Secondo Chiara Calì, head of group funds selection & portfolio management di UniCredit, la scelta dei comparti sta evolvendo verso un approccio sempre più qualitativo e orientato alla sostenibilità dei processi di investimento. Ma, in un’era di incertezza, i perni per l’industria italiana restano education e tocco umano
Chiara Calì, head of Group Funds & Portfolio Management di UniCredit
La fund selection non guarda più soltanto alle performance passate. In un mercato nel quale la volatilità geopolitica si somma a compressione dei margini e crescente dispersione tra gestori, l’industria del risparmio gestito sta ridefinendo le proprie priorità strategiche. E tra le attività che più sono esposte al cambiamento c’è anche la fund selection. Lo sa bene Chiara Calì, che da poco si occupa di guidare questa funzione e la gestione dei portafogli per uno dei grandi player della finanza italiana: UniCredit. Dall’osservatorio che una realtà di tale dimensione e importanza le offre, la manager ha individuato tre direttrici di quella che sarà la nuova traiettoria della selezione fondi: qualità dei processi, solidità organizzativa e capacità di generare risultati sostenibili nel tempo. Un paradigma che promette di coinvolgere anche l’utilizzo dell’intelligenza artificiale e il crescente peso dei private market nei portafogli degli investitori. FocusRisparmio l’ha raggiunta per approfondire questa view.
Come sta cambiando la fund selection in un contesto segnato da volatilità geopolitica, compressione dei margini e crescente dispersione tra gestori?
La pressione sui margini e la crescita delle strategie passive si sovrappongo a trend come lo sviluppo dei private markets, modificando inevitabilmente il modo stesso in cui si svolge la nostra attività. E il risultato è che, se in passato la selezione era molto più focalizzata sul track record e sul posizionamento rispetto al benchmark o ai peer, oggi questo approccio non basta più. Occorre quindi capire come vengono generati i risultati, la replicabilità del processo di investimento e quanto sia robusta l’organizzazione che c’è dietro il gestore. Ecco perché, pur continuando a fare della componente quantitativa il perno della nostra metodologia, noi stessi abbiamo integrato sempre di più aspetti qualitativi che oggi riteniamo indispensabili per valutare realmente la sostenibilità e la capacità di generare valore di una strategia nel tempo. Analizziamo quindi elementi come la qualità della ricerca interna, l’utilizzo di provider esterni, i processi di risk management, l’infrastruttura tecnologica e anche il modo in cui viene eventualmente integrata l’intelligenza artificiale. Un altro fattore che monitoriamo con molta attenzione è la stabilità del team di gestione: vogliamo capire se i risultati siano frutto di un processo collegiale e strutturato oppure se dipendano esclusivamente da un singolo gestore ‛star’. Dal punto di vista quantitativo, inoltre, non guardiamo soltanto agli indicatori di performance, ma integriamo l’analisi con indicatori di risk-reward e valutiamo la coerenza tra strategia dichiarata e implementazione concreta del portafoglio.
In questo scenario quale ruolo sta assumendo l’intelligenza artificiale?
Stiamo integrando diverse applicazioni di AI all’interno dei nostri processi per velocizzare molte attività operative e dedicare più tempo all’analisi vera e propria. Ad esempio, ci avvaliamo di linguaggi di programmazione che ci aiutano ad analizzare rapidamente universi molto ampi di fondi o di dati, oppure a costruire KPI e sistemi di alert con cui individuare situazioni di sottoperformance o elementi che richiedono monitoraggio. Utilizziamo modelli AI nella gestione della documentazione: lettura di RFP, sintesi di report molto lunghi, produzione di materiali di reporting o marketing. Ma a fare da sfondo c’è sempre una regola chiara: si tratta di strumenti a supporto e non sostituti dell’attività umana, soprattutto perché la fund selection richiede anche valutazioni qualitative che non possono essere automatizzate completamente. Altra questione è l’utilizzo dell’intelligenza artificiale da parte degli asset manager: in fase di due diligence valutiamo attentamente la sua integrazione nei processi di investimento. In questo caso, proviamo a distinguere tra impiego reale e semplice marketing, cercando di capire quali dati vengano utilizzati, se e come siano stati testati e se portino un contributo concreto all’asset allocation.
Quindi l’utilizzo dell’AI può rappresentare un valore aggiunto, ma solo a determinate condizioni?
Esattamente. Consideriamo positivo l’utilizzo dell’intelligenza artificiale quando è integrata in modo coerente e specifico all’interno del processo di investimento. Al contrario, siamo più cauti nei confronti di approcci che puntano a sostituire integralmente il giudizio umano o che si basano esclusivamente su segnali generati dai modelli, se non adeguatamente testati e con un track record reale. Abbiamo visto strategie totalmente guidate dagli algoritmi che nei backtest producevano risultati molto promettenti, ma poi non hanno mantenuto le aspettative alla prova della gestione reale. Ecco perchè riteniamo fondamentale che questa tecnologia venga utilizzata come strumento complementare e non come unica fonte decisionale se non corroborata da risultati storicamente comprovati.
Passando al mercato degli alternativi, quali sono oggi le prospettive di private equity e private debt? Come approcciarli nell’attività di fund selection?
I private markets rappresentano un’opportunità strategica che il settore non può permettersi di ignorare. Offrono benefici importanti in termini di diversificazione e ampliamento dell’universo investibile, soprattutto in una fase storica che vede i portafogli tradizionali spesso molto concentrati sulle stesse asset class o addirittura sugli stessi titoli. L’esperienza del 2022 ha dimostrato come le correlazioni tra azionario e obbligazionario possano venire meno in presenza di certe condizioni ed è proprio in questi casi che diviene importante introdurre componenti alternative capaci di generare fonti di rendimento differenti. Come UniCredit abbiamo scelto di focalizzarci in particolare sui prodotti evergreen, perché ci consentono di costruire un’offerta continuativa e più facilmente accessibile. La selezione però richiede criteri molto rigorosi: privilegiamo esclusivamente soluzioni gestite da operatori di primaria qualità, con un track record consolidato e una comprovata capacità di gestione della liquidità, di origination costante di opportunità di investimento e di elevata selettività nella costruzione del portafoglio.
In Italia il mercato resta ancora relativamente piccolo. Quali sono i principali ostacoli alla crescita?
I private markets continuano a rappresentare una quota piuttosto limitata dei portafogli retail italiani: mediamente siamo intorno all’1%, anche se nel segmento wealth il peso è leggermente superiore. Secondo noi, l’education resta il principale nodo da sciogliere per favorire l’incremento dell’allocazione nei portafogli dei clienti. È fondamentale supportare le reti distributive e spiegare ai clienti i meccanismi di funzionamento di questi strumenti: le loro caratteristiche e soprattutto in che modo viene generato il valore. Nei private markets, il processo di generazione di valore è completamente diverso rispetto ai mercati quotati. Il private equity, ad esempio, si è evoluto nel tempo, spostando progressivamente l’attenzione dalla leva finanziaria e dall’espansione dei multipli alla creazione di valore operativo. Questo richiede competenze specialistiche da parte dei gestori e una piena consapevolezza da parte degli investitori. Inoltre, soprattutto nel caso di strumenti evergreen, è fondamentale chiarire in modo puntuale i profili di liquidità e le finestre di uscita, al fine di favorire una corretta comprensione dell’orizzonte temporale necessario per la creazione di valore e una gestione consapevole delle aspettative, anche in termini di liquidabilità dello strumento, da parte dei clienti.
Quindi la priorità è l’educazione finanziaria più che una limitazione dell’accesso?
Sì, riteniamo che il tema centrale sia soprattutto l’education. Limitare l’accesso a queste soluzioni soltanto alla clientela professionale o ultra-wealth non sarebbe necessariamente la scelta giusta, anche perché l’evoluzione normativa degli ELTIF va proprio nella direzione di ampliare la platea fino a comprendere anche il segmento retail. La possibilità di accedere a opportunità di investimento in aziende non quotate è fondamentale per aumentare la diversificazione dei portafogli. Per questo motivo, noi abbiamo iniziato a distribuire gli ELTIF 2.0 anche a una fascia di clientela più ampia oltre al segmento wealth, ovviamente con grande attenzione alla profilazione, così come ai limiti di concentrazione e al corretto posizionamento rispetto al loro orizzonte temporale di investimento. La vera sfida è accompagnare risparmiatori e reti distributive nella comprensione degli strumenti, evitando fenomeni di misselling e costruendo aspettative coerenti con la natura illiquida dell’investimento sottostante. Solo così i private markets potranno diventare una componente strutturale dei portafogli anche in Italia.
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