Pellegrini (Mefop): “La previdenza complementare è essenziale per avere un tasso di sostituzione complessivo adeguato tra I° e II° pilastro”. Da sola però non basta…
Paolo Pellegrini, vicedirettore Area Normativa ed Istituzionale del Mefop
È notizia di pochi giorni fa: in Italia il numero di assegni pensionistici pagati dallo Stato ha superato quello degli occupati presenti nel Paese.
Lo ha confermato nei numeri l’Ufficio studi della Cgia di Mestre: “In virtù degli ultimi dati disponibili, se nello scorso mese di maggio coloro che avevano un impiego lavorativo sono scesi a 22,77 milioni di unità, gli assegni pensionistici erogati sono superiori. Al 1° gennaio 2019, infatti, la totalità delle pensioni erogate in Italia ammontava a 22,78 milioni. Se teniamo conto del normale flusso in uscita dal mercato del lavoro da parte di chi ha raggiunto il limite di età e dell’impulso dato dall’introduzione di Quota 100, successivamente al 1° gennaio dell’anno scorso il numero complessivo delle pensioni è aumentato almeno di 220 mila unità. Pertanto, possiamo affermare con una elevata dose di sicurezza che gli assegni stanziati alle persone in quiescenza sono attualmente superiori al numero di occupati presenti nel Paese”.
Che conseguenze ha questo dato sulla vita dei futuri pensionati? Ne abbiamo discusso con Paolo Pellegrini, vicedirettore Area Normativa ed Istituzionale del Mefop, l’agenzia ministeriale dedicata allo sviluppo del mercato dei fondi pensione.
Quali sono gli effetti più immediati di questo “sorpasso”?
Il sorpasso ha un innegabile effetto sul primo pilastro che, come noto, è finanziato con il meccanismo della ripartizione. In un sistema a ripartizione, ancorché le pensioni siano calcolate con il metodo contributivo, i contributi incassati sono utilizzati per pagare le prestazioni in essere. Uno squilibrio tra lavoratori attivi e pensionati mette i conti dell’Inps sotto stress, rischiando di drenare ulteriori risorse pubbliche a carico della fiscalità generale. Forse anche qualche misura recente che ha agevolato l’uscita pensionistica anticipata potrebbe essere ripensata. Ad ogni modo, il Presidente Inps ha rassicurato tutti pubblicamente circa la sostenibilità del sistema per i prossimi anni. Inoltre, è verosimile che, nonostante tutte le difficoltà del momento che stiamo attraversando, ci sarà un ritorno progressivo a un numero di “buste paga” adeguato. Va però aggiunto che la contrazione dell’economia comporterà comunque degli effetti negativi sulle future pensioni. Il montante delle pensioni contributive, infatti, si rivaluta in base alla media quinquennale del PIL e dunque il dato negativo del 2020 comporterà diversi anni di mancata o ridotta rivalutazione. Questo aspetto è stato correttamente messo a fuoco di recente (cfr. S.Pashaj, Recessione, stagnazione, ripresa: quanto scenderanno le pensioni a causa del Covid) e riporta all’attenzione dei policy makers e dei cittadini il tema dell’adeguatezza delle pensioni. In questo quadro, risulta centrale lo sviluppo della previdenza complementare.
Come può il sistema rendersi sostenibile?
Il sistema a ripartizione è sostenibile se c’è equilibrio tra entrate e uscite. Quindi l’unico modo per renderlo sostenibile è avere un numero di lavoratori attivi sufficiente per sostenete il costo delle pensioni. Noi veniamo da anni dove c’erano 4 attivi per 1 pensionato. Le altre leve per aumentare le entrate e ridurre le uscite sono l’incremento dei contributi di previdenza obbligatoria (ma sono già elevati), la riduzione delle prestazioni (ma è una soluzione difficile da percorrere) oppure aumentare l’età per l’accesso alla pensione, che comporterebbe un maggior numero di anni di versamento e un minor numero di anni di erogazione delle prestazioni (strada complicata e forse adesso politicamente non percorribile). È quindi cruciale una ripresa dell’occupazione oltre che lo stimolo alla demografia nei prossimi anni.
Va comunque ricordato che il sistema è sostenibile se è anche credibile ed offre prestazioni adeguate. In caso contrario, ci sarà una forte pressione per la revisione dei criteri di calcolo delle prestazioni, cosa che rischierebbe di comprometterne la stabilità. Torna dunque di nuovo il tema della previdenza complementare che, unitamente alla pensione obbligatoria di I° pilastro, consentirà, se adeguatamente diffusa tra tutti i cittadini, di avere un tasso di sostituzione complessivo accettabile.
Cosa può fare lo Stato? E un giovane lavoratore (pensionato di domani) cosa può fare? Quali strumenti nel suo arsenale?
Lo Stato può sicuramente operare per realizzare le condizioni per lo sviluppo del Paese. Questo comporta la creazione di posti di lavoro adeguatamente remunerati e capaci di sostenere i costi delle pensioni. Inoltre, è fondamentale lavorare per una sana crescita demografica, progettando e attuando politiche di sostegno alla genitorialità. Il giovane lavoratore, invece, può già oggi iniziare ad accumulare risparmio previdenziale complementare, diversificando il rischio (il I° pilastro, a ripartizione, è soggetto a rischio economico-demografico, e soprattutto politico, mentre il II° pilastro, a capitalizzazione individuale, presenta il rischio finanziario ma meno quello economico-demografico), beneficiando dei notevoli vantaggi contributivi e fiscali dei fondi pensione, che hanno costi contenuti e livelli di trasparenza e vigilanza che non hanno pari in Europa. Va ricordato però che la previdenza complementare da sola non basta, ma è comunque essenziale per avere un tasso di sostituzione complessivo adeguato, tra I° e II° pilastro.
Quanto è percorribile l’idea di un fondo pensione pubblico di previdenza integrativa avanzata qualche anno fa dall’attuale presidente INPS?
L’idea di un fondo pensione complementare gestito dall’Inps è emersa a più riprese, anche di recente (cfr.). A mio avviso non è un’idea vincente e presenta diversi problemi. In primo luogo, non è chiaro se si tratti di uno schema a ripartizione o a capitalizzazione. Se fosse uno schema a ripartizione, finirebbe per aumentare il rischio economico-demografico a carico del cittadino e aumenterebbe il debito pubblico. Se fosse a capitalizzazione, invece, porrebbe seri problemi di governance circa le scelte gestionali, in quanto gli investimenti finirebbero inevitabilmente per rispondere alla volontà politica anziché tutelare l’interesse degli aderenti. Peraltro, dei fondi gestiti dall’Inps esistono già: uno è Fondinps, il fondo pensione residuale dove è confluito il Tfr dei silenti che non avevano un fondo di categoria, che è stato soppresso dalla legge di bilancio per il 2018 per l’impossibilità di conseguire una gestione efficiente (cfr. Relazioni Covip degli ultimi anni); l’altro è il fondo di Tesoreria che, pur non essendo un fondo pensione, ha raccolto dal 2007 il Tfr lasciato presso il datore di lavoro in aziende con almeno 50 addetti. Si stima che dal 2007 ad oggi, abbia incassato circa 74 miliardi di euro, 5,9 miliardi nel 2019 (fonte Relazione Covip per il 2019, pag. 36).
Quali potrebbero esser gli ambiti di collaborazione fra INPS e i fondi pensione?
L’Inps a mio avviso potrebbe giocare un ruolo importantissimo in sinergia con i fondi pensione, sia sul versante della pianificazione previdenziale (sarebbe utile, ad esempio, che la busta arancione italiana, “La mia pensione”, desse anche indicazioni circa l’esistenza dei fondi pensione, magari aggiungendo informazioni pratiche per individuare il proprio fondo di riferimento, i vantaggi contributivi e fiscali e l’effetto sul tasso di sostituzione complessivo), sia su quello della raccolta della contribuzione verso i fondi pensione e della lotta alle omissioni contributive.
E le azioni per metterli ‘a terra’?
Vi sono alcuni aspetti pratici sui quali semplici orientamenti interpretativi Inps potrebbero meglio rispondere alle esigenze dei futuri pensionati. Eccone alcuni:
-Il Tfr pregresso, confluito nel fondo di Tesoreria dal 2007 ad oggi, potrebbe essere reso accessibile per il versamento, su base volontaria, ai fondi pensione, entrando nel circolo virtuoso dell’accumulo finalizzato all’integrazione pensionistica, anziché una semplice prestazione in capitale, con notevole risparmio fiscale per il cittadino (cfr. sul tema il commento del Prof. Pasquale Sandulli sul Messaggio Inps 413/2020, disponibile a questo link);
-Si potrebbe chiarire che, oltre al Tfr che ne è espressamente escluso, anche le prestazioni dei fondi pensione sono da escludere dai redditi da considerare ai fini dell’assegno per il nucleo familiare;
-Per i lavoratori autonomi e parasubordinati, il cui committente versi contributi ai fondi pensione, andrebbe ammesso che si debba applicare, ex art. 16 del D.Lgs. 252/05, il solo contributo di solidarietà;
-Si potrebbe precisare che, analogamente agli altri benefit, anche il versamento del premio di risultato al fondo pensione sia esente da contribuzione di base;
-Si potrebbe escludere, in quanto privo di implicazioni pratiche, l’obbligo di segnalazione della Rita e della rendita corrispondente a quanto accumulato dal 1° gennaio 2007 (cd. M3) al casellario dei pensionati;
-Si potrebbe precisare che anche la Rita è esclusa dell’Isee.
Da ultimo, de iure condendo e per valorizzare ulteriormente questo approccio integrato alla previdenza, nell’interesse dei cittadini, sarebbe utile valorizzare, anche ai fini dell’anticipo della pensione, l’accumulo nel fondo pensione. Così, nell’ottica di conferire maggiore flessibilità in fase di uscita, potrebbe essere premiato quel cittadino che possa vantare una rendita adeguata sommando il primo ed il secondo pilastro. Il legislatore degli anni ’90 è stato molto lungimirante. Va adesso attualizzato quel disegno e completato nei suoi aspetti più operativi, individuando nuove forme di cooperazione tra primo e secondo pilastro, nel rispetto del ruolo e delle caratteristiche di ciascuno.
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