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Uno su due l’ha già integrata nei propri processi d’investimento. E per il 75% eguaglierà o supererà l’analisi tradizionale entro un decennio. A guidare la rivoluzione, asiatici e nordamericani. Lo studio Invesco
Non una rivoluzione futura ma un cambiamento già avvenuto e in continua espansione: ecco come gli investitori sistematici vedono l’intelligenza artificiale. Tanto che uno su due l’ha già integrata nei processi decisionali, mentre tre su quattro sono convinti che eguaglierà o supererà l’importanza dell’analisi tradizionale entro un decennio. La svolta emerge dall’ottavo Global Systematic Investing Study di Invesco, che mostra come questa tecnologia sia usata prevalentemente per analizzare i trend di mercato e ottimizzare le allocazioni ma venga percepita come efficace anche nell’ottica di testare le strategie e modificare le posizioni in tempo reale. A guidare la rivoluzione, evidenzia lo studio che ha coinvolto 130 operatori con un patrimonio complessivo di 22.500 miliardi di dollari, sono per ora americani e asiatici mentre la medaglia degli scettici va ai professionisti dell’Area Emea.
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La rivoluzione IA è già partita
Dall’indagine risulta evidente come l’IA venga già impiegata in un’ampia gamma di attività chiave, soprattutto per comprendere meglio il contesto e individuare punti di svolta dei trend macroeconomici. Quasi la metà degli intervistati (46%) se ne serve per scoprire pattern nell’andamento del mercato, mentre il 38% la usa per definire le proprie allocazioni di portafoglio e nell’ambito della gestione del rischio. In particolare, gli investitori apprezzano la capacità dell’IA di aiutare a mitigare i pregiudizi umani e a prevedere l’imprevedibile. Un buon motivo per ritenere che questa nuova tecnologia diverrà sempre più protagonista nei prossimi anni. Sebbene una minoranza significativa (29%) già la usi per sviluppare e testare strategie, la stragrande maggioranza (76%) prevede di farlo in futuro. E mentre solo il 20% già la sfrutta per monitorare e modificare le proprie posizioni in tempo reale, oltre metà (55%) pensa di farlo prossimamente.
In particolare, per gli investitori wholesale, il beneficio principale è la migliore gestione dei rischi (76%), seguito dalla possibilità di adattarsi in maniera flessibile al mutamento delle condizioni di mercato (65%). La strada ovviamente non è solo in discesa: tra gli ostacoli più difficili da affrontare spiccano infatti i costi di implementazione (64%) e la complessità dei modelli basati (61%). Secondo gli istituzionali, invece, il vantaggio più interessante offerto da questa innovazione sta nella possibilità di ottenere informazioni corrette e tempestive (78%). Seguono una migliore gestione dei rischi (74%) e una maggiore efficienza e automazione (68%). I loro timori principali riguardano la complessità (78%) e la qualità e completezza dei dati (51%).
“Abbiamo rilevato il timore che le strategie basate sull’IA possano eclissare i modelli tradizionali”, sottolinea Bernhard Langer, cio quantitative strategies presso Invesco. Dal suo punto di vista, i modelli basati sull’IA potranno in futuro attrarre l’interesse degli investitori, soprattutto dei più giovani, costringendo le aziende ad adattarsi rapidamente. “La sfida fondamentale è la gestione dei rapporti con gli stakeholder: gli investitori devono poter spiegare e giustificare il ricorso ai modelli legati all’IA, data la diffidenza nei confronti di soluzioni basate su scatole nere”, fa notare Langer, evidenziando come il quadro normativo resti ambiguo.
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Apac e Nord America in testa
Mentre nell’area Emea maggior parte degli investitori crede che tra dieci anni l’IA continuerà a essere meno importante dei metodi delle analisi tradizionali, in Nord America e nella regione Asia Pacifico la pensano così solo il 10% e il 7% del campione. Di contro, appena il 4% degli operatori Emea ritiene che l’intelligenza artificiale soppianterà i metodi tradizionali nell’arco di tale periodo, contro numeri molto più elevati sia al di là dell’Atlantico (19%) sia nell’area Apac (20%).
I vantaggi dell’investimento sistematico
Sebbene l’investimento fattoriale rappresenti storicamente una colonna portante di quello sistematico, lo studio Invesco rivela poi che ad aiutare gli operatori ad affrontare le sfide chiave degli ultimi anni è stata una gamma di strumenti molto più ampia. A partire da quelli che consentono di interpretare il contesto macroeconomico. Per la maggior parte (63%), le strategie sistematiche hanno infatti giocato un ruolo importante nel gestire la volatilità nel corso del 2023. Quasi il 60% ha anche affermato che il ricorso a tale approccio è stato favorito dal nuovo regime di mercato caratterizzato da un’inflazione più elevata, affermazione che ha trovato in disaccordo solo il 6% degli istituzionali e il 10% dei wholesale. Inoltre, per tre quarti dei partecipanti un’asset allocation dinamica è ora componente centrale dell’approccio perché consente di ribilanciare e adeguare i propri portafogli in base alle condizioni di mercato. Gli strumenti legati all’investimento sistematico hanno aiutato a inquadrare e ad analizzare il regime macro sottostante, potendo così trarre inferenze sul relativo impatto su asset class, fattori, aree geografiche e settori.
Al di là delle asset class e dei fattori tradizionali
Infine, lo studio segnala un sempre maggiore consenso sulla possibilità di applicare un approccio sistematico a una gamma di asset class più ampia di quanto si pensi. I modelli sistematici sono ormai ben integrati in ambito sia azionario che obbligazionario, ma il mix tra l’aumento dei rendimenti e l’abbandono del quantitative easing ha fatto sì che i fattori macroeconomici tradizionali tornassero a essere centrali nel determinare i rendimenti dei vari Paesi e settori. Ciò ha reso più attrattivo il ricorso a strategie sistematiche nel campo delle materie prime e in quello delle valute: sebbene solo un quarto dei partecipanti segua questi metodi per le commodity, secondo il 59% si tratta in prospettiva di un tema centrale.
Il nuovo contesto macroeconomico ha anche spinto gli investitori a ripensare il concetto convenzionale di ‘fattore’. In particolare, per quattro su cinque quello ‘growth’ è un fattore a sé stante. Gli investitori ora non vedono ‘growth’ e ‘value’ come opposti, bensì distinti e in alcuni casi complementari, come dimostra il successo di fattori misti e più specifici come quello legato a una ‘crescita a un prezzo ragionevole.
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