La vittoria di Magyar pone fine a un’era durata 16 anni e manda in rally gli asset locali. Secondo gli operatori, il cambio può far crescere il Paese e compattare l’UE attorno a riforme cruciali. Ma resta il nodo dei fondi da Bruxelles
Dopo 16 anni di governo, l’epopea di Victor Orbàn alla guida dell’Ungheria è giunta al capolinea. Le votazioni di domenica hanno infatti sancito la netta vittoria del partito di centro-destra Tisza e del suo leader Péter Magyar, che si prepara così a scalzare il numero uno di Fidesz dal ruolo di capo dell’esecutivo per la prima volta dal lontano 2010. Una vittoria, conclamata sia dall’affluenza record (78%) sia dalla conquista della maggioranza assoluta in Parlamento, che ha subito raccolto il favore dei mercati finanziari mandando in rally gli asset locali. Ma mentre Budapest brinda, gli asset manager guardano al medio termine sempre più convinti che il cambio di guardia possa rappresentare non solo un volano di crescita per il Paese ma anche un rafforzamento della coesione europea.
Péter Magyar, leader di Tisza e prossimo premier dell’Ungheria
Con lo scrutinio quasi completo, Fidesz si ferma a 55 seggi mentre Tisza ottiene 138 seggi su 199 e supera la soglia dei due terzi. Si tratta quindi di una ‛super-maggioranza’ assoluta, come l’hanno definita gli analisti politici, che consentirà al nuovo esecutivo di governare senza alleanze e di modificare la Costituzione. Il risultato è stato favorito da un’elevata partecipazione, oltre il 78%, e dalla mobilitazione delle città tradizionalmente anti-Orbán. “Insieme abbiamo liberato l’Ungheria”, ha esultato Magyar, celebrando una vittoria così ampia che “si può vedere dalla Luna e da ogni finestra del Paese”. “Mai nella storia democratica ungherese”, ha aggiunto, “hanno votato così tante persone e mai un partito ha ricevuto un mandato così ampio”. Il leader del partito di centro-destra ha anche voluto lanciare un messaggio ai principali partner internazionali del Paese e in particolare all’Unione Europea: “Torneremo a essere un alleato forte dell’UE e della NATO, perché il posto della nostra terra è e sarà in Europa”. Poi ha annunciato che le sue prime due visite istituzionali saranno in Polonia e a Bruxelles, con l’obiettivo di convincere la Commissione a sbloccare i fondi destinati a Budapest ma congelati a causa delle violazioni dello Stato di diritto compiute dal suo rivale.
Borsa in rally
La prima reazione del mercato è stata più che positiva. L’indice principale della Borsa ungherese (BUX) è infatti balzato di oltre il 3% nella prima seduta della settimana, raggiungendo il record di oltre 136.000 punti, mentre gli investitori accoglievano con favore il possibile ritorno di Budapest su un percorso più in linea con l’Europa. L’aumento dell’appetito per il rischio ha spinto le principali società quotate del Paese, tra cui OTP Bank e MOL o anche Richter e Magyar Telekom, a guadagnare tra il 2% e il 5% alle soglie del giro di boa delle contrattazioni. Un andamento in contrasto rispetto a quello messo a segno dai principali listini europei, appesantiti dal fallimento dei negoziati tra Stati Uniti e Iran nel fine settimana, e che conferma la prospettiva di profonde riforme politiche ed economiche.
Anche la valuta ungherese ha partecipato al rally. Il cambio tra euro e fiorino è infatti sceso a 366,64, sui minimi dall’aprile 2022, mentre quest’ultimo si rafforzava nettamente anche rispetto al dollaro statunitense: 313,68. Un colpo di reni che gli operatori attribuiscono soprattutto alle aspettative di un calo dell’incertezza politica e di nuovi afflussi di capitali esteri una volta riattivati i fondi europei. Senza contare le maggiori chance di tagli al costo del denaro, visto che la banca nazionale del Paese ha mantenuto il tasso di riferimento su livelli molto più alti rispetto a quelli di altri Paesi dell’area: 6,25% contro, ad esempio, il 3,75% della Polonia.
Per i gestori, è anzitutto una questione di governance
Apolline Menut, economista di Carmignac
Per i gestori, il risultato del voto in Ungheria non si traduce tanto in un impatto immediato sulla crescita del Vecchio continente quanto in un cambio di qualità della governance dell’area. È questa, ad esempio, la lettura data da Carmignac per tramite dell’economista Apolline Menut. Secondo l’esperto, infatti, il vero elemento discriminante non è più la possibilità che il Paese ostacoli l’agenda UE ma la rapidità con cui il nuovo governo Tisza riuscirà a trasformare la vittoria elettorale in un cambio di policy. La super-maggioranza di Magyar viene quindi letta come un ‘punto di svolta’ che potrebbe incidere su tre leve fondamentali: “Riduzione del rischio Paese, maggiore efficienza allocativa e sblocco dei fondi europei congelati, con effetti potenzialmente rilevanti per l’economia domestica più che per il ciclo europeo”.
Ronald Schneider, responsabile obbligazionario CEE & Global Emerging Markets di Raiffeisen Capital Management, ritiene che il nuovo capitolo aperto domenica dall’Ungheria non rappresenta solo un grande sollievo per l’UE e la NATO ma sta anche contribuendo a creare un clima positivo sui mercati dei capitali. E il motivo, per l’esperto, è presto detto: “Il nuovo governo è più pro-Europa e ha sicuramente maggiori possibilità di sbloccare miliardi di fondi UE attualmente sospesi”. Si tratta di circa 18,5 miliardi di euro complessivi tra diversi programmi e, in particolare, oltre 6,4 miliardi legati ai fondi per la ripresa post-pandemica. “Negli ultimi anni l’Ungheria ha perso opportunità di crescita proprio a causa della mancata erogazione di tali risorse e di priorità di politica economica mal calibrate”, ha detto Schneider, sottolineando come la svolta contribuirebbe non solo a ridurre il deficit di bilancio dal 4,6% del 2025 ma anche a rafforzare le prospettive di crescita nel medio termine del Paese. “Del resto”, è stata la sua osservazione, “le pressioni inflazionistiche sono presenti ma non eccessivamente elevate”. Conclusione sui si accompagna però un punto interrogativo, perché “la condizione necessaria all’erogazione sarà il rispetto dei requisiti in materia di stato di diritto e governance.
Una view sostanzialmente condivisa anche dagli analisti di Scope Ratings, secondo cui lo sblocco dei fondi UE varrebbe circa l’85% del PIL attuale e segnalerebbe miglioramenti nella governance oltre a sostenere la crescita e le prospettive estere. “La minore affluenza di capitali UE negli ultimi anni ha contribuito alla performance economica sostanzialmente stagnante dell’Ungheria dal 2023”, hanno spiegato dall’agenzia, citando come aspetti critici di questi ultimi anni tanto l’elevato livello di inflazione e dai tassi di interesse quanto la debole performance economica del principale partner commerciale di Budapest: la Germania. “In uno scenario di base”, hanno concluso, “prevediamo una crescita del PIL reale intorno all’1,3% quest’anno e al 2,3% nel 2027”.
La possibile traiettoria del debito ungherese
Fonte: Ufficio Statistico Centrale dell’Ungheria, Word Economic Outlook FMI, Scope Ratings
Magdalena Polan, head of EM macro research di PGIM
Più pessimista Magdalena Polan, head of EM macro research di PGIM, alla quale sembra improbabile che il governo riesca ad apportare le modifiche legislative necessarie con la rapidità necessaria per rispettare le scadenze e poter accedere alla maggior parte di questi fondi. “Sebbene l’esecutivo disponga di una maggioranza qualificata”, ha spiegato, “è probabile che nel breve termine Magyar incontri resistenze e ostacoli da parte delle istituzioni influenzate dal precedente governo”. Ciononostante, è opinione dell’esperta che una parte dei fondi RRF dovrebbe essere sbloccata prima della scadenza di agosto insieme a quelli di coesione. Quanto invece all’economia, Polan ipotizza un forte slancio per i settori legati al miglioramento del tenore di vita: dalle infrastrutture alla sanità fino ai trasporti pubblici. Tuttavia, la sfide di bilancio permangono nella sua view e la presentazione di un piano economico credibile a medio termine resta fondamentale per stabilizzare il rating del Paese rispetto all’outlook negativo che ha oggi.
Sui mercati repricing del rischio politico e supporto equity
Mali Chivakul, economista di J. Safra Sarasin
Sul fronte di mercato, l’interpretazione prevalente è invece esplicitamente “binaria”. Per Mali Chivakul, economista di J. Safra Sarasin, la vittoria del centro-destra implica uno scenario di ulteriore rafforzamento sia per il fiorino sia per gli asset locali ed è coerente con un posizionamento già anticipato dagli investitori nelle settimane precedenti. “La narrativa è quella di un repricing del rischio politico”, ha spiegato l’esperto, “con spread in contrazione e Borsa già sostenuta nelle fasi pre-elettorali”. Scenari di contestazione del risultato o di continuità del sistema Fidesz avrebbero invece implicato un rapido deterioramento delle valutazioni, confermando al gestore quanto la componente politica resti determinante per la traiettoria degli asset locali.
Kristina Hooper, chief market strategist di Man Group
Più strutturale l’interpretazione di Kristina Hooper, chief market strategist di Man Group, la cui interpretazione del risultato restituito dalle urne va nella direzione di un rafforzamento della coesione europea. La vittoria di Magyar viene infatti letta come un fattore potenzialmente favorevole non solo per Bruxelles e per il sostegno all’Ucraina, ma anche per l’agenda di difesa comune e per le riforme pro-competitività nell’Unione. In questo quadro, è stato sottolineato dalla manager, “il miglioramento del coordinamento politico europeo si tradurrebbe indirettamente in un contesto più favorevole per l’azionario del continente attraverso minore frammentazione decisionale e maggiore prevedibilità regolatoria”.
Dello stesso parere anche Stefano Fiorini, Global Fixed Income fund manager di Generali Asset Management, secondo cui ci saranno resistenze interne ma nel complesso condizioni monetarie più favorevoli e lo sblocco dei fondi europei dovrebbero aiutare a colmare il gap con gli altri Paesi UE. “Riteniamo che il momento positivo degli attivi ungheresi possa proseguire e che questo effetto possa estendersi anche agli attivi degli altri Paesi dell’Europa dell’Est”, ha detto. Per poi concludere: “L’area dell’Europa dell’Est promette di sovraperformare in termini di crescita quella centro-occidentale e ciò dovrebbe riflettersi nella performance degli asset locali”.
Euro in vista per Budapest?
Secondo gli economisti di ING, infine, il governo ungherese potrebbe anche fissare una data obiettivo per l’adozione dell’euro. L’ipotesi è che venga definito un percorso di massima per raggiungerla, da articolare però in maniera più precisa solo in un secondo momento. “Se pianificata al momento giusto”, viene detto dalla società, “questa mossa potrebbe rafforzare ulteriormente la fiducia del mercato e dare al partito Tisza non solo un contesto più favorevole in cui muoversi ma anche maggior tempo per lavorare sull’economia locale.
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