strategie di investimento Esg abbiamo chiesto a investitori istituzionali e wealth manager se un aumento dei tassi nel breve termine li avrebbe portati a cambiare i loro piani e la risposta è stata un chiaro no. Siamo d’accordo con questa affermazione: in generale, un’ulteriore stretta monetaria è una notizia negativa, specie per chi come noi conduce una strategia azionaria globale di tipo long only. Il maggior pericolo, in particolare, è che tassi più alti limitino la crescita futura ma non vediamo particolari riflessi sulla gran parte delle compagnie. Anche il rincaro del petrolio in scia alle tensioni in Medioriente può essere letto paradossalmente come una buona notizia perché rende le compagnie impegnate nel contrasto al cambiamento climatico più competitive rispetto a quello legate agli idrocarburi.
La leadership delle mega-cap aumenta il rischio di concentrazione, mentre l’AI porta con sé segnali di euforia. Secondo gli esperti di Oddo BHF, per intercettare i cambi di leadership servono però modelli capaci di privilegiare i trend strutturali e adattarsi ai regimi di mercato
Per il portfolio manager di Janus Henderson Investors, l’asset class va letta come un universo di società globali, resilienti e spesso ancora sottovalutate rispetto ai competitor. Nel portafoglio entrano finanziari, risorse scarse, AI applicata e una domanda politica cruciale: come l’Europa può tornare a finanziare innovazione e crescita
Il gestore della casa invita alla prudenza sulla parte lunga dei Treasury, dove i rendimenti possono salire ancora di circa 50 punti base. Ma vede avvicinarsi il momento per iniziare ad estendere la duration in Europa. ABS ed emergenti le novità nel credito, con la selezione a fare da spartiacque. E attenzione al boomerang AI
L’asset class sfiora i 300 miliardi di euro e si prepara a un ulteriore ampliamento trainato da USA, energia, e AI. Per il global head of Fixed Income della casa, la compressione dei differenziali rende però decisivi il confronto tra strutture, il posizionamento sulle call e l’analisi bottom-up degli emittenti
Secondo il gestore obbligazionario Anthony Kettle, la dispersione delle valutazioni apre spazi nel credito corporate. Mentre sul fronte sovrano il focus si sposta sull’America Latina. Ma per proteggersi dagli shock, meglio guardare all’azionario
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