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Sostenibilità degli investimenti e nuove tecnologie sono una grande opportunità per il sistema previdenziale italiano, ma le peculiarità di casse e fondi pensione vanno rispettate. Il confronto tra Sgr e fondi pensione nel primo giorno del Salone del Risparmio.
Sostenibilità e risparmio sono legati in un binomio ormai inscindibile, che come tale non può che coinvolgere anche la gestione dei fondi pensione e delle casse di previdenza. E la grande sfida per l’allargamento del settore è riuscire ad andare oltre il criterio di esclusione nella scelta dei titoli attraverso l’engagement con tutti i soggetti economici attivi nel sistema, a partire dalle società in cui investire.
Di questi temi discutono, in occasione della nona edizione del Salone del Risparmio, alcuni rappresentanti di Sgr e fondi pensione, due mondi che nella previdenza di secondo pilastro trovano un terreno di confronto comune. Ormai i principi di sostenibilità di tipo Esg (Environmental, social and governance) rappresentano una conditio sine qua non anche per la previdenza complementare.
“Entro sette anni non parleremo più di criteri Esg, perché prenderanno il sopravvento”, spiega Marco Barbaro, general manager di BNP Paribas Asset Management. “Ci sono trend macroeconomici in atto talmente importanti da essere già imprescindibili. Tecnologia e innovazione sono i motori della crescita economica soprattutto in chiave di sostenibilità. Pensiamo all’acqua: sarà importante trovare nuove tecnologie per irrigare i campi e dare sostentamento a una popolazione in espansione”. Per far questo, insiste Barbaro, “dobbiamo investire nella sostenibilità del sistema previdenziale. I due elementi sono legati a doppio filo e i fondi pensione possono giocare un ruolo decisivo”.
È d’accordo Pier Candido Vaisitti, direttore generale del fondo pensione Unicredit: “I criteri Esg devono diventare la norma, ma oggi in Italia esiste un problema di dimensione dei fondi pensione integrativi. Stando ai dati Covip, a fine 2017 i fondi pensione italiani erano 452, per un patrimonio che vale all’incirca il 10% del Pil, ovvero una somma pari a 400 milioni a testa, una cifra ridicola rispetto ai Paesi del nord Europa”. Per Vaisitti, quindi, “piccolo non è bello”.
Di diverso avviso Maurizio Agazzi, direttore generale del fondo pensione Cometa dedicato ai metalmeccanici. Secondo Agazzi il problema non è la dimensione bensì la capacità e la competenza, anche in termini di adeguatezza, degli investimenti: “Bisogna essere fedeli alla mission originale del secondo pilastro perché ogni costruzione normativa viene fatta con un obiettivo chiaro. Ma per la politica la previdenza complementare è rimasta subalterna, con i fondi pensione usati come ammortizzatore sociale”.
Concetto ribadito anche da Alberto Oliveti, che ricopre le cariche di presidente Enpam (cassa di risparmio dei medici e odontoiatri) e presidente Adepp (Associazione degli enti previdenziali privati): “Dobbiamo sostenere i professionisti che lavorano nel Paese facendo leva su investimenti in aree economiche che possano fare da motore allo sviluppo del Paese: penso a investimenti nei settori della green e white economy, della salute e della conoscenza che siano in grado di garantire redditività finanziaria ai contributi dei professionisti. Ma bloccare soldi a livello finanziario come fatto nel caso del fondo Atlante ci lascia perplessi”.
“Sono d’accordo con Agazzi” afferma Antonio Barbieri, responsabile ufficio consulenza e investimenti istituzionali di Arca Fondi Sgr. “Il legislatore ha un po’ snaturato la previdenza complementare, ma oggi il Bot rende lo 0,4%. Il mondo è cambiato e non possiamo non domandarci come fare a massimizzare i rendimenti. Serve un salto culturale, dobbiamo approfondire le nuove asset class con un’allocazione che includa investimenti di lungo termine, illiquidi e vincolati per almeno cinque anni, da affiancare alla componente di titoli più facilmente disinvestibile”.
“Non bisogna snaturare gli investimenti dei fondi pensione”, conviene Alberto D’Avenia, managing director e responsabile della business development per il sud Europa di Allianz Global Investors che allo stesso tempo osserva: “Il criterio del best in class e dell’esclusione postula che non si investa in settori controversi come l’estrazione del carbon fossile o nelle armi, bensì solo nei campioni di sostenibilità dei vari settori”.
Strategia che, secondo D’Avenia, ha un forte limite. “Così si perde la grande opportunità dell’engagement, il dialogo coi Cda delle società dai fondamentali solidi – in cui magari si vorrebbe investire – ma che non sono pienamente sostenibili. Questo dialogo può essere focalizzato al miglioramento della loro impronta Esg”. La sfida per gli investitori istituzionali, oltre ad assumere processi di investimento che aderiscono ai principi di sostenibilità delle convenzioni internazionali, è dunque quella “di poter investire in benchmark più ampi”.
Per Laura Tardino di Aberdeen Standard Investments la finanza sostenibile è un punto di forza. “Abbiamo un approccio olistico-globale che all’analisi tradizionale dei rischi finanziari affianca quelli legati all’ambiente e alla governance delle società, con un alto livello di engagement volto a correggere le gestioni per includere gli aspetti Esg che più ci stanno a cuore. Ma la finanza sostenibile non è filantropia: i rendimenti ci interessano e pensiamo che proprio i criteri Esg ci permettano di prezzare meglio gli asset”.
Laura Nateri, responsabile per l’Italia di Lazard Fund Managers, plaude gli action plan comunitari che armonizzano gli investimenti sostenibili in Europa: “Ben venga questa interazione a livello europeo e mondiale”. Nell’analizzare le diverse componenti dell’acronimo Esg, Nateri pone l’accento sulla S di social “di cui si parla meno ma che è un fattore cruciale. Rendere i dipendenti felici di andare a lavorare, porre l’accento sulle diversità di genere e generazionali. È necessario valorizzare anche i talenti più giovani investendo sulla cultura. Il capitale umano guiderà il cambiamento” afferma Nateri, riprendendo uno dei temi evidenziati con maggiore enfasi dal presidente di Assogestioni Tommaso Corcos durante la plenaria di apertura del Salone.
“È difficile trovare un punto condiviso attorno alla definizione di sostenibilità, bisogna capire cosa cerca l’investitore dietro l’elemento Esg, e per questo è fondamentale dialogare con i clienti” sottolinea Antonio Iaquinta, responsabile per il business istituzionale Italia di State Street Global Advisors. “Difficile fare investimenti di lungo termine attraverso un’unica soluzione di tipo one stop shop, anche per i cambiamenti dei fondi pensione e le oscillazioni di mercato”.