Secondo BofA, in una settimana i titoli USA hanno perso quasi 17 miliardi di dollari. Gli investitori preoccupati dall’imprevedibilità del presidente degli Stati Uniti si sono riversati su Europa e sul Giappone
Mentre l’Unione Europea stava ancora decidendo che linea adottare di fronte alle pretese di Donald Trump sulla Groenlandia e alla minaccia di nuovi dazi, i mercati avevano già risposto in modo forte e chiaro, oltre che compatto: ‘sell America’. Per capirlo basta guardare i movimenti azionari della settimana terminata mercoledì 21 gennaio, quando a Davos il presidente USA ha fatto poi retromarcia. In appena sette giorni, infatti, i titoli a stelle e strisce hanno subito deflussi record per quasi 17 miliardi di dollari. A fare i calcoli sulla fuga innescata dalla sempre più imprevedibile aggressività della Casa Bianca è stata Bank of America, secondo cui gli investitori si sono riversati sul Vecchio Continente e sul Giappone.
Il bilancio, basato sui numeri di EPFR Global, fa il paio con il contestuale aumento dei redimenti dei Treasury e con l’ulteriore indebolimento del dollaro. E mostra come il ‘Sell America trade’ sia pronto a riaccendersi nel caso in cui l’incertezza torni ad aumentare e l’affidabilità USA crolli. Prova ne è anche il fatto che dopo il passo indietro di Trump su Groenlandia e dazi, le azioni statunitensi hanno recuperato gran parte delle perdite. Della fuga dagli Stati Uniti hanno invece beneficiato soprattutto Europa e Giappone. Sempre secondo BofA, le azioni del Vecchio Continente hanno registrato la sesta settimana consecutiva di afflussi, mentre quelle giapponesi hanno messo a segno i maggiori incrementi settimanali da ottobre, pari a 2,2 miliardi di dollari. Anche i fondi azionari globali dei mercati emergenti hanno registrato la quarta settimana consecutiva con il segno più, mentre sono da segnalare i deflussi record dalle azioni cinesi per 49,2 miliardi di dollari. Secondo gli analisti della banca USA, si tratta però di un movimento legato alle vendite del cosiddetto ‘team nazionale’ di investitori domestici sostenuti dallo Stato. Nelle ultime settimane, infatti, le autorità di regolamentazione di Pechino hanno adottato misure per rallentare il ritmo del mercato.
Mercati destabilizzati
Mark Dowding, chief investment officer di Rbc BlueBay AM
“Nel mercato valutario, gli eventi della settimana hanno riacceso il dibattito su un’operazione di ‘sell the US’, che ricalca quanto osservato lo scorso aprile”, commenta Mark Dowding, fixed income cio di RBC BlueBay AM, facendo notare come l’allentamento delle tensioni abbia permesso al dollaro di recuperare. “In definitiva, dubitiamo che molti investitori europei siano inclini, o in grado, di vendere le loro attività statunitensi in un momento in cui l’economia americana rimane molto più dinamica di quella del Vecchio Continente”, afferma. Per l’esperto, se non fosse stato per le recenti azioni di Trump, il biglietto verde sarebbe più forte rispetto all’euro di quanto non lo sia attualmente. Detto questo, precisa, “sembrerebbe avventato sostenere il dollaro, sperando in un suo rialzo con una reale convinzione a questo punto, nella speranza che il presidente degli Stati Uniti riesca a resistere alla tentazione di lanciare bombe a effetto che minano la fiducia nella valuta USA”. Più in generale, secondo Dowding la verità sembra essere un’altra: l’attesa era che sarebbe stato raggiunto un compromesso prima di arrivare a tanto. In questo contesto, conclude, “non è che i mercati vedano per forza Trump sempre secondo lo schema ‘spara alto e poi si tira indietro’: piuttosto sono ormai desensibilizzati al modo in cui il Commander-in-chief ritiene di poter mettere in pratica l’arte dell’accordo, utilizzando i tweet sui dazi come leva negoziale anziché come azione politica definitiva”.
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