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Costi ridotti, accesso continuo e meccanismi ispirati al gaming possono incentivare operazioni troppo frequenti. Ma l’Authority richiama l’attenzione anche sulla crescente promozione di titoli tecnologici USA e derivati rischiosi
Le piattaforme digitali hanno abbassato le barriere di accesso ai mercati finanziari, ma la maggiore facilità di investimento può tradursi in comportamenti poco coerenti con gli interessi dei risparmiatori. È l’avvertimento lanciato il 3 novembre da Joeri Buiten, senior policy officer dell’Esma, in occasione di un evento a cura dell’associazione europea a tutela dei consumatori Better Finance. Il manager dell’Authority ha infatti rimarcato come neobroker e servizi di investimento online introducano infatti rischi che non caratterizzavano i tradizionali canali di distribuzione. Un fenomeno che viene accelerato da costi contenuti, possibilità di operare in qualsiasi momento e funzionalità di design pensate per rendere l’esperienza di trading simile a un gioco.
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Una platea quasi raddoppiata in due anni
A restituire una fotografia del trend è stata la stessa Esma, secondo cui gli investitori retail che hanno utilizzato servizi di investimento transfrontalieri nell’Unione europea e nello Spazio economico europeo l’anno scorso sono saliti a 15,5 milioni dagli 8 milioni del 2023. Un raddoppio al quale hanno contribuito soprattutto le piattaforme digitali paneuropee, ha ricordato Buiten, non mancando di riconoscere il ruolo di questi operatori nell’avvicinare ai mercati una nuova generazione di risparmiatori e nel favorire l’espansione dei servizi oltre i confini nazionali. “La possibilità di acquistare frazioni di azioni e quote di ETF rende più semplice iniziare a investire anche con capitali limitati”, ha detto il dirigente, “i canali digitali assumono così un’importanza crescente anche per i fornitori di fondi indicizzati”. D’altro canto, però, ha sottolineato come l’accessibilità non elimini il problema della qualità delle scelte. Il rappresentante dell’Authority ha infatti osservato che le piattaforme europee stanno promuovendo sempre più società statunitensi, in particolare grandi aziende tecnologiche come Nvidia e Apple, anziché titoli di imprese locali. Una tendenza che, pur essendo consentita dal punto di vista normativo, solleva interrogativi rispetto agli obiettivi della Savings and Investment Union. “Le persone hanno modo di investire in qualunque momento e ciò rischia di incoraggiarle a operare più spesso di quanto dovrebbero”, ha poi aggiunto, parlando di una dinamica non è necessariamente positiva per tutti. ì
Dai titoli ai derivati, rischio di maggiore esposizione
Altra criticità sollevata riguarda il modello commerciale di alcune operatori del settore. Secondo Buiten, gli operatori possono cioè attirare i clienti con commissioni molto basse sull’acquisto di azioni per poi proporre strumenti più complessi e rischiosi, come i derivati, che risultano più remunerativi per chi li distribuisce. “Vediamo sempre più derivati questo tipo di soggetti vendere soluzioni simili e forse è diventato persino troppo facile accedervi”, ha osservato. Un tema che si inserisce nel più ampio confronto sugli effetti della digitalizzazione della distribuzione finanziaria. La possibilità di operare con maggiore frequenza e su un numero crescente di asset non coincide infatti necessariamente con un miglioramento dei risultati per il risparmiatore. Per l’Esma, la questione è quindi capire se le caratteristiche delle piattaforme favoriscano decisioni consapevoli o incentivino un’attività di trading eccessiva. Buiten ha infine sollevato dubbi sui benefici concreti della tokenizzazione dal punto di vista del cliente, sottolineando come il valore aggiunto dato da orari di negoziazione estesi e frazionamento degli investimenti sia già disponibili attraverso le piattaforme digitali.
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