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Tre governatori hanno votato per un aumento. Warsh: “Economia resiliente, il target d’inflazione resta al 2%”. Goldman Sachs Asset Management: le probabilità di una stretta a settembre sono in perfetto equilibrio
La seconda riunione della Federal Reserve sotto la guida di Kevin Warsh si chiude di nuovo con i tassi invariati. Come atteso dai mercati, l’istituto centrale americano ha deciso per la quinta volta consecutiva di mantenere lo status quo, segnalando che l’economia si conferma “solida nonostante l’incertezza”, mentre l’inflazione “rimane elevata”. La pausa sembra però ormai prossima al termine: a differenza del meeting precedente, infatti, la decisione non è stata unanime, ma ha registrato tre voti a favore di una stretta e un’accesa discussione. Per gli analisti, un aumento del costo del denaro a settembre è probabile, anche se tutto dipenderà dai prossimi dati sui prezzi e dagli sviluppi del conflitto in Medio Oriente. Stando al Cme FedWatch, quasi il 64% del mercato prezza un ritocco di 25 punti base dopo la pausa estiva.
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La “lite in famiglia”
Che il dibattito interno al Fomc sarebbe stato vivace era già chiaro alla vigilia, dopo che nei giorni scorsi più di un governatore si era mostrato propenso ad agire per contrastare il carovita. I tre voti contrari su dodici sono arrivati da Beth Hammack, presidente della Fed di Cleveland, da Neel Kashkari, a capo dell’istituzione di Minneapolis, e da Lorie Logan, numero uno di Dallas. Warsh l’ha definita una “lite in famiglia”, parlando di discussione “intensa”, e il risultato è che l’orientamento del Fomc è apparso più hawkish, sostenuto da un’inflazione ormai da cinque anni saldamente superiore all’obiettivo del 2%. La decisione di attendere ancora lascia però alla Fed tempo per valutare meglio i dati reali e, allo stesso tempo, capire quale direzione prenderà il conflitto tra USA e Iran, causa della risalita dei prezzi insieme ai dazi di Donald Trump.
Non esiste un ‘soft target’
L’economia USA “sta dimostrando una impressionante resilienza, nonostante i recenti shock: le tendenze sono positive e indicano una crescita solida”, ha detto il presidente nel corso della conferenza stampa, ribadendo quanto già spiegato nello stringato comunicato finale, peraltro quasi identico a quello del meeting di giugno. “L’aumento dell’occupazione ha tenuto il passo con l’espansione della forza lavoro e il tasso di disoccupazione ha subito variazioni minime. L’inflazione rimane elevata rispetto all’obiettivo”, ha aggiunto. Proprio sul carovita, Warsh è stato chiaro: “Vorrei ribadirlo”, ha affermato, “non esiste un ‘soft target’ di inflazione, non sotto la guida di questo comitato: esiste un unico obiettivo, ed è il 2%. Nessuno dei miei colleghi nutre illusioni al riguardo”. Il successore di Powell, scelto da Trump per abbassare il costo del denaro, ha poi anche affermato di aver “aperto un nuovo capitolo”. “Siamo consapevoli che gli oltre cinque anni di inflazione al di sopra dell’obiettivo non possono essere risolti in nove settimane, né grazie a un singolo mese di modesti cali dei prezzi”, ha precisato.
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Possibile un aumento a settembre
“La Fed sembra stare esaurendo la pazienza nei confronti di un’inflazione che rimane al di sopra del target, nonostante i dati più recenti siano risultati inferiori alle attese”, commenta a caldo Kay Haigh, global head and cio of fixed income and liquidity solutions di Goldman Sachs Asset Management. A suo parere, il crescente orientamento da falco del comitato, evidenziato dai tre voti contrari, è stato probabilmente accentuato dalla recente riacutizzazione delle ostilità tra Usa e Iran. “Le probabilità di un rialzo dei tassi a settembre sono in perfetto equilibrio”, afferma l’esperto, chiarendo che qualsiasi ulteriore intervento dipenderà da una combinazione tra gli sviluppi in Medio Oriente e i prossimi due dati sui prezzi.
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