Per i portafogli odierni servono strategia, attenzione al rischio e visione di lungo periodo, senza farsi fagocitare dalla geopolitica. Ecco perché il wealth management non è solo investimento finanziario
Pio Benetti, chief investment officer di BPER Banca Private Cesare Ponti
Il panorama finanziario globale degli ultimi anni ha cancellato molte certezze. Dall’inflazione (che si è affermata con forza dopo la pandemia) alle mosse delle banche centrali, dallo scoppio della guerra in Ucraina alle tensioni in Medio Oriente, il mercato sembra sempre più sull’orlo di una nuova fase di instabilità. In questo contesto, entro cui si muovono investitori e gestori, una regola vale più di ogni altra: non farsi travolgere dall’onda delle notizie di breve periodo. “Nell’immediato i mercati sono ormai completamente news driven: reagiscono ai dati, alle parole dei policy maker e agli eventi geopolitici in modo molto più polarizzato rispetto al passato”, racconta Pio Benetti, chief investment officer di BPER Banca Private Cesare Ponti. E in effetti, i primi mesi del 2026 hanno visto oscillazioni marcate su asset tradizionali come azioni, obbligazioni e valute, proprio in relazione alle attese sulle decisioni della Federal Reserve e alle tensioni commerciali tra grandi blocchi economici. Nel corso degli ultimi anni la crescita economica si è frammentata, la curva dei rendimenti si è appiattita e i mercati emergenti si sono trovati a fare i conti con un dollaro più forte, condizione che penalizza le economie importatrici di capitale. Lo scenario di stagflazione, per quanto considerato improbabile, non è da escludersi, se le pressioni sui prezzi e i rallentamenti economici dovessero persistere. “Abbiamo visto esplosioni della domanda post-Covid e schock geopolitici. A volte, però, le attese di mercato diventano panico generalizzato: è quello che è successo l’anno scorso, quando azioni e obbligazioni scesero insieme in una reazione a catena”, spiega Benetti. Da qui deriva l’invito alla cautela: mantenere portafogli con duration contenuta, un’esposizione azionaria diversificata e attenzione all’equilibrio tra aree geografiche.
A guardar bene, nel complesso mondo degli investimenti la tecnologia non è più un settore fra tanti: è un fattore trasversale che ridefinisce modelli di business, catene del valore e persino il modo in cui si costruiscono i portafogli. “La storia ci insegna che chi non si adatta sparisce”. Come a dire, impossibile oggi star fuori dall’AI (e da tutto quello che l’AI tocca). L’intelligenza artificiale rappresenta, infatti, una delle forze più disruptive: richiede investimenti ingenti e implica una rapida obsolescenza di tecnologie, prodotti e competenze. “Nel private banking, l’AI è un alleato della banca e del consulente, non un suo sostituto: spinge la leva della personalizzazione per consulenza, strategie e soluzioni, migliora l’efficienza nella costruzione dei portafogli, anche in termini di presidio dei rischi, e rende possibile una reportistica automatizzata, più avanzata e mirata”. A livello settoriale, Benetti indica infrastrutture, energia e transizione energetica come temi di lungo periodo da tenere d’occhio. “La transizione energetica non è un tema europeo isolato: serve a ridurre la dipendenza dalle materie prime dei Paesi fornitori e rafforzare la resilienza del sistema globale”. Anche settori come la digitalizzazione dei servizi, la cybersecurity e l’economia dei dati sono destinati a restare al centro dell’interesse degli investitori, perché rispondono a trend strutturali. Una domanda che sarà lunga decenni.
Sul fronte obbligazionario, invece, un elemento positivo del post‑Covid è il ritorno di un mercato basato sulla cedola più che sul capital gain. Con rendimenti a livello globale in ripresa e tassi reali tornati su livelli positivi, le obbligazioni riprendono il loro ruolo di strumenti di reddito e diversificazione. Tuttavia, gli spread (in particolare nel segmento high yield) richiedono una selezione estremamente attenta: “non compensano adeguatamente il rischio. Serve qualità”, avverte Benetti.
Un servizio olistico
In questo scenario contraddittorio, la gestione patrimoniale si è trasformata in un servizio olistico, che va oltre il semplice investimento finanziario. “Il cliente, soprattutto il cliente private con patrimoni rilevanti, non cerca più solo rendimenti e liquidità immediata, ma soprattutto un accompagnamento costante nella pianificazione e nella gestione del patrimonio complessivo, oltre la dimensione finanziaria degli investimenti”, spiega il cio. Per farlo, il wealth management si caratterizza per un servizio multidisciplinare: il private banker è il custode della relazione personale con il cliente e coordina il coinvolgimento di professionisti specializzati su temi di strategie e soluzioni di investimento, consulenza patrimoniale, anche in chiave previdenziale e assicurativa, o pianificazione successoria. Rimane centrale la capacità di ascolto: più che vendere prodotti, il private banker deve saper interpretare obiettivi, orizzonti temporali e propensioni al rischio. Un altro elemento distintivo riguarda la protezione in senso lato: non solo performance, ma anche sicurezza e utilizzo intelligente delle risorse. “Ancora oggi molti italiani mantengono una quota eccessiva di liquidità ferma sul conto corrente, per prudenza, per l’incertezza dei mercati o come forma di ‘autoassicurazione’ a cui attingere in caso di imprevisti. Una scelta spesso subottimale, che non considera le opportunità offerte da soluzioni assicurative personalizzate, in grado di coprire rischi di diversa natura e, allo stesso tempo, di liberare capitale da destinare a investimenti più efficienti e coerenti con i propri obiettivi patrimoniali.”, osserva Benetti. Anche questo fa parte di un approccio che coniuga competenza tecnica e comprensione delle esigenze individuali.
Infine, la visione di lungo periodo non può prescindere dall’equilibrio tra tecnologia e rapporto umano. “La relazione umana è comunque sempre indispensabile per accompagnare il cliente nelle scelte strategiche, gestendone talvolta anche le componenti emotive”, conclude Benetti. La gestione patrimoniale evoluta, insomma, non è più un’opzione, ma una necessità per navigare rischi e opportunità.
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