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Fondamentali più solidi, nuovi equilibri geopolitici e trasformazioni strutturali dell’economia globale stanno ridisegnando l’universo dei mercati emergenti. Da componente prevalentemente ciclica, l’asset class sta assumendo un ruolo più articolato nei portafogli, offrendo nuove opportunità di crescita e diversificazione
Per gran parte di questo secolo, i mercati emergenti sono stati considerati soprattutto un investimento ciclico, legato all’andamento delle materie prime, all’industrializzazione della Cina e alla propensione globale al rischio. Oggi questa lettura appare sempre meno sufficiente.
Molte economie emergenti presentano infatti mercati dei capitali locali più sviluppati, politiche economiche più credibili, una domanda interna in crescita e una progressiva evoluzione verso attività produttive a maggiore valore aggiunto. Ne emerge un universo di investimento più ampio e differenziato, meno dipendente dai tradizionali motori della crescita globale.
Nuovi equilibri tra mercati sviluppati ed emergenti
A rendere ancora più significativa questa trasformazione contribuisce l’evoluzione delle economie sviluppate. Molte devono oggi confrontarsi con un aumento dell’onere del debito, l’invecchiamento della popolazione, tensioni politiche e margini più limitati per la politica economica. Secondo il Fiscal Monitor del Fondo Monetario Internazionale dell’aprile 2026, in soli quattro anni la spesa globale per interessi è passata da circa il 2% a quasi il 3% del PIL, mentre il debito pubblico globale potrebbe avvicinarsi al 100% del PIL entro il 2029.
Parallelamente, diverse economie emergenti sono entrate nell’attuale fase con finanze pubbliche più sane, saldi di bilancio in miglioramento e quadri di politica monetaria più credibili. Una dinamica non uniforme, ma sufficiente a mettere in discussione alcune convinzioni consolidate sul rapporto tra mercati sviluppati ed emergenti.
Anche il comportamento dell’asset class all’interno dei portafogli sta cambiando. In un’economia globale più multipolare, il tradizionale schema “risk-on/risk-off” è diventato meno dominante, mentre è aumentata la dispersione tra Paesi, settori, valute ed emittenti. La volatilità rimane, ma fondamentali più solidi hanno consentito a molti mercati di recuperare più rapidamente rispetto ai precedenti cicli di stress.
Dalla geopolitica all’intelligenza artificiale
La trasformazione non riguarda soltanto i fondamentali. I mercati emergenti stanno diventando protagonisti di alcuni dei principali cambiamenti strutturali dell’economia mondiale.
La crescente competizione geopolitica, insieme alle strategie di friendshoring e “Cina+1”, sta spingendo molte multinazionali a diversificare la propria capacità produttiva verso il Sud-Est asiatico, l’India, il Messico e altre economie emergenti. Più che l’esito della competizione tra le grandi potenze, per gli investitori conta la conseguente riconfigurazione delle catene globali di approvvigionamento, che sta consentendo ad alcuni Paesi emergenti di assumere un ruolo a maggiore valore aggiunto nella manifattura e nei servizi.
A questo si aggiunge un possibile nuovo ciclo delle materie prime. Anni di sottoinvestimenti nell’offerta coincidono oggi con una crescente domanda di minerali critici, energia e capacità di calcolo. Rispetto ai cicli precedenti, inoltre, alcune economie emergenti stanno cercando di trattenere una quota maggiore del valore generato dalle proprie risorse. L’Indonesia, con il passaggio dall’esportazione di nichel grezzo alla lavorazione sul territorio nazionale, ne rappresenta un esempio.
L’IA passa anche dai mercati emergenti
Lo sviluppo dell’intelligenza artificiale rende ancora più evidente il legame tra economia digitale ed economia fisica. Nei mercati emergenti, la storia di investimento legata all’IA riguarda infatti non soltanto le applicazioni, ma anche l’enorme infrastruttura necessaria a sostenerle.
Taiwan e Corea occupano già una posizione centrale nelle catene tecnologiche globali grazie ad aziende come TSMC, Samsung e SK Hynix, attive nei semiconduttori, nelle memorie ad alta larghezza di banda e nella capacità produttiva avanzata.
Ma la catena si estende ben oltre i chip. I data center richiedono apparecchiature di rete, componenti industriali e grandi quantità di energia affidabile. La crescita dell’IA si collega così direttamente alla domanda di rame, uranio, terre rare, elettricità e infrastrutture, molte delle quali coinvolgono economie e produttori dei mercati emergenti.
Anche le valutazioni contribuiscono al quadro: sulla base degli utili attesi, l’indice MSCI Emerging Markets presenta uno sconto di quasi il 50% rispetto al mercato statunitense.
Cosa significa per i portafogli
Questa evoluzione apre diverse direttrici di investimento. Sul fronte azionario, domanda interna, maggiore integrazione commerciale e partecipazione alle catene tecnologiche globali possono sostenere la crescita degli utili. Nell’obbligazionario, politiche credibili e un’inflazione più contenuta stanno migliorando le prospettive del credito sovrano. Nei real asset, urbanizzazione, domanda energetica e investimenti nei data center alimentano opportunità infrastrutturali di lungo periodo.
I mercati emergenti possono inoltre offrire fonti di rendimento differenti per portafogli fortemente concentrati nelle economie sviluppate: dalle obbligazioni in valuta locale alle società esposte a semiconduttori, automazione industriale e infrastrutture per i data center, fino a materie prime e real asset collegati alla domanda di risorse critiche.
Più opportunità, ma anche più selezione
Un universo più ampio e diversificato significa però anche maggiore complessità. La dispersione tra Paesi, settori, valute ed emittenti aumenta l’importanza della selezione.
Un’esposizione legata semplicemente a un indice permette, per esempio, di partecipare alla crescita dei grandi protagonisti asiatici dell’hardware per l’IA, ma porta con sé anche un significativo rischio di concentrazione: le prime tre società dell’indice MSCI Emerging Markets rappresentano quasi un terzo dell’indice.
In questo scenario diventa quindi meno importante formulare un’unica previsione macroeconomica su Cina, India, Brasile o Corea. La vera sfida consiste nella capacità di individuare opportunità specifiche all’interno di un universo estremamente eterogeneo, gestendo allo stesso tempo i rischi di concentrazione. È proprio qui che la gestione attiva può assumere particolare rilevanza.
Un nuovo ruolo per i mercati emergenti
Guardare ai mercati emergenti attraverso le categorie del passato rischia dunque di restituire un’immagine incompleta.
L’asset class rimane complessa e volatile, ma si sta trasformando insieme all’economia globale. Fondamentali più solidi, nuove catene produttive, mutamenti geopolitici, domanda di risorse critiche e sviluppo delle infrastrutture necessarie all’intelligenza artificiale stanno creando uno scenario molto diverso da quello dei cicli precedenti.
La domanda per gli investitori potrebbe quindi non essere più semplicemente se allocare ai mercati emergenti, ma quale ruolo attribuire loro nei portafogli e attraverso quali esposizioni coglierne le trasformazioni strutturali.