Un’analisi Prometeia mostra che gli episodi di fallimenti o cyberattacchi legati alle valute digitali fanno guadagnare in media lo 0,7% in Borsa ai titoli degli istituti, con picchi per quelli digitalizzati. Segno che gli investitori vedono l’asset class come rivale del credito
Per anni i crypto-asset hanno rappresentato una nicchia, un universo parallelo rispetto ai circuiti della finanza tradizionale. Oggi, invece, il loro legame con le banche è sempre più stretto e sempre più complesso. Eppure, il mercato continua a interpretare la diffusione di Bitcoin & Co più come una minaccia competitiva che come un’opportunità di integrazione per il sistema creditizio. Lo conferma l’ultima ricerca di Prometeia, che mostra come che gli episodi di fallimenti o cyberattacchi legati alle valute digitali facciano guadagnare in media lo 0,7% ai titoli degli istituti e quasi l’1% a quelli più digitalizzati.
Extra-rendimento in caso di eventi crypto negativi
Lorenzo Prosperi, principal di Prometeia
Il report, che mette in relazione i rendimenti borsistici di 35 istituti globali con oltre 50 event study del mondo cripto verificatisi dal 2014 al 2025, evidenzia una chiara tendenza a considerare i digital asset rivali diretti dell’industria creditizia: se infatti notizie positive come nuovi sviluppi tecnologici o aperture normative non hanno mostrato effetti statisticamente significativi sui corsi azionari delle grandi banche, quelle legate a furti o attacchi informatici hanno generato un extra-rendimento cumulato dell’0,7% nei dieci giorni successivi. Tra gli episodi più significativi figurano la bancarotta di FTX, che nel 2022 ha bruciato circa 8 miliardi di dollari di valore, e l’introduzione di regole più stringenti come il MiCA europeo o la cosiddetta travel rule. Secondo Lorenzo Prosperi, principal di Prometeia e tra i responsabili dello studio, il messaggio è dunque chiaro: “Gli investitori interpretano casi simili come il segnale di un vantaggio competitivo per il sistema finanziario tradizionale e sono portati a premiare le società che lo rappresentano”.
Banche più digitali, reazioni più forti
Un’altra evidenza emersa dallo studio è quella che riguarda il grado di digitalizzazione degli istituti. Le banche che negli ultimi anni hanno investito maggiormente in tecnologia si sono infatti dimostrate capaci di reagire in modo più marcato agli shock negativi del mondo crypto, registrando un rendimento anomalo cumulato pari in media allo 0,9%. Per misurare il livello di digitalizzazione, spiega Prosperi, Prometeia ha utilizzato “un indice proprietario costruito tramite l’analisi testuale dei report annuali dei principali gruppi bancari europei tra il 2009 e il 2023”. L’ipotesi interpretativa è che proprio le realtà più innovative, cioè quelle con una clientela ‘tech-oriented’, si trovino in concorrenza diretta con l’offerta di servizi delle piattaforme crypto. Una convinzione radicata nell’idea che, per il risultati del settore, uno dei maggiori rischi possa consistere proprio nell’eventuale spostamento dei risparmi delle famiglie dai conti deposito ad asset immateriali.
Se è vero che i digital asset vengono percepiti dai mercati come un fattore di competizione e non di complementarità rispetto al sistema bancario, Prosperi sottolinea che la partita è comunque tutt’altro che chiusa in prospettiva. Fattori come la crescente adozione delle tecnologie blockchain e l’evoluzione normativa o anche l’ingresso diretto di molti istituti nel mondo delle cripto, per esempio attraverso servizi di custodia, potrebbero infatti ridisegnare il perimetro competitivo e trasformare la minaccia in opportunità. Per ora, però, il messaggio dei mercati è chiaro: ogni volta che le cripto inciampano, le banche tirano un sospiro di sollievo.
Il ruolo delle stablecoin
Una variabile da non trascurare nello sforzo di capire come evolverà il settore è quella delle stablecoin, in particolare dell’euro digitale. Al momento, come sottolinea Prosperi, la valuta digitale alla quale la Banca centrale europea sta lavorando sembra però concepita come uno strumento di difesa dalle cripto anziché come un ponte verso quel mondo. “La sua implementazione implicherà ampi costi per le banche in termini di adeguamento delle infrastrutture ma è stato disegnato per ridurre l’influenza di attori stranieri nel sistema dei pagamenti e limitare gli effetti negativi sulla raccolta mediante un meccanismo di tetto all’ammontare detenuto di euro digitale, in modo da scongiurare qualsiasi rischio di digital-bank run”. Dove invece si sono fatti passi in avanti sull’integrazione sono gli Stati Uniti, con il Genius Act voluto da Trump che sembra aver messo in pausa il progetto di digital dollar per tendere la mano al mondo dei digital asset.
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