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L’intelligenza artificiale può rendere la finanza più accessibile e personalizzata, ma senza alfabetizzazione rischia di amplificare errori e false sicurezze. La sfida è culturale: formare cittadini capaci di usare gli strumenti con consapevolezza
L’intelligenza artificiale sta entrando a gamba tesa nell’esperienza degli investitori in tutto il mondo. Ma in un Paese in cui l’alfabetizzazione finanziaria resta fragile, la vera domanda non è soltanto che cosa possano fare gli algoritmi: è se le persone siano davvero in grado di comprenderli, usarli e metterli in discussione. Si può riassumere in questi termini una delle questioni emerse durante l’eToro Summit, tenutosi il 23 giugno nella cornice di Borsa Italiana. L’AI, infatti, porta con sé una sfida culturale: l’innovazione tecnologica da sola non basta, se gli strumenti non creano valore per le persone.
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La sfida italiana
“Per me la sfida è antropologica e non tecnologica. La tecnologia c’è: il tema è su quale terreno atterra”, ha affermato Sebastiano Barbanti, esecutive Digital Innovation & Multichannel di BCC Iccrea. Un terreno che, in Italia, resta complesso perché caratterizzato da molti risparmiatori ma pochi investitori. E la ragione va ricercata proprio nel livello di alfabetizzazione finanziaria del Paese, ancora insufficiente per affrontare strumenti sempre più potenti. Il rischio, ha spiegato Barbanti, è che un sistema di intelligenza artificiale che atterri su un terreno ancora immaturo dal punto di vista delle competenze possa diventare “un amplificatore degli errori anziché un riduttore”. Da qui la necessità di integrare la cultura direttamente negli strumenti, secondo un principio che il manager definisce ‘education design’: non più prima formare e poi utilizzare, ma “utilizzare formando”.
Sulla centralità dell’educazione finanziaria si è soffermata anche Giovanna Boggio Rabutti, direttore generale del FEDuF, che ha riportato il tema al nocciolo della questione: prima ancora di interrogarsi sull’intelligenza artificiale, occorre chiedersi quanto le persone siano preparate a gestire i propri soldi. Nel momento in cui i cittadini devono confrontarsi con strumenti che gli sono per nulla o poco familiari, non riconoscono il potenziale di rischio e perciò sottovalutano le conseguenze delle proprie decisioni finanziarie. Ecco perché, ha avvertito, “l’intelligenza artificiale invece di essere un grandissimo alleato rischia di diventare un potenziale pericolo”. Proprio per questo, ha scandito dal palco, “prima ancora di porci il problema degli algoritmi, dobbiamo porci quello dell’educazione finanziaria”. Dal suo punto di vista, infatti, l’innovazione tecnologica è un fenomeno a due facce: strumenti sempre più evoluti possono aiutare i risparmiatori a orientarsi meglio e prendere decisioni più informate, ma rischiano anche di amplificare errori o indurre false sicurezze se utilizzati senza adeguate competenze di base. Il punto non è soltanto spiegare la differenza tra prodotti o strumenti. L’educazione finanziaria, ha sottolineato l’esperta, deve oggi insegnare prima di tutto a porsi domande: “Perché sto facendo questa scelta? Di cosa ho davvero bisogno? Quale rischio posso permettermi?” Un principio che vale soprattutto per i giovani, già abituati all’uso quotidiano del digitale ma di cui spesso ignorano i meccanismi sottostanti, e che rende indispensabile “sviluppare senso critico”.
Le promesse dell’AI
Accanto ai rischi, il confronto ha messo in luce anche le potenzialità dell’intelligenza artificiale per il settore finanziario. Secondo Barbanti, le applicazioni più interessanti sono tre: personalizzazione della pianificazione, gestione del rischio comportamentale e antifrode. Non solo. Per l’esperto, gli algoritmi possono incidere in profondità sul modello dei servizi finanziari. “L’AI cambia il canale ma i bisogni di orientamento, fiducia e sicurezza restano centrali”, ha spiegato. Più radicale è l’impatto sugli operatori: questa tecnologia abbassa il costo del servizio e può rendere sostenibile seguire anche clienti con disponibilità contenute. In questo senso, “passiamo da transazione a relazione continua, da prodotto a servizio”.
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I rischi: falsa precisione e delega silenziosa
Le opportunità devono però essere bilanciate da una progettazione attenta. Gli esperti hanno infatti posto l’accento su alcuni rischi che l’evoluzione tecnologica porta con sé. Il primo è l’illusione della precisione: gli strumenti di AI sembrano spesso infallibili a occhi poco allenati, ma hanno tra i loro limiti intrinsechi quelli di poter lavorare solo su dati del passato e che quindi risultano più fragili proprio in momenti di rottura come crisi geopolitiche o cambiamenti del regime monetario. Il secondo rischio è l’altra faccia della medaglia della personalizzazione: se l’algoritmo ottimizza solo sulla base delle preferenze dell’utente, finisce per mostrargli esclusivamente ciò che già gli piace e lo esclude da alternative potenzialmente utili. Il terzo è la delega silenziosa, nel senso che l’utente pensa di decidere quando invece ma ratifica una scelta orientata dallo strumento. Per questo, secondo Barbanti, servono sistemi capaci di esplicitare i propri vincoli. “Uno strumento che ogni tanto sa dire ‘su questo non ho certezza’ vale più di mille strumenti che si dichiarano infallibili”, ha affermato.
Competenze e capitale umano
Andrea Orlandini, presidente dell’Associazione Italiana per l’Intelligenza Artificiale, ha allargato il discorso al livello delle competenze e della cultura digitale del Paese. “L’Italia è in prima linea nello studio e nello sviluppo di soluzioni LLM”, ha detto. Poi ha aggiunto: “La Penisola possiede un capitale umano molto importante, il tema è mantenerlo all’interno del Paese”. Quanto alle conoscenze richieste agli utenti, non serve trasformare tutti in esperti di tecnologia. È necessario però sviluppare una comprensione di base del funzionamento degli strumenti, delle loro possibilità e dei loro limiti che sia diffusa tra tutti. In questa prospettiva, l’AI deve restare al servizio della persona. Può accelerare processi e semplificare attività complesse, ma non sostituire il giudizio umano. “Deve essere un acceleratore e un amplificatore, ma il criterio decisionale deve restare in mano alla persona”, ha affermato Orlandini.
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