Secondo Capgemini, ci sarà un netto gap tra chi saprà integrare gli algoritmi e chi no. Ma, ad oggi, solo il 10% degli operatori sta traducendo gli investimenti in risultati. Per avere successo servono governance, competenze e nuovi modelli organizzativi
L’intelligenza artificiale non è più soltanto una tecnologia promettente per il settore assicurativo, ma un vero fattore di differenziazione competitiva. Eppure, solo una ristretta minoranza dei player è riuscita a trasformarla in un vantaggio concreto. È quanto emerge dall’ultimo report del Research Institute di Capgemini, secondo cui il 10% delle compagnie del ramo danni sta già raccogliendo benefici tangibili in termini di crescita dei ricavi e performance di mercato. Lo studio evidenzia infatti che i cosiddetti ‛AI pioneers’ registrano un fatturato fino al 21% superiore rispetto ai concorrenti e una crescita del valore azionario più elevata di circa il 51% nell’arco di tre anni. Un doppio vantaggio che nasce non tanto dall’adozione della tecnologia in sé, quanto dalla capacità di integrarla nei processi aziendali e nella cultura organizzativa.
Il report fotografa un settore ancora in una fase di transizione. Se infatti l’intelligenza artificiale è entrata nelle agende strategiche del settore, il 60% delle compagnie risulta ferma alla fase esplorativa o di proof of concept. Uno dei principali ostacoli riguarda la capacità di misurare i risultati: il 42% delle non monitora alcuna metrica legata all’AI, rendendo difficile valutare l’efficacia degli investimenti e individuare le iniziative a valore aggiunto. La differenza tra i player più avanzati e il resto del mercato appare allora netta: i pionieri non considerano gli algoritmi come un semplice insieme di strumenti, ma alla stregua di una competenza operativa centrale. Per questo investono su tecnologia, persone e processi in modo da creare un allineamento tra strategia aziendale, infrastrutture e modelli aziendali. I più maturi risultano quasi quattro volte più propensi a intraprendere programmi di trasformazione organizzativa oltre la formazione di base, quasi tre volte più inclini a dotarsi di strumenti di AI spiegabile e quasi due volte più abituati a integrare responsabilità legate agli algoritmi nelle job description.
Il nodo della trasformazione organizzativa
Matteo Bonati, insurance director di Capgemini Italia
Uno degli elementi più significativi emersi dalla ricerca riguarda il disallineamento tra investimenticore e sulle persone. In media, le compagnie assicurative P&C destinano il 72% delle risorse dedicate all’AI a tecnologia e infrastrutture mentre soltanto il 28% viene impiegato per iniziative di trasformazione organizzativa e formazione o comunque sviluppo delle competenze. Una distribuzione che rischia di limitare il potenziale dell’innovazione, perchè l’evoluzione dell’AI procede più rapidamente della capacità delle aziende di integrarla efficacemente nei processi decisionali e operativi. “La domanda non è più se questa tecnologia abbia un posto nell’organizzazione ma come costruirvi l’organizzazione attorno”, ha osservato l’Insurance director di Capgemini Italia Matteo Bonati. Il manager è cioè convinto che l’esperienza degli operatori più avanzati dimostri quanto gli algoritmi possano diventare un elemento distintivo del modello di business quando vengono integrati fin dall’inizio e accompagnati da adeguati investimenti sia in governance sia in competenze e gestione dei dati.
La difficoltà nel trasformare l’AI in valore economico emerge anche dall’analisi del ritorno sugli investimenti. Oltre la metà delle compagnie assicurative intervistate (55%) dichiara infatti di non riuscire a misurare con chiarezza il ROI delle iniziative legate a questa tecnologia. La stessa percentuale ammette inoltre di non avere una chiara attribuzione delle responsabilità interne sui progetti: in molti casi la gestione viene affidata a singoli specialisti o a piccoli team, limitando la diffusione delle competenze e l’impatto trasversale sull’intera organizzazione. Difficoltà che si riflettono anche sul fronte delle risorse umane: il 67% del campione sondato segnala una carenza di competenze specifiche e quasi la metà dei dipendenti che si serve di strumenti AI based (47%) afferma che la propria attività lavorativa non è cambiata molto nemmeno dopo 18 mesi di uso.
La sfida della collaborazione uomo-macchina
Se i pionieri stanno già raccogliendo i primi risultati, il settore deve ancora affrontare numerose criticità strutturali e una delle principali riguarda il rapporto uomo-automazione. Il report calcola infatti che il 49% del tempo dei dipendenti assicurativi viene dedicato alla collaborazione tra team, mentre gran parte delle applicazioni di AI attualmente disponibili continua a essere progettata per supportare attività individuali anziché processi collaborativi. A ciò si aggiungono i limiti nella gestione dei dati, con solo il 12% delle compagnie che dichiara di aver raggiunto un livello molto elevato di maturità nella disponibilità e nell’utilizzo delle informazioni. Permangono poi timori sull’impatto occupazionale: il 43% dei lavoratori consultati indica la sicurezza del posto di lavoro come principale fonte di preoccupazione, mentre soltanto il 14% dice di comprendere pienamente come questa tecnologia si inserisca nelle proprie attività professionali.
Per Capgemini, il futuro del settore assicurativo passa attraverso un modello organizzativo in cui la collaborazione tra esseri umani e intelligenza artificiale diventa strutturale. La visione delineata dal report è infatti chiara: il top management definisce la strategia e i confini dell’utilizzo dell’AI, i professionisti qualificati gestiscono le decisioni più complesse grazie a insight generati in tempo reale e gli agenti intelligenti si occupano delle attività ripetitive e a basso valore aggiunto. Per raggiungere questo obiettivo, tuttavia, non sarà sufficiente investire in nuove tecnologie. Le compagnie dovranno rafforzare la governance dei dati, ridefinire ruoli e responsabilità, sviluppare nuove competenze e riprogettare i processi operativi per adattarli all’era dell’AI agentica. Il vantaggio competitivo generato dagli algoritmi non dipenderà dunque tanto dalla velocità di adozione della tecnologia quanto dalla capacità di trasformare modelli operativi, cultura aziendale e processi decisionali. Una sfida che, per una parte significativa dell’industria, è ancora tutta da vincere.
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