CREATE-Research e Amundi: vista l’elevata volatilità, per il 58% l’obiettivo è mitigare il rischio. Preferiti gli asset dei Paesi sviluppati. I gestori diventano partner strategici e la selezione si fa più rigorosa
Tra tensioni geopolitiche e volatilità elevata, i piani pensionistici di tutto il mondo hanno cambiato approccio. Complice infatti il diffuso disallineamento nelle valutazioni degli attivi, la dynamic asset allocation (DAA), che prevede l’adeguamento periodico del mix di portafoglio, è diventata predominante. Lo certifica il nuovo report di CREATE-Research e Amundi, secondo cui questa strategia sta progressivamente guadagnando terreno rispetto alla strategic asset allocation (SAA), basata invece su pesi fissi per le diverse classi di attività su orizzonti temporali più lunghi. E sta anche ridefinendo ruolo e criteri di selezione degli asset manager esterni.
Monica Defend, head of the Amundi Investment Institute
Secondo l’indagine, che ha coinvolto 158 piani pensionistici a livello globale per un totale di 2.900 miliardi di euro in gestione, la DAA è considerata una risposta pragmatica ai mutamenti dei regimi macrofinanziari e alle nuove condizioni di mercato. “I fondi pensione sono entrati in un nuovo regime di disordine controllato. E i portafogli sono potenzialmente esposti sia a opportunità che a rischi, in un contesto in cui le innovazioni che migliorano la produttività stanno creando vincitori e vinti”, spiega Monica Defend, head of Amundi Investment Institute. Tra i principali fattori che favoriscono l’adozione di questo approccio, spiccano le perturbazioni causate dalle recenti politiche statunitensi (83%), i timori che l’aumento delle tensioni commerciali possa riaccendere l’inflazione (62%) e le preoccupazioni che l’incremento del debito pubblico possa far salire i tassi di interesse e penalizzare la crescita (56%).
Due approcci complementari
Guardando al futuro, l’84% dei fondi ritiene che le prospettive di mercato rafforzeranno il ruolo di questa strategia e il 75% prevede di implementarla nei prossimi tre anni. Tuttavia la scelta non sarà esclusiva tra asset allocation dinamica e strategica, poiché i due approcci sono complementari, almeno per il momento. Come osserva un partecipante al sondaggio, infatti, “il ruolo della DAA è fornire equilibrio al portafoglio in regimi di elevata volatilità, non quello di sostituire la SAA”.
Il 73% dichiara di adottare la DAA in misura variabile per perseguire i propri obiettivi di investimento. E oltre la metà (63%) ritiene che la strategia abbia soddisfatto le attese, contro il 37% convinto del contrario. Quanto alle aspettative, queste sono più orientate alla protezione dal ribasso che alla ricerca di un aumento delle performance. Il 58% indica infatti la minimizzazione del rischio come obiettivo principale. “Poiché i prezzi di mercato sono disallineati rispetto al fair value, la nostra priorità è la protezione dal ribasso, seguita dall’aumento dei rendimenti”, sintetizza uno dei partecipanti all’indagine. Tra gli obiettivi legati all’incremento emergono invece il miglioramento dei rendimenti corretti per il rischio (39%), la massimizzazione della performance (34%) e il profitto derivante da errori temporanei di valutazione dei prezzi (30%). Gli aggiustamenti dell’asset allocation sono inoltre fondamentali per mitigare i rischi inflazionistici.
Preferiti i mercati sviluppati
I fondi pensione intendono poi implementare la DAA adottando una pluralità di stili. Nella parte core del portafoglio, gli approcci più diffusi sono l’investimento basato sui fattori di rischio (58%) e i fondi passivi (53%). Nel segmento satellite, oltre la metà (57%) indica l’uso di coperture tramite derivati come elemento chiave. Il motivo di tali scelte è soprattutto la riduzione dei costi, insieme alla possibilità di cogliere esposizioni opportunistiche. Quanto alle asset class, oltre uno su due (52%) considera le azioni dei mercati sviluppati le più adatte a una strategia dinamica, seguite da strumenti passivi azionari di quest’area (42%), dalle obbligazioni dei mercati emergenti (39%) e dalle azioni dei Paesi in via di sviluppo (37%). All’interno dei mercati sviluppati, gli strumenti meno noti delle piazze europee e giapponesi risultano probabilmente preferiti per valutazioni più contenute, maggiore liquidità e minore volatilità. Al contrario, gli asset degli Emergenti appaiono meno richiesti, in parte per i dubbi sulla sostenibilità dei recenti rally.
L’interesse al di fuori delle tradizionali classi azionarie e obbligazionarie rimane invece limitato: meno di uno su quattro (24%) mostra infatti di favorire gli asset privati. Tuttavia il dato non stupisce, dato che i private market sono tipicamente investimenti buy-and-hold a lungo termine e poco compatibili con la natura adattiva della DAA. “L’allocazione strategica degli asset è sempre più esposta alle oscillazioni che caratterizzano i piani pensionistici”, sottolinea Amin Rajan, project leader di CREATE-Research, secondo cui non deve appunto sorprendere “che le asset class a più alto rischio o con orizzonti temporali più lunghi siano considerate meno favorevoli.”
Selezione più rigorosa per gli asset manager esterni
Infine, man mano che adottano strategie DAA, i fondi pensione si mostrano più esigenti nella selezione di asset manager esterni. L’investimento dinamico introduce infatti un ulteriore livello di rischio in portafoglio, in un contesto in cui molti gestori attivi faticano a sovraperformare i benchmark. Di conseguenza, gli asset manager stanno diventando veri partner strategici, più che semplici fornitori. E i requisiti di selezione si stanno facendo più stringenti e riguardano tre aree principali. La prima è la centralità del cliente: una profonda comprensione del profilo delle passività e della tolleranza al rischio dei fondi pensione è prioritaria per il 58% degli intervistati. La seconda area riguarda la governance e il modo in cui i gestori operano nell’interesse del cliente: è fondamentale disporre di un pool di esperti in investimenti dinamici (55%). L’ultimo ambito concerne invece le competenze in materia di investimenti: l’accesso a modelli avanzati e a tecnologie che forniscono vantaggi informativi è essenziale (54%), così come la collaborazione stretta tra team delle diverse asset class per sviluppare strategie dinamiche (52%).
Vincent Mortier, group CIO di Amundi
“Gli asset manager devono assecondare il ruolo fondamentale che sono chiamati a svolgere: non possono adagiarsi sugli allori, considerandosi fornitori distaccati né fare affidamento esclusivo sui successi ottenuti in passato”, conclude Vincent Mortier, group chief investment officer di Amundi.
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