Sempre di più nel futuro la crescita e le politiche economiche devono essere orientate al principio della qualità, a sua volta ancorato ai concetti di innovazione e creatività
Sergio Focardi
Ci sono parole che fanno un po’ paura: stagflazione è una di queste. Il termine fu usato per la prima volta nel 1965 da Iain Macleod in un discorso al Parlamento inglese. Macleod era un conservatore che nel 1970 divenne Chancellor of the Exchequer, l’equivalente inglese del Ministro delle Finanze.
Stagflazione, contrazione di stagnazione e inflazione, indica una situazione di bassa o zero crescita economica, elevata inflazione, e alto livello di disoccupazione. Il fenomeno è temuto perché è una condizione in sé stessa negativa, da cui sembra difficile uscirne. Infatti, si pensa, misure per ridurre l’inflazione faranno contrarre ancora di più l’economia mentre misure per far crescere l’economia produrranno ancora più inflazione. Proprio ciò che accadde negli anni ‘60 e ’70 in Inghilterra, dove si riteneva che l’economia fosse entrata appunto in una situazione di stagflazione.
Concetti controversi
Nel recente articolo Secular Stagnation: Real Problems and Statistical Illusions (2021) James K. Galbraith (professore di economia all’Università del Teas ad Austin) obietta che ci sono artefatti statistici dietro il concetto di stagflation e di secular stagnation e propone misure di politica economica non convenzionali. Nell’articolo citato, Galbraith sostiene che, a causa dell’innovazione e dei cambiamenti qualitativi dei prodotti, il concetto di inflazione ha un fondamento debole. I concetti di produttività e crescita reale che dipendono dal concetto di inflazione hanno perciò una base debole.
In diversi articoli recenti, anche dalle pagine di questo giornale, ho sostenuto che i concetti classici di input, output, e capitale possono essere definiti solo aggregando i prezzi ma non quantità eterogenee. E’ impossibile aggregare le quantità di prodotti e servizi eterogenei e produrre la quantità di output. Tuttavia se aggreghiamo con i prezzi bisogna definire l’inflazione. L’inflazione non è un semplice osservabile ma è un termine teorico. Infatti, non esiste un cambiamento dei prezzi omogeneo. I prodotti cambiano qualitativamente, nuovi prodotti sono introdotti vecchi prodotti non sono più venduti.
Il risultato finale è che possiamo costruire una teoria economica solo in senso monetario mentre i legami con l’economia reale sono relazioni astratte. Ad esempio non possiamo scrivere una funzione di produzione che leghi la quantità di output alla quantità di capitale e alla quantità di lavoro perchè queste quantità non esistono. Queste questioni sono note da molti decenni ma sono fondamentalmente ignorate dall’economia mainstream.
Concentrarsi sulla crescita qualitativa
Negli ultimi decenni le economie avanzate hanno conosciuto una rapida evoluzione. Parlare oggi di stagflazione vuole dire ancorare il discorso economico e le politiche economiche a teorie e concetti non più applicabili ad un mondo in rapida evoluzione soggetto a vincoli di disponibilità di materie prime e a vincoli ambientali di riscaldamento globale. Mi sembra che si dovrebbero implementare seguenti cambiamenti di politica economica, o quantomeno di atteggiamento economico.
Innanzitutto, bisogna cominciare a guardare alla crescita qualitativa come crescita reale. Questo cambiamento è molto importante in un momento come questo in cui molti temono che la guerra in Ucraina e il Covid-19 porteranno recessione. Oggi la crescita qualitativa per se non è considerata. Infatti, come è calcolata la crescita? Essenzialmente si prende il Pil nominale e si calcola il Pil reale scontandolo con l’inflazione. L’inflazione è calcolata su un paniere di beni di consumo abbastanza stabili ed è estesa a tutta l’economia. Ma questo crea un errore di fondo per due ragioni. Innanzitutto i cambiamenti qualitativi del paniere di beni portano a incrementi di prezzo che sono calcolati come inflazione. Secondo, i beni non inclusi nel paniere sono beni tipicamente ad elevato tasso di innovazione e non possono essere soggetti ad un calcolo inflattivo.
In conclusione, la crescita reale è sottostimata. Questo è un grave problema che porta ad errori di politica economica specialmente in un momento come questo in cui la crescita economica e l’inflazione sono al centro dell’attenzione. Bisognerebbe adottare il punto di vista che le economie moderne, sistemi complessi evolutivi, non possono essere caratterizzate da un unico tasso di inflazione calcolato su un sottoinsieme statico dell’economia.
L’economia dovrebbe essere stimolata a reagire alla penuria di risorse naturali indotte dalla scarsità intrinseca delle risorse e dagli effetti della guerra con innovazione e creatività. Ma innovazione e creatività non sono stimolate se inducono apparente decrescita. È necessario un cambiamento di atteggiamento e di teoria che premi l’innovazione e la crescita qualitativa. La penuria di materie prime è un fatto che sarà necessario affrontare. Il mondo moderno ha dimostrato enormi capacità creative. E’ necessario che la teoria e la pratica dell’economia riconoscano questa creatività nel produrre complessità e non rimangano ancorate a schemi quantitativi ormai obsoleti.
L’altro importante aspetto della stagflazione è la disoccupazione. Il problema dell’occupazione va affrontato direttamente non come sottoprodotto della crescita/decrescita. Il problema chiave è la produzione del profitto. L’automazione e la dislocazione di certe attività di basso livello hanno reso le economie moderne avanzate estremamente produttive. Un’economia capitalistica è guidata dalla produzione di profitto. Oggi il profitto è in parte materiale, formato dai beni e servizi che i salariati non sono in grado di acquistare, ma in parte puramente monetario. Questo è dovuto all’indebitamento dei salariati e alla grande quantità di denaro prodotta dalle banche centrali.
La combinazione degli effetti dell’automazione e del meccanismo di produzione del denaro fa si che frazioni crescenti della popolazione fondamentalmente non contribuiscano al profitto. Il trickle down, il fenomeno per cui la crescita indotta dal profitto ricade su tutti, non funziona più. Questo fatto rimanda allo Stato la responsibilità di creare lavoro e occupazione dignitosa per fasce crescenti di popolazione che viene esclusa dal ciclo di produzione del profitto.
Per concludere, accettare che ci stiamo muovendo nella direzione della stagflazione implica la rinuncia passiva ad affrontare una difficile situazione economica con creatività e innovazione. Dobbiamo accettare che la crescita quantitativa è divenuta impossibile, almeno nella situazione presente. Le decisioni di economia politica devono premiare creatività e innovazione accettando che complessità e cambiamenti qualitativi sono vera crescita.
* Sergio Focardi insegna “Economia della complessità” alla Franklin University Switzerland di Lugano, Svizzera.
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