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“Siamo neutrali sulla Cina”, dice il fund manager. Ma un diverso atteggiamento di Pechino verso alcuni settori del mercato azionario potrebbe cambiare le carte in tavola
La progressiva riapertura delle economie e l’impennata dei prezzi delle materie prime inducono molti gestori a volgere lo sguardo verso i mercati emergenti.
“E’ un’asset-class molte eterogenea con cicli economici quasi mai sincronizzati fra loro e rischi di diversa natura da valutare per ciascun paese”, spiega Davide Barattini, Responsabile Emerging markets equity di Anima Sgr, in una conversazione con FocusRisparmio.
“Dopo il picco relativo di febbraio e marzo i mercati azionari dell’area emergente hanno sottoperformato”, analizza il fund manager.
Quali sono le cause a vostro avviso?
Ritengo ci siano due motivi alla base di questi movimenti. Il primo è il differenziale di crescita fra mercati emergenti e sviluppati, ancora a favore dei primi, ma in riduzione. Il secondo è legato alle risposte che sono state date alla crisi. Nei paesi occidentali il supporto delle politiche fiscali è stato quattro volte superiore rispetto a quello nei paesi emergenti, dove non si è visto un simile impegno. Inoltre, alcuni paesi scontano importanti ritardi nel contenimento epidemiologico e nei piani vaccinali.
E da qui in avanti?
Credo che per le prospettive future sia importante valutare il cambio delle politiche monetarie delle banche centrali dei paesi emergenti, molte delle quali hanno da tempo chiuso il proprio ciclo di easing monetario per abbracciare un atteggiamento neutrale o di leggero tightening. La stretta sul credito della People Bank of China (Pboc) ne è un esempio. E poi l’andamento dei tassi americani: questo credo sia l’elemento di maggior rischio nei prossimi messi per il mondo emergente, sia che si tratti di equity sia che si parli di bond. Un aspetto invece sicuramente positivo per gran parte del mondo emergente è rappresentato dal rialzo dei prezzi delle commodity, che tradizionalmente avvantaggia i paesi esportatori di questi beni. In sostanza, dopo un secondo trimestre che ha visto Usa ed Europa in leggero vantaggio, per il terzo e quarto trimestre miglioriamo la nostra view relativa sugli emergenti.
In questo quadro quali sono i mercati azionari dei Paesi emergenti che sono favoriti?
All’interno di un portafoglio che rimane allineato rispetto al benchmark, in questa fase preferiamo i titoli di matrice asiatica poiché ci permettono di essere esposti a delle tematiche di crescita strutturale importanti, alcune note da tempo come quella dei consumi della middle-class, altre più recenti. Corea del Sud e Taiwan sono due mercati che attualmente stiamo sovrappesando perché riteniamo abbiano maggior esposizione al ciclo economico globale e possano beneficiare del rialzo della domanda di tecnologia, in particolar modo di semiconduttori. Un altro sovrappeso, seppur di minore entità, è sull’India perché, tralasciando i discorsi legati alla pandemia, pensiamo che le politiche del governo e della banca centrale siano a supporto di crescita e investimenti per le imprese. Poi c’è una piccola componente legata a temi di brevissimo termine su Brasile e Messico. Il primo è legato al tema della global reflation delle commodity mentre il secondo è una scommessa indiretta sulla ripresa degli Stati Uniti. Tornando all’area asiatica, teniamo sotto stretta osservazione l’Indonesia, paese decisamente interessante dove vediamo la possibilità che si liberino risorse per investimenti in settori strutturali dell’economia. Teniamo però in conto che la liquidità di questo mercato è inferiore e la possibilità di effettuare investimenti mirati è più complicata.
Non ha menzionato la Cina, qual è la vostra posizione?
Seppur consapevoli della centralità dell’economia cinese per il mondo asiatico ed emergente in generale, attualmente siamo neutrali verso la Cina. In questo momento le politiche del paese sono più orientate al tightening, un elemento che pensiamo possa rappresentare un freno per le quotazioni del mercato azionario. Stiamo osservando una fase di stretta anche dal punto di vista regolatorio, con il governo impegnato in diversi settori, primo fra tutti quello tecnologico e dei materiali di base (acciaio e rame, per esempio). A compensazione di questi fattori, però, vediamo molte opportunità per le aziende che cercano di diminuire la propria dipendenza dai fornitori esteri e riportare nel paese parti importanti delle filiere produttive. In Cina si stanno creando dei leader alternativi in moltissimi settori, tra cui, per esempio, in quello dei dispositivi medicali.
Cosa potrebbe farvi cambiare idea sulla Cina?
In termini di fattori macroeconomici esterni un recupero della domanda globale. Fra i fattori interni, invece, valutiamo come positivi tutti gli interventi di easing fiscale da parte del governo, soprattutto se mirati alla crescita di determinati settori.
Quali sono le peculiarità del vostro team di gestione dedicato all’area Emerging markets?
Seguiamo un approccio all’investimento di tipo top-down, che inizia dalle analisi macroeconomiche del nostro team di ricerca e prosegue con la definizione di temi e driver strutturali. Da qui ci si cala nelle realtà specifiche di ciascun paese. La selezione del titolo su cui investire è l’ultimo tassello di questo processo. Crediamo che, alla luce della eterogeneità dei Paesi che rientrano nell’asset class degli emergenti, non si possa procedere altrimenti. Non è facile trovare la trasversalità tematica nel mondo dei paesi emergenti. Gli unici settori dove credo si possa ragionare secondo una logica bottom-up anche per gli emergenti sono il tecnologico e materie prime.
Quanto vi aspettate possa crescere l’interesse verso quest’asset class in futuro?
Oggi la percentuale di Emerging markets sul totale delle masse gestite a livello globale è molto bassa, alcune banche d’affari stimano circa il 7% contro una media storica del 9% e un picco massimo del 12% toccato nel 2002, nel pieno del boom economico dei Brics. Penso ci sia spazio almeno per convergenza verso la media del 9%. Uno dei driver che potrebbe contribuire ad attrarre flussi sulla componente emergente è la sostenibilità, un tema fino ad oggi molto sottovalutato dagli investitori che guardano gli emergenti ma sul quale le grandi aziende soprattutto asiatiche puntano molto. Alcuni di loro hanno già adottato procedure di verifica e certificazione Esg per i loro business. A nostro avviso questo è il tema portante per le future asset allocation che potrebbe contribuire a ridurre la sottopresenza dell’asset class nei portafogli globali.
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Alla ricerca di Alpha è la rubrica di FocusRisparmio.com dedicata ai fund manager. Ogni lunedì, con l’aiuto degli esperti del settore, vengono messi sotto la lente i fatti recenti più significativi e gli impatti sui portafogli da essi gestiti con una visione impostata sul medio e lungo termine.
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