L’Italia è stata fra i primi mercati ad abbracciare il modello sub-advisory non solo nell’asset management, dove ormai è divenuto consuetudine fra tutti i principali player della distribuzione, ma con un rapido sviluppo anche nel mondo assicurativo. “Negli ultimi 18 mesi è cresciuto di oltre il 150% in Europa”, osserva il Ceo di Mediolanum International Funds
Furio Pietribiasi, amministratore delegato (ceo) di Mediolanum International Funds
Quattro anni di Mifid 2 (e una revisione ancora in corso) hanno portato grandi trasformazioni nell’industria europea del risparmio gestito. “Primo fra tutti un aumento dei costi per gli adempimenti normativi”, esordisce Furio Pietribiasi, amministratore delegato (ceo) di Mediolanum International Funds, in questa intervista rilasciata a FocusRisparmio.
Una dettato sempre più complesso, cui si aggiunge il più recente regolamento sulla sostenibilità (Sfdr), che rendono il lavoro dell’asset manager più oneroso. Come ha risposto l’industria dei servizi finanziari? “Abbracciando il modello della sub-advisory”, sintetizza Pietribiasi. Un trend che si è affermato dapprima tra le società di distribuzione, dove i player hanno arricchito le loro organizzazioni con competenze dedicate alla selezione di gestori terzi, per poi propagarsi anche tra gli asset managers, alcuni dei quali oggi ne fanno anche un elemento di differenziazione rispetto alla concorrenza. “Secondo i dati pubblicati da Instihub, negli ultimi 18 mesi il mercato del sub-advisory in Europa è cresciuto di oltre il 150%”, osserva Pietribiasi, sottolineando che non si tratta di un fenomeno solo italiano ma dell’intero industria del Vecchio continente (Gran Bretagna inclusa).
Insieme alla Germania, l’Italia è stata fra i primi mercati ad abbracciare il modello sub-advisory non solo nell’asset management dove ormai è divenuto consuetudine fra tutti i principali player (da Fideuram a Banca Generali passando per Fineco) ma ha visto un rapido sviluppo anche nel mondo assicurativo.
Quando si parla di sub-advisory non ci si riferisce ad un solo modello. Anche qui esistono dei distinguo: quali sono e quale modello prevalente adotta Mediolanum?
Ci sono due declinazioni prevalenti per implementare efficacemente il modello sub-advisory. La prima consiste nell’individuare un gestore e affidargli in delega il proprio prodotto a cui si può anche associare una logica di co-branding. La seconda, invece, vede lo sviluppo di soluzioni multi-manager dove si lavora in una logica di gestione di portafoglio (con fondi di mandati investiti in titoli) all’interno del quale un team di gestori professionisti definisce l’asset allocation e le strategie che ritiene più idonee all’ottenimento dei risultati e alla filosofia secondo cui è stato pensato e costruito il prodotto. Nel primo caso si decide di sposare a tutto tondo la filosofia di investimento dell’asset manager delegato, mentre nel secondo c’è maggiore flessibilità e massima autonomia nel decidere quale sia la combinazione tra i gestori e le strategie più in linea con le caratteristiche desiderate, se ne possono definire i pesi, cambiarli o – quando le condizioni lo richiedono – sostituirle dei gestori con altri.
In Mediolanum quale delle due vie avete scelto di percorrere?
Abbiamo esperienza su entrambe, ma oggi privilegiamo il multi-manager, un mercato di cui noi rappresentiamo il primo player in Italia e il quarto in Europa. Ci piace il fatto che nel multi-manager ci sia più contenuto gestionale. Questa scelta di business ha impattato anche sulla struttura organizzativa della società irlandese, che abbiamo arricchito dotandoci di un team di gestione di circa 50 risorse con un’esperienza media di 20 anni. Lo ritengo un importante vantaggio competitivo poiché sono persone che hanno un lungo trascorso nel mondo multi-manager e hanno vissuto in prima persona condizioni e cicli di mercato diversi; un’esperienza che si rivela particolarmente preziosa in questa fase in cui ci approntiamo a uscire da politiche monetarie particolarmente favorevoli per i mercati che hanno caratterizzato l’ultima decade.
Come avviene il processo di investimento e quali sono le fasi più importanti?
Esistono due team, uno dedicato allo studio macroeconomico, il cui compito è di tracciare prospettive e strategie di mercato, l’altro dedicato al multi-manager con due motori: ricerca e selezione. La ricerca – anche sulla base delle indicazioni che giungono dalla parte macro – definisce la buy list dei gestori che potenzialmente possono rientrare nei nostri portafogli e si occupa della loro due-diligence. La ricerca avviene senza limiti settoriali o confini geografici: è uno screening globale su tutte le strategie, da quelle sui mercati emergenti, all’equity europeo fino alle strategie tematiche ed Esg. Ci sono poi gli esperti che si occupano della selezione finale dell’assetto del portafoglio multi-manager, selezionando i gestori dalla buy list e definendo la loro combinazione all’interno dei diversi prodotti.
Quali caratteristiche devono avere le strategie e gli asset manager per entrare nelle vostre buy list?
Il nostro obiettivo è di avere nei prossimi anni circa un terzo del nostro patrimonio gestito da terzi in delega con società altamente specializzate, definite talvolta impropriamente boutique d’investimento, mentre i restanti due terzi rimarranno con i grandi player dell’asset management. Dei gestori altamente specializzatici piacciono diverse caratteristiche: l’alto commitment dei manager, che sono generalmente anche azionisti, l’unicità del processo d’investimento e l’elevata specializzazione, il fatto che sono organizzazione snelle dovute all’assenza di sovrastrutture di marketing o distribuzione e quindi il loro focus e driver per la crescita è unicamente la qualità della performance. Sono società che non seguono le mode o adattano l’offerta alla fase di mercato, ma rimangono fedeli nel tempo alla loro filosofia di investimento. Adesso sta tornando di moda il Value, ma noi conosciamo realtà che sono riuscite a creare performance nel Value anche negli ultimi dieci anni in cui queste strategie sono state messe da parte.
Quali sono le principali differenze fra la boutique e il grande player?
Selezionare un buon manager specializzato è una vera attività di scouting. Spesso le questi manager non sono nei radar dei database comunemente utilizzati; perciò, nella ricerca c’è un grande investimento in termini di tempo e risorse. In molti di questi casi l’accesso e la discovery è un risultato di passaparola, conoscenze, network sul mercato. Il vantaggio di lavorare con loro è stabilire una partnership vera e propria che consiste anche nel portare sul tavolo dei benefici aiutandoli con il brand awarness e dar loro accesso ai nostri fornitori e consulenti a prezzi a condizioni economiche agevolate con le nostre economie di scala. Con gli asset manager più grandi e noti, invece, si riducono tempi e costi soprattutto nelle fasi di due diligence, e ci sono quindi rischi operativi minori. Mentre in un’ottica di strategia multi-manager la notorietà del brand è secondaria, è più rilevante invece nelle logiche distributive tradizionali di sub-advisory con co-branding. Oggi per noi uno degli aspetti più rilevanti è, oltre la performance, il commitment e i processi relativi agli obiettivi Esg.
Concludiamo con uno sguardo sui mercati: la volatilità che ha colto di sorpresa gli investitori in questo inizio di anno modifica l’approccio all’investimento anche nel multi-manager?
Nel nostro modello di business si lavora secondo una logica di lungo periodo, pertanto, le view di mercato di breve e medio non stimolano la creazione di nuovi prodotti ma l’adeguamento di quelli già in gamma che, grazie alla flessibilità del modello multi-manager, sfruttano queste fasi per ridefinire i pesi fra le strategie per prediligere quelle che si stanno rivelando le più idonee a superare le turbolenze e approfittare delle opportunità offerte.
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