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Waller e Bowman a favore di un taglio. Ma Powell non cede a Trump: “Inflazione ancora elevata ed economia in rallentamento: nessuna decisione per settembre”
Nonostante fosse tutto previsto, lo scossone è arrivato ugualmente. Come atteso dai mercati, infatti, la Fedral Reserve ha deciso di lasciare i tassi Usa invariati fra il 4,25% e il 4,50% per la quinta riunione consecutiva, ma due suoi membri, Christopher Waller e Michelle Bowman, hanno votato contro esprimendosi a favore di un taglio di un quarto di punto. Se quindi il numero uno dell’istituto centrale, Jerome Powell, continua a resistere alle violente pressioni del presidente Usa, Donald Trump, il consenso attorno a lui inizia a mostrare chiari segni di sgretolamento, rafforzando leggermente l’ipotesi di un intervento a settembre.
Le Fed vede una frenata dell’economia Usa
A preoccupare Powell e gli altri nove membri del Fomc favorevoli alla linea della prudenza è sempre l’incertezza causata dai dazi e dalle tensioni internazionali. Neanche gli ultimi dati sul Pil a stelle e strisce usciti nel corso della riunione, che certificano un’espansione del 3% nel secondo trimestre, oltre le attese degli analisti, sono riusciti a convincerli ad allentare la stretta monetaria. Lo statement segnala infatti un rallentamento: “La crescita dell’attività economica si è moderata nella prima metà dell’anno. Il tasso di disoccupazione rimane basso e le condizioni del mercato del lavoro rimangono solide. L’inflazione rimane piuttosto elevata”, si legge.
Powell: nessuna decisione per settembre
Prima dell’annuncio ufficiale, Trump aveva anticipato la decisione di politica monetaria nel corso di un punto stampa, attaccando per l’ennesima volta Powell. “Tenere i tassi così alti sta causando problemi ai cittadini ed è tutta colpa della Fed. Dovremmo abbassarli, so che il taglio ci sarà a settembre”, ha detto. “È sempre troppo in ritardo, anche se lo facesse oggi”, ha aggiunto poi, riferendosi al banchiere centrale e al soprannome ‘too late’ con cui è solito chiamarlo. La replica non si è fatta attendere: “non è stata presa alcuna decisione” per la prossima riunione, ha affermato il numero uno dell’istituto in conferenza stampa. Rimarcando che l’attuale “politica monetaria moderatamente restrittiva appare appropriata” e “in linea con i rischi di inflazione”. Secondo Powell, infatti, “i dazi stanno spingendo i prezzi di alcuni beni” ed è “probabile che l’inflazione core risulti in rialzo al 2,7% a giugno su base annua”. Inoltre è anche “possibile che gli effetti inflattivi possano essere più persistenti”, oltre che “più lenti del previsto” nel manifestarsi.
Trump spacca la Fed
Pur senza sorprese, l’ultima riunione prima della pausa estiva costituisce quindi un piccolo terremoto. Per la prima volta dal 1993, infatti, due membri del Board of Governors, composto da sette membri, hanno votato contro una decisione sui tassi. Un avvenimento destinato a infuocare il già acceso dibattito su come le ripetute pressioni pubbliche di Trump stiano minacciando l’indipendenza di un’istituzione concepita per definire la politica monetaria indipendentemente dai desiderata della politica. D’altra parte sia la vice chair for supervision, Michelle Bowman, sia il governatore Christopher Waller (nella rosa dei possibili candidati alla presidenza della Fed) sono stati nominati dal tycoon. Così come accadde nel 2018 allo stesso Powell, che però diventò “un incapace” già nel 2019. “Una banca centrale indipendente è un’architettura istituzionale che serve bene i cittadini e che andrebbe rispettata”, si è limitato a replicare quest’ultimo in conferenza stampa. Sottolineando come sia proprio l’autonomia a permettere di “assumere queste decisioni molto impegnative, focalizzate sui dati e sull’evolversi delle prospettive, e non su fattori politici”. “Penso che sia ampiamente compreso, certamente al Congresso. E che sia molto importante affermarlo”, ha scandito.
Il commento del gestore
“Sebbene la Federal Reserve abbia adottato una posizione neutrale per il momento, siamo relativamente ottimisti sulle prospettive di crescita globale”, commenta a caldo Robert Lind, economista di Capital Group. Per l’esperto, i primi segnali di rallentamento dell’economia statunitense stanno iniziando a manifestarsi. E l’impatto dei dazi dovrebbe spingere al rialzo l’inflazione e frenare la crescita, esercitando ulteriori pressioni sulla banca centrale. “Un modesto allentamento della politica monetaria nel corso dell’anno appare plausibile, ma la flessibilità della Fed potrebbe essere limitata se l’inflazione si rivelasse più persistente del previsto”, avverte.
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