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Secondo Amfe, i mercati dei capitali del Vecchio Continente continuano ad accumulare ritardi rispetto a Usa e Uk. Deludente la performance tricolore, che si salva per Ipo ed emissioni Esg. Gli italiani investono poco e il 30% finisce ai fondi
Cala la competitività internazionale delle Borse europee, che non smettono di accumulare ritardo rispetto a Usa e Regno Unito. Nel 2023, infatti, non solo l’Ue non ha migliorato l’efficienza dei propri mercati dei capitali ma ha anche visto ridursi ulteriormente l’accesso ai finanziamenti per le imprese. Senza trascurare che l’ammontare dei crediti trasformati in veicoli è notevolmente diminuito, l’integrazione all’interno dell’Area è regredita, le Ipo sono state poche e i risparmi delle famiglie destinati agli strumenti finanziari non ha mostrato slanci. È un duro responso quello messo nero su bianco dall’Associazione per i mercati finanziari in Europa (Amfe), autrice di un report annuale redatto in collaborazione con altre undici organizzazioni. E l’Italia non spicca certo per risultati: è infatti solo nona per competitività, anche se si posiziona nel gruppo di testa per le obbligazioni Esg e prima in quanto a numero di quotazioni. Ancora scarsi gli investimenti dei risparmiatori tricolori, i cui soldi finiscono per il 30% ai fondi.
“Tutte le misure previste dal Piano dell’Unione dei Mercati dei Capitali del 2020 sono state realizzate nel corso di quest’anno dalla Commissione e dai leader Ue, che si sono impegnati a concludere i negoziati su tutte le questioni rimaste aperte prima delle prossime elezioni europee”, commenta l’amministratore delegato di Afme Adam Farkas. Che tuttavia rimarca come alcuni obiettivi non si siano ancora materializzati: dal riequilibrio delle fonti di finanziamento Ue verso finanziamenti con una componente maggiormente basata sul mercato all’incanalamento dei risparmi individuali verso investimenti produttivi e l’integrazione dei mercati nazionali.
Giù la competitività, investimenti delle famiglie ai minimi
Nonostante qualche miglioramento rispetto al 2022, dovuto però soprattutto a fattori ciclici, dal report emerge che la competitività del Vecchio Continente si è ridotta. L’indicatore di Afme segnala che l’Ue è ancora in notevole ritardo soprattutto nell’accesso ai finanziamenti, nella liquidità del mercato e nelle capacità finanziarie digitali. Allo stesso tempo, dopo essere schizzati durante la pandemia, i risparmi delle famiglie sono diminuiti e, con la brusca crescita dell’inflazione, l’indicatore relativo agli investimenti dei risparmiatori è sceso al livello più basso da quando è stato pubblicato il primo rapporto sei anni fa. Leggero miglioramento, invece, per l’indicatore generale di accesso al credito per le imprese. Anche se il dato segue un 2022 particolarmente negativo e resta al di sotto dei livelli pre-pandemia. Per le pmi, la possibilità di ricevere risorse è diminuita negli ultimi dodici mesi in tutti i settori: dai finanziamenti early-stage al private equity fino al crowdfunding. Anche le Ipo sono state limitate, proseguendo una tendenza ormai a lungo termine.
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Il settore fintech ha continuato a rallentare. Accelera l’Esg
In stallo nel 2023 pure il mercato della tecnologia finanziaria, in parte proprio a causa del calo dell’accesso ai capitali. Per la prima volta da quando Afme pubblica lo studio, non sono stati aperti nuovi spazi di sperimentazione normativa (sandbox) o poli fintech. Circostanza che rappresenta una limitazione per le società del settore di alcuni Stati membri delle opportunità di sviluppo della propria offerta in ambienti strutturati. Si è inoltre registrato un calo del numero di unicorni (startup dal valore pari o superiore a un miliardo di dollari) e degli investimenti complessivi. Gli sottolineano però come effetti simili siano stati avvertiti anche sui mercati fintech nel Regno Unito e negli Stati Uniti, a dimostrazione che le aziende del settore potrebbero aver subito l’impatto delle turbolenze nel comparto bancario e degli scandali delle criptovalute.
In leggera ripresa le emissioni di cartolarizzazioni, ma si tratta di un effetto ottico. Il segno più è infatti dovuto a un’unica importante transazione di titoli garantiti da ipoteche residenziali francese, operazione del valore di 49,5 miliardi di euro. Escludendo questa iniziativa, si è registrata una riduzione del 15%. Ne deriva che il peso del fenomeno in rapporto al Pil Ue continua a rallentare, collocandosi notevolmente al di sotto dei livelli dei concorrenti mondiali.
L’Ue mantiene però saldamente la sua posizione di leader mondiale nella finanza sostenibile. Il mercato dei collocamenti obbligazionari legati ai criteri Esg continua infatti a crescere: la raccolta è stata di 206 miliardi di euro nel primo semestre del 2023, con un aumento pari al 18% annualizzato rispetto al 2022. In questo quadro, la popolarità delle obbligazioni verdi è in netta ascesa e le emissioni sono aumentate del 32% su base annua.
Il bilancio a trent’anni dalla creazione del Mercato unico
L’edizione di quest’anno coincide con il trentesimo anniversario della nascita del Mercato unico europeo, e ha quindi offerto agli esperti l’opportunità di valutare i progressi ottenuti nello sviluppo dei mercati dei capitali negli ultimi tre decenni. Anche in questo caso, i dati sono alquanto deludenti. Ad esempio, immediatamente prima della creazione dell’Ue, la configurazione dei 27 Stati membri rappresentava il 5% delle Ipo globali. Nei primi anni del Mercato unico la cifra è salita al 20%, ma da tre anni a questa parte l’indicatore segna solo il 7%. Anche misurati in rapporto al Pil e alla capitalizzazione, si notano progressi limitati e i livelli rimangono significativamente inferiori rispetto al flusso annuo di nuove quotazioni degli Stati Uniti.
Deludente la performance italiana
Passando all’Italia, il nostro ecosistema del mercato dei capitali si è classificato al nono posto nell’indicatore di competitività Afme. L’indice considera molteplici fattori, tra i quali afflusso di capitale, liquidità del mercato, accesso al capitale, digitalizzazione e sostenibilità. Meglio di noi fanno Danimarca, Svezia, Paesi Bassi, Francia, Irlanda, Germania, Finlandia e Cipro. Negli ultimi cinque anni, il progresso tricolore più notevole è stato nella transizione verso un’economia sostenibile e digitale. Modesti invece i passi avanti nello sviluppo dell’afflusso di capitale a livello locale e nella costituzione di mercati azionari più liquidi.
Ottimo invece il risultato in ambito Esg. Nei primi mesi del 2023, i mercati che seguono i criteri di sostenibilità da noi hanno sperimentato una notevole espansione, principalmente spinta dall’incremento delle emissioni di bond verdi, schizzate del 196% rispetto al 2022. Nella prima metà dell’anno, l’Italia ha superato i Paesi Bassi e la Spagna, diventando il terzo mercato di obbligazioni Esg dell’Unione e contribuendo al 10,9% dell’intera nuova finanza sostenibile europea. Non solo: ha anche messo a segno il secondo volume più elevato di emissioni di green bond, dietro solo alla Germania, con un totale di 20,9 miliardi di euro e arrivando a rappresentare il 14,0% dell’intero valore Ue.
Nel primo semestre, l’Italia ha poi messo a segno la maggiore emissione di Ipo di tutti i Paesi Ue, pari al 70% del totale dell’Unione. Ed è stata, insieme a Danimarca e Polonia, l’unica non registrare un calo. I proventi delle quotazioni per 1,2 miliardi di euro sono stati emessi da società italiane, con un aumento del 66% rispetto al 2022. L’emissione totale dei mercati dei capitali (obbligazioni e azioni) da parte delle società non finanziarie è aumentata del 43% rispetto al 2022.
Il nostro Paese ha però anche segnato il calo maggiore nell’Ue rispetto alla percentuale di prestiti trasferiti in strumenti dei mercati dei capitali. La flessione è stata determinata da una riduzione del 51% delle emissioni di cartolarizzazioni e del 70% delle vendite di portafogli di prestiti rispetto al 2022, portando entrambi i tipi di emissioni ai minimi pluriennali. Da noi, le vendite di portafogli di prestiti sono determinate principalmente da operazioni connesse alla cessione di attivi in sofferenza e deteriorati. Poiché negli ultimi anni ne sono stati venduti grandi volumi e la salute del settore bancario italiano si è rafforzata, il rapporto dei crediti deteriorati e il volume di attivi in sofferenza e deteriorati sono diminuiti e pertanto sono calate anche le vendite. Un altro elemento che ha contribuito ai volumi contenuti nel 2023 è stato il progetto Gacs, in cui lo Stato italiano ha fornito garanzie per assistere le banche nell’affrontare il problema dei crediti inesigibili.
Gli italiani investono poco. E il 30% finisce ai fondi comuni
Infine, le famiglie italiane si collocano al quinto posto per ammontare di risparmi investiti in strumenti del mercato dei capitali. Pari al 108% l’equivalente del Pil allocato in azioni, obbligazioni, fondi di investimento o prodotti assicurativi e pensionistici quotati. Un dato che si confronta con quelli di altri Paesi europei come Danimarca (187% del Pil), Regno Unito (182%) e Paesi Bassi (174%). I risparmiatori tricolori acquistano soprattutto quote di fondi di investimento (30% del totale del patrimonio finanziario rispetto al 21% nell’Ue) e obbligazioni (14% contro 4%), mentre sono sotto-esposti a fondi assicurazione vita e pensionistici (50% contro 64%).
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