L’Europa accelera sull’integrazione: “Serve una vigilanza più coerente e meno frammentata”
Dal rafforzamento del ruolo dell’ESMA ai gruppi europei di gestione, il confronto al Salone del Risparmio tra istituzioni e industria sul nuovo pacchetto UE
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A poco più di un anno dal passaggio al regime T+1 nei mercati europei, una parte significativa dell’industria del risparmio gestito non ha ancora avviato i preparativi necessari. È quanto emerge da una ricerca realizzata da ValueExchange per conto della UK Accelerated Settlement Taskforce, che ha coinvolto oltre 600 professionisti dei servizi finanziari nel mese di marzo. L’indagine fotografa un livello di preparazione ancora limitato tra gli operatori buy side, proprio mentre Unione Europea e Regno Unito si preparano ad accorciare il ciclo di regolamento delle operazioni sui titoli da due a un giorno lavorativo dopo l’esecuzione della transazione.
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La ricerca evidenzia come il 57% degli operatori buy side, inclusi asset manager e investitori istituzionali, non abbia ancora avviato le attività di sviluppo necessarie per adeguarsi al nuovo regime. Il 18% dice di trovarsi ancora nella fase di studio delle raccomandazioni formulate dall’industria, il 28% sta mappando i requisiti operativi e tecnologici necessari per la transizione, mentre il 10% è impegnato nella definizione delle richieste di budget. I dati evidenziano anche una distanza significativa rispetto agli operatori sell side, che mostrano un livello di avanzamento più elevato. Oltre due terzi degli intermediari hanno infatti già completato le analisi dei costi legate all’introduzione del T+1, contro appena il 24% delle società a monte.
Tra gli investitori che hanno già valutato l’impatto economico della transizione, il sondaggio rivela come quasi la metà ritenga che l’adeguamento non richiederà risorse supplementari. Il 46% dei partecipanti che ha effettuato una stima dei costi ha infatti indicato che non sarà necessario prevedere budget aggiuntivi per il progetto, un dato che potrebbe riflettere sia una reale limitatezza degli investimenti richiesti sia una possibile sottovalutazione della complessità operativa del cambiamento.
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La ricerca evidenzia inoltre un ritardo più ampio dell’Europa rispetto ad altre aree geografiche. Considerato l’intero campione, comprensivo anche di profili che vanno dalle banche d’investimento ai custodian fino agli operatori delle infrastrutture di mercato, il Vecchio Continente emerge infatti come la regione meno preparata alla transizione. Solo il 10% degli intervistati nel Regno Unito e il 13% di quelli europei si definiscono già pronti per il nuovo regime di regolamento, percentuali nettamente inferiori rispetto al 20% registrato nell’area Asia-Pacifico e al 28% del Nord America. Il confronto appare particolarmente significativo considerando che gli Stati Uniti hanno già completato il passaggio al T+1 nel maggio 2024, offrendo agli palyer nordamericani un vantaggio in termini di esperienza e adattamento operativo.
Il tema della preparazione non è nuovo. Già nel 2025 diversi esperti del settore avevano segnalato una certa tendenza alla compiacenza da parte degli asset manager, evidenziando il rischio che ritardi nell’adeguamento potessero tradursi in maggiori costi operativi e in un incremento dei rischi legati al post-trading. L’accorciamento del ciclo di regolamento impone infatti una revisione di processi consolidati che coinvolgono front office e middle office ma anche custodia e infrastrutture tecnologiche. Con meno tempo a disposizione tra l’esecuzione e il regolamento delle operazioni, eventuali inefficienze operative rischiano cioè di emergere con maggiore evidenza. Per l’industria del risparmio gestito europea, i prossimi mesi saranno quindi determinanti per colmare il gap organizzativo e tecnologico emerso dall’indagine e arrivare preparata a una delle trasformazioni operative più rilevanti degli ultimi anni.
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