È molto difficile azzardare una critica di metodi usati da entità e persone di grande credibilità come le banche centrali e i loro economisti. Eppure è utile farlo. Forse aiuta separare l’aspetto puramente concettuale dall’aspetto pratico legato ai processi decisionali delle banche centrali ed ai loro obiettivi
Sergio Focardi
Il concetto di un tasso di interesse naturale, oggi spesso chiamato tasso neutrale di interesse o anche r* (R-star) nei lavori accademici, è dovuto all’economista svedese Knut Wicksell. In un lavoro del 1898 l’economista definì il tasso naturale di interesse come il tasso di interesse che permette ad un’economia di funzionare con piena occupazione al massimo delle sue capacità produttive con una piccola inflazione costante.
Wicksell era un’economista geniale ed ebbe molte intuizioni che si rivelarono fondamentali per lo sviluppo della teoria economica. Ad esempio, creò la teoria di un’economia basata solo sul credito e sostenne che il credito crea potere d’acquisto. Rivolgendosi alla conferenza “Towards a Sustainable Financial System” alla Stockolm School of Economics il 12 Settembre 2013, Adair Turner sostenne che molte delle intuizioni di Wicksell sul ruolo del credito nell’economia sono state dimenticate dagli economisti moderni.
Wicksell nel mondo moderno
Il lavoro di Wicksell fu ignorato per molto tempo: scritto in tedesco, fu tradotto solo nel 1936. Sopratutto, fino agli anni ‘90 le banche centrali non gestivano attivamente i tassi di interesse. Si riteneva che il compito principale delle banche centrali fosse il controllo della quantità di moneta circolante ma non il controllo dei tassi di interesse. A partire dagli anni ‘90, tuttavia, le banche centrali cominciarono a gestire i tassi di interesse. Il rinnovato interesse per i tassi di interesse portò a guardare con attenzione al lavoro di Wicksell. Quando i tassi di interesse arrivarono allo zero le banche centrali conclusero che era necessario capire quale fosse il valore corretto dei tassi di interesse.
Il tasso d’interesse naturale, o r*, è un concetto teorico non è una variabile osservabile. Il crescente interesse delle banche centrali per il tasso naturale, visto come una specie di costante di natura, ha prodotto un’offerta di modelli per stimare il tasso r*. I modelli più noti sono il modello Laubach-Williams (modello LW, 2003) e il più recente modello Holston-Laubach-Williams (modello HLW, 2017). Questi modelli ovviamente non possono essere sottoposti a verifica empirica, o almeno non a verifica empirica diretta. Infatti, il tasso r* rappresenta il tasso a breve termine di un’economia altamente idealizzata. Da un punto di vista metodologico il tasso r* è analogo al prezzo teorico di un’azione.
Allora, dal momento che le banche centrali considerano il tasso r*un importante indicatore, cerchiamo di capire quale sia davvero la sua utilità e la sua connessione con la realtà empirica. Innanzitutto bisogna capire quali siano i rapporti causali. Le banche centrali hanno spostato l’attenzione sui tassi di interesse perchè ritengono che i tassi di interesse possano agire come regolatori di un economia. Le banche centrali agiscono sulla base della teoria per cui alzare i tassi di interesse ha un effetto deprimente sull’economia mentre ridurre i tassi di interesse costituisce uno stimolo per l’economia. In parallelo, si ritiene che un effetto deprimente sull’economia freni l’inflazione mentre un effetto di stimolo possa portare ad un incremento di inflazione. I tassi di interesse sono percio’ utilizzati come regolatori dell’inflazione.[1]
I modelli LW e HLW sono modelli macroeconomici teorici che stimano r* sulla base di vari parametri in particolare il tasso di crescita dell’output di un’economia. Il tasso r* non rimane costante nel tempo ma cambia in funzione di cambiamenti tecnologici e strutturali che influenzano l’output. Si ritiene che il tasso r* sia diminuito in modo significativo nelle ultime tre decadi.
Ora è molto difficile azzardare una critica di metodi usati da entità e persone di grande credibilità come le banche centrali e i loro economisti. Eppure è utile farlo. Forse aiuta separare l’aspetto puramente concettuale dall’aspetto pratico legato ai processi decisionali delle banche centrali ed ai loro obiettivi.
L’attualità del pensiero di Wicksell
Wicksell ha scritto il suo saggio sul tasso neutrale 120 anni fa. Le economie avanzate allora erano molto diverse da quelle di oggi. L’agricoltura impiegava ancora metà della popolazione e l’industria era legata a grossi investimenti in macchinari pesanti. L’evoluzione di prodotti e servizi era lenta. Si poteva ragionevolmente ipotizzare che in prima approssimazione un’economia fosse un’entità omogenea capace di raggiungere uno stato di equilibrio. Si poteva anche accettare che concetti quali output e inflazione potessero rappresentare un’approssimazione della realtà economica.
Oggi le economie avanzate sono sistemi complessi evolutivi. Prodotti e servizi evolvono in continuazione e la stessa struttura delle istituzioni evolve. Come ho scritto in altri articoli dalle pagine di questo giornale, e’ impossibile aggregare l’output economico in modo da arrivare ad una misura fisica dell’output. L’unica possibile aggregazione è attraverso il prezzo formando il pil, la somma di tutte le transazioni finali. Ma il pil è una quantità monetaria che dipende da fattori monetari ed è soggetto ad un processo di inflazione.
Tuttavia, calcolare l’inflazione di prodotti e servizi soggetti a innovazione qualitativa è in parte arbitrario in quanto implica decidere “il prezzo della qualità”. In alcuni paper abbiamo suggerito di dividere i beni e servizi in due categorie, alta e bassa innovazione. Per i prodotti a bassa innovazione si calcola l’inflazione con i metodi classici ma stipuliamo che l’inflazione dei prodotti ad alta innovazione sia zero. Scegliamo i prodotti e servizi ad alta innovazione usando un indice di complessità.
Un altro punto critico è la piena occupazione. La nozione classica che l’occupazione sia legata all’output non si applica più alle economie complesse, evolutive. Infatti, l’automazione, il crescente simbolismo di prodotti e servizi, e la dislocazione delle attività produttive hanno slegato impiego e output. Inoltre, la creazione di profitto monetario è legata alla capacità di indebitamento dei lavoratori e alle azioni della Banca Centrale. Ho trattato questi punti in due articoli su Social Europe[2].
Allora dobbiamo porci la domanda se abbia senso ipotizzare e calcolare un tasso neutrale, r*, in una economia ad alta innovazione e ad alto livello di automazione con un meccanismo di creazione del denaro basato sul credito. Se ignoriamo le complessità, calcoliamo l’inflazione come al solito, il tasso di interesse puo’ avere un effetto espansionistico o meno sull’economia. In questo senso il tasso r* è un punto di equilibrio teorico.
Tuttavia, se osserviamo l’economia da vicino come sistema complesso evolutivo, vediamo che la relazione occupazione-pil-inflazione è molto complessa. La riduzione dell’occupazione e la comparsa di fasce consistenti di popolazione impiegate per lavori primitivi e sottopagati è un esempio della complessità di queste relazioni.
Il tasso r* è calcolato usando modelli altamente idealizzati che sono stimati usando dati quali il pil reale, ciò il pil nominale scontato per tener conto dell’inflazione. In un sistema complesso evolutivo questa strategia è, almeno in parte, arbitraria. Il PIL reale non è un osservabile è un termine teorico che dipende dal metodo di calcolo dell’inflazione.
Dal punto di vista delle banche centrali il tasso r* fornisce una guida per stimolare il pil reale o contrarre l’inflazione, dove pil reale e inflazione sono calcolati con i metodi classici. Ma quali sono le conseguenze reali di queste decisioni? Alzare i tassi di interesse in modo generalizzato per ridurre l’inflazione rischia di contrastare l’inevitabile sforzo creativo dell’industria per aumentare la qualità dei prodotti e servizi senza aumentare la loro “impronta materiale” cioè il loro impatto sull’ambiente. Le conseguenze sul lavoro possono essere serie per le ragioni che abbiamo indicato prima legate all’automazione e al circuito del profitto.
Le economie avanzate sono oggi sistemi complessi che devono adattarsi a produrre qualità più che quantità: misure di politica economica che non riconoscano la essenziale complessità dell’economia rischiano di essere molto negative.
* Sergio Focardi insegna “Economia della complessità” alla Franklin University Switzerland di Lugano, Svizzera.
[1] Holston, Kathryn, Thomas Laubach, John C. Williams. 2016. “Measuring the Natural Rate of Interest: International Trends and Determinants.” Federal Reserve Bank of San Francisco Working Paper 2016-11. http://www.frbsf.org/economic-research/publications/workingpapers/wp2016-11.pdf
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