Sfondata quota 5.100 dollari l’oncia dopo le minacce di Trump al Canada e con il rischio shutdown. Per gli analisti, le prospettive restano favorevoli e il lingotto è ormai componente strutturale dei portafogli
Anche quota 5.100 è andata. L’oro continua imperterrito la sua corsa e nel giro di poche ore è arrivato a sfondare altre due importanti soglie psicologiche (5.000 e 5.100 dollari l’oncia), spinto dall’intensificarsi delle tensioni geopolitiche, commerciali e monetarie causate dal presidente USA, Donald Trump. Stesso discorso per l’argento, che ha superato il picco dei 100 dollari, mentre il biglietto verde continua ad indebolirsi. Secondo i gestori, non si tratta più solo di una corsa ai beni rifugio in una situazione di incertezza: il metallo giallo è infatti ormai diventato una componente strutturale dei portafogli alla luce di un ordine mondiale definitivamente cambiato. Per questo la sua avanzata non dovrebbe incontrare ostacoli nei prossimi mesi.
Ancora una volta i nuovi record hanno un solo protagonista. Nel fine settimana Trump ha infatti minacciato il Canada di dazi al 100% su tutte le sue esportazioni verso gli USA se il governo di Ottawa dovesse siglare un accordo commerciale con la Cina. La situazione si è poi fatta incandescente anche sul fronte interno, con il leader democratico al Senato, Chuck Schumer, che ha annunciato l’intenzione di bloccare un massiccio pacchetto di spesa se i repubblicani non taglieranno i fondi al Dipartimento della Sicurezza Interna, aumentando così il rischio di un nuovo shutdown. Il tutto mentre restano sempre elevate le preoccupazioni per lo scontro con la Federal Reserve e per le pretese sulla Groenlandia.
Pesa l’incertezza: occhi sulla Fed
“Le turbolenze geopolitiche e l’incertezza economica continuano a pesare sugli investitori, con nessun progresso nei colloqui di pace tra Russia e Ucraina, crescenti speculazioni su un attacco su larga scala degli USA all’Iran e nuove minacce tariffarie da parte dell’amministrazione americana”, commenta Ricardo Evangelista, senior analyst di ActivTrades. Facendo notare come anche il cosiddetto ‘sell America’ abbia guadagnato terreno, esercitando ulteriore pressione sul dollaro. In questo contesto, secondo l’esperto le aspettative di un taglio dei tassi da parte della Fed almeno due volte quest’anno contribuiscono alla debolezza del biglietto verde. “Sebbene si preveda che il costo del denaro resterà invariato, la dichiarazione politica e la conferenza stampa di mercoledì di Jerome Powell saranno attentamente esaminate”, rimarca.
Diego Franzin, head of portfolio strategies Plenisfer Investments SGR
Allargando lo sguardo, non c’è appunto solo la Casa Bianca dietro a un rally che ha portato i prezzi dell’oro da poco più di 2.000 dollari di gennaio 2024 alle vette di oggi, ma una situazione internazionale di instabilità che dura ormai da parecchio. “Il metallo giallo ha smesso di essere un semplice bene rifugio per diventare l’indicatore di un cambiamento profondo nel sistema monetario e geoeconomico globale: non reagisce al presente, ma anticipa il futuro”, osserva Diego Franzin, head of portfolio strategies Plenisfer Investments SGR. Per l’esperto, l’aumento del debito pubblico e la gestione sempre più complessa della normalizzazione monetaria stanno ridefinendo le aspettative di lungo periodo. E il lingotto intercetta questo cambiamento prima che diventi manifesto. A suo parere è quindi in questo contesto che va inquadrato anche l’accumulo di riserve da parte delle banche centrali, le quali hanno “necessità strategica di ridurre l’esposizione a valute sempre più soggette a pressioni politiche e strumentalizzazione geopolitica”.
…e componente strutturale dei portafogli
Non solo. Secondo Franzin il 2025 ha segnato un ulteriore passaggio: “Anche gli investitori finanziari hanno iniziato a trattare l’oro non più come copertura tattica, ma come componente strutturale di portafoglio, in un contesto in cui manca un riferimento credibile privo di rischio in termini reali”, afferma. Insomma, il rally non prezza il caos ma la normalizzazione dell’instabilità, cioè di “un mondo caratterizzato da maggiore indebitamento, minore coordinamento internazionale e crescente interferenza politica nelle decisioni monetarie”. Per questo, “il lingotto non sale perché il sistema sta per rompersi, ma perché sta cambiando natura”, sottolinea.
Per Matt Bance, solutions strategist e portfolio manager di T. Rowe Price, il lingotto resterà nel 2026 un diversificatore strategico di portafoglio. “Dal punto di vista dell’asset allocation, privilegiamo l’oro mantenendo al contempo una posizione sottopesata sulla duration, poiché dovrebbe, al pari delle obbligazioni, contribuire ad attenuare le fasi di ribasso dell’azionario nei periodi di debolezza economica e di calo dei rendimenti reali”, spiega. Secondo l’esperto, il lingotto ha poi anche dimostrato una maggiore resilienza rispetto ai bond nelle fasi di aumento dei rendimenti reali. “Ciò riflette una domanda sostenuta e in larga parte insensibile al prezzo da parte delle banche centrali, impegnate nella diversificazione delle riserve, che ha contribuito a un parziale disaccoppiamento dalla storica relazione inversa tra rendimenti reali e metallo giallo”, analizza. Aggiungendo che questo supporto strutturale è destinato a continuare. Secondo l’esperto ci sono poi diverse altre ragioni per restare ottimisti sull’oro: la sua performance, conclude, “riflette l’intersezione tra rischio geopolitico, incertezza inflattiva e dubbi sulla credibilità istituzionale, rafforzandone il ruolo di copertura strategica piuttosto che di operazione ciclica”.
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