Dall’Osservatorio Assogestioni sui sottoscrittori di fondi comuni, emerge come i piani di accumulo del capitale siano molto più diffusi presso gli under 40 e nelle provincie meridionali. Approccio programmatico, bassi impegni di capitale e possibilità di cavalcare i temi i fattori che fanno gola. Ecco come si muovono i gestori
In un mercato come quello italiano, dove il tasso di educazione finanziaria si attesta a livelli ancora sotto la media, l’approccio all’investimento imposto dai Piani di accumulo del capitale (PAC) può rappresentare un’importante freccia all’arco del risparmio gestito nell’ottica di intercettare nuove fette di clientela e aumentare la raccolta. Tanto più alla luce di quanto emerso dall’ultimo Rapporto di Assogestioni sui sottoscrittori retail di fondi comuni, una ricerca che ha mostrato come questo genere di prodotti stia prendendo sempre più piede proprio presso le due categorie di utenti storicamente considerate più difficili da intercettare per l’industria: i giovani e i risparmiatori del Mezzogiorno. Ecco, quindi, che si moltiplicano iniziative e programmi degli operatori per promuovere lo strumento. Non senza novità.
Dati inaspettati
Riccardo Morassut, Senior Research Analyst Assogestioni
L’edizione 2023 dello studio realizzato annualmente dall’Ufficio Studi dell’Associazione, presentato durante la tredicesima edizione del Salone del Risparmio, ha innanzitutto restituito l’istantanea di un’industria in salute. “Il campione analizzato rappresenta la quasi totalità dei fondi detenuti dalle famiglie italiane nel 2022, per un controvalore di 180 miliardi di euro”, ha detto il Senior Research Analyst di Assogestioni Riccardo Morassut. Che ha aggiunto: “Contando anche il 65% di copertura sui prodotti esteri (220 miliardi), il patrimonio intermediato tocca i 400 miliardi su un mercato complessivo di 520 miliardi”. Un dato che corrisponde a 11,5 milioni di sottoscrittori, più o meno gli stessi del 2021 nonostante nel mezzo ci sia stato uno dei periodi più difficili dei mercati finanziari. Ed è in questa esatta cornice che vanno inquadrati i dati sui giovani e sulle loro preferenze.
A fronte di un’età media pari a 61 anni, sottolinea l’Osservatorio, gli under 40 rappresentano il 13% del campione. Mentre, in termini di quota investita, i loro 14mila euro di investimento medio (18mila per i Millennials e 12mila per la Gen Z) si confrontano con un importo di 62mila euro per la Silent generation e di 82mila per la Greatest. Ma se è vero che le nuove generazioni paiono ancora sottorappresentate e impiegano meno risorse (anche perché minore è il loro reddito pro-capite), non si può ignorare che lo facciano in modo più efficiente. La conferma viene proprio dal dato sul grado di utilizzo dei piani di accumulo del capitale, utilizzati in forma pura dal 22% del campione e in modalità mista dal 16%: mentre nelle fasce di età più avanzate la loro diffusione non supera il 30% dei risparmiatori (con un floor del 5% presso la Greatest generation e del 15% presso i Boomers), oltre la metà dei Millenials e quasi il 60% dei giovanissimi vi fa ricorso.
Metodo e versatilità ma non solo
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