Bailey prende tempo, visto il calo dell’inflazione a giugno. Ma salgono a tre i membri a favore di una stretta. Occhi sul Medio Oriente e su Burnham: per i gestori, un ritocco a settembre non è da escludere
Come BCE e Fed, anche la Bank of England ha confermato l’approccio attendista, forte anche di un’inflazione che a giugno ha permesso una boccata d’ossigeno. I tassi d’interesse britannici restano dunque al 3,75% per la quinta riunione consecutiva, ma l’aria all’interno del Monetary policy committee si è fatta decisamente più hawkish. Ben tre membri su undici hanno infatti votato per un rialzo. Stretto tra un carovita saldamente al di sopra dell’obiettivo e una crescita al lumicino, il governatore Andrew Bailey non ha dato indicazioni sul futuro. I mercati scontano un aumento del costo del denaro nell’ultimo trimestre dell’anno e poi un altro nel 2027, tuttavia secondo molti analisti l’istituto britannico dovrebbe riuscire ad evitare ulteriori inasprimenti (Medio Oriente permettendo).
La decisione dell’Mpc rispetta le previsioni dei mercati visti gli ultimi dati sul carovita e le incognite geopolitiche. Quello che ha invece stupito è stata la spaccatura interna all’Mpc, più profonda delle attese secondo cui solo due membri sarebbero stati in disaccordo. Catherine Mann ha infatti deciso di cambiare schieramento e unirsi al capo economista, Huw Pill, e a Megan Greene nel votare per un rialzo di 25 punti base. L’economista ha spiegato che a farle cambiare idea è stato soprattutto il fallimento del memorandum d’intesa tra Stati Uniti e Iran e la conseguente ripresa del conflitto in Medio Oriente che ha riacceso i prezzi energetici. Bailey ha però motivato la scelta della maggioranza sottolineando che se le condizioni globali appaiono più incerte e inflazionistiche, quelle interne restano nel complesso più favorevoli sul fronte dei prezzi. Inoltre, nel comunicato finale, la BoE ha anche ribadito che la politica monetaria non può influire sui prezzi dell’energia, ma va calibrata affinché riesca a riportare l’inflazione in modo sostenibile verso l’obiettivo del 2%, restando pronta ad agire se necessario.
Inflazione in frenata, ma i rischi restano al rialzo
Decisivo è stato appunto il Cpi, che il mese scorso è sceso oltre le attese al 2,6%, il minimo da 15 mesi. Tuttavia l’istituto centrale si attende una risalita verso il 3,2% nella seconda parte dell’anno, e stima che il carovita resterà sopra il target fino ai primi mesi del 2028, per poi ridiscendere sotto l’obiettivo. Si tratta di uno scenario leggermente più favorevole rispetto alle proiezioni trimestrali di aprile, anche se basato sull’ipotesi, condivisa dai mercati ma non dalla maggioranza degli economisti, di un aumento dei tassi nell’ultimo trimestre 2026 e di un altro nel 2027. Il Comitato ha comunque indicato che il rischio principale resta quello di effetti di secondo impatto su prezzi e salari, anche se al momento le evidenze in tal senso sono limitate, complici la debolezza della domanda di lavoro e una crescita salariale nel settore privato ai minimi dal 2020.
A pesare sulla decisione attendista di Bailey e colleghi c’è poi anche l’arrivo del nuovo premier laburista Andy Burnham, che ha appena preso il posto di Keir Starmer. Il nuovo esecutivo ha messo il costo della vita al centro della propria agenda, con misure come l’eliminazione di una tassa sulle bollette elettriche domestiche che, secondo le stime della stessa BoE, potrebbe contribuire a ridurre l’inflazione di circa un decimo di punto percentuale. Al momento, tuttavia, è presto per fare i conti, dato chemancano indicazioni più precise sulle misure che il primo ministro intende introdurre e, soprattutto, sulle relative coperture finanziarie.
Possibile un aumento a settembre
Simon Dangoor, head of fixed income macro strategies di Goldman Sachs Asset Management
Secondo Simon Dangoor, deputy chief investment officer of fixed income and head of fixed income macro investing di Goldman Sachs Asset Management, per ora la BoE è a proprio agio nel lasciare invariata la politica monetaria, poiché i dati incoraggianti sull’inflazione e un orientamento già restrittivo riducono l’urgenza di un intervento immediato. Tuttavia, avverte, “il perdurare delle tensioni in Medio Oriente potrebbe cambiare il quadro, mantenendo aperta la possibilità di un intervento nel meeting di settembre”.
Richard Flax, chief investment officer di Moneyfarm
Sulla stessa lunghezza d’onda Richard Flax, chief investment officer di Moneyfarm, secondo cui la scelta dell’Mpc conferma un approccio prudente in attesa di maggiore visibilità: se da un lato infatti l’inflazione rallenta più rapidamente delle attese, dall’altro le tensioni in Medio Oriente continuano ad alimentare incertezza attraverso la volatilità di petrolio e gas, complicando le previsioni di breve periodo. “Il fatto che tre membri su nove abbiano già votato per un rialzo segnala che l’ipotesi di un’ulteriore stretta resta sul tavolo qualora i prezzi dell’energia restassero elevati”, osserva Flax, sottolineando che non è da escludere una nuova accelerazione dell’inflazione nella seconda parte dell’anno. Per gli investitori, a suo parere, il messaggio rimane lo stesso: “Cercare di anticipare la prossima decisione della Banca d’Inghilterra è meno importante che costruire portafogli capaci di affrontare contesti diversi”, rimarca. E in questo senso, assicura, “un approccio diversificato, orientato alla qualità degli investimenti e supportato da una visione di lungo termine rappresenta la strategia più efficace, in attesa che il quadro energetico e geopolitico torni più stabile”.
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