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Solo il 15% dei ruoli di vertice è affidato a una professionista. Giovani attratti dalle alte retribuzioni e dalle possibilità di carriera. Ecco quanto si guadagna
Tante donne, ma pochissime in posizioni apicali, e giovani determinati e qualificati, attratti dalle alte retribuzioni e dalle possibilità di crescita professionale. È questa la fotografia scattata dalla ricerca ‘Diversity & inclusion nel private capital: gender gap e nuove generazioni’, condotta da Aifi, l’associazione italiana del private equity, venture capital e private debt, in collaborazione con Legance. Ne emerge un settore fortemente attrattivo, attento alla formazione, ma dove i carichi di lavoro sono alti e spesso non esiste un percorso di carriera formalizzato.
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Solo il 15% dei ruoli di vertice è affidato a una donna
Dall’indagine, che ha coinvolto 74 operatori prevalentemente domestici, emerge una forte presenza femminile: le donne sono infatti il 40%. Tuttavia la loro distribuzione è tutt’altro che omogenea, dal momento che risultano concentrate soprattutto nelle funzioni corporate, dove si osserva una sostanziale parità di genere. Quando si passa ai team di investimento e ai CDA, la quota femminile si riduce in modo significativo, attestandosi intorno al 25% del totale. Nello specifico dei team di investimento, le donne sono circa il 30% nei livelli junior e mid-level, mentre calano al 15% nelle posizioni senior. Da notare, però, che quando raggiungono i ruoli più elevati lo fanno a un’età mediamente inferiore (under 50) rispetto ai colleghi maschi. Quasi nove strutture su dieci hanno almeno una professionista nel team di investimento, mentre soltanto la metà ne ha in posizioni senior.
Su assunzioni e promozioni il segnale è complessivamente positivo: circa il 40% dei casi complessivi riguarda infatti le donne, in linea con la composizione della forza lavoro. Rispetto ai risultati della rilevazione del 2022, la quota femminile sul totale delle assunzioni risulta sostanzialmente stabile, mentre si registra un incremento tra le promozioni: la media di professioniste sul totale passa, infatti, da circa il 34% del periodo 2018-2022 al 40% del 2022-2025.
Diversity: le società grandi e straniere fanno meglio
Quanto alle policy di diversity, le realtà più grandi e con una base di investitori più strutturata risultano più avanti. Queste prassi sono infatti adottate dal 53% degli operatori internazionali, contro il 38% complessivo. Stesso discorso per la definizione di target da raggiungere (adottati in generale dal 15% dei soggetti e dal 29% di quelli esteri) e nei sistemi di reporting, sia agli investitori sia richiesti alle società in portafoglio. Il quadro non cambia neppure sul fronte delle iniziative dedicate al tema della gender diversity, presenti nel 41% dei casi (59% considerando solo gli operatori internazionali), per i corsi di formazione ad hoc sul tema, che riguardano circa un terzo dei soggetti analizzati (62% di quelli esteri), mentre per le misure sul gender pay gap si osservano valori simili per tutti.
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Giovani attratti dal private capital
Passando alle nuove generazioni, i numeri dimostrano che il private capital italiano continua ad attrarre giovani professionisti altamente qualificati e fortemente orientati alla crescita professionale. Il campione di 119 under 35 analizzato evidenzia infatti una solida preparazione economico-finanziaria, con una laurea magistrale nel 75% dei casi e un master/MBA post-laurea nel 23%. Nel 92% dei casi il percorso di studi scelto è in economia, spesso con indirizzo in finanza. L’età di ingresso media nel settore è di quasi 26 anni e avviene per tre su quattro dopo esperienze lavorative precedenti, principalmente in ambiti affini come consulenza (32%), M&A (20%), investment banking (14%) o una combinazione di queste attività (26%).
Una volta entrati, i giovani professionisti vengono coinvolti sin dalle fasi iniziali nelle attività core dell’investimento, ad esempio due diligence, deal execution e portfolio management, con un’elevata esposizione operativa e responsabilità che tendono ad aumentare al crescere della seniority. Tuttavia i percorsi di carriera sono spesso poco formalizzati: solo il 20% opera in strutture in cui tempistiche e modalità di avanzamento sono chiaramente definite, mentre nella maggior parte dei casi la crescita è condizionata da dinamiche interne, assetti fortemente gerarchici e contesti in cui le relazioni personali giocano un ruolo centrale. Nonostante questo, l’avanzamento in termini di posizione tende a essere relativamente rapido, in particolare nei primi anni.
Le società internazionali pagano di più
Sul fronte stipendi, il private capital si conferma altamente attrattivo. La retribuzione fissa è già elevata fin dalle fasi iniziali della carriera e cresce in modo significativo con l’avanzare della seniority. A questa si aggiunge poi una componente variabile, presente nel 95% dei casi, che incide in misura rilevante sul compenso annuo complessivo e che risulta influenzata soprattutto dalla dimensione del gestore, più che dal livello di anzianità.
In media un investment analyst guadagna circa 70mila euro, un investment associate circa 105mila euro, un investment manager circa 125mila euro e un principal circa 160mila euro. I livelli retributivi risultano più elevati per chi lavora per operatori internazionali (circa 140mila euro) rispetto a quelli domestici (circa 95mila). Non emergono invece differenze significative tra uomini e donne. Inoltre, nei due terzi dei casi, alla remunerazione annua si affianca l’accesso al carried interest che, seppure introdotto in modo graduale e differenziato per ruolo, rappresenta un elemento distintivo e fortemente caratterizzante del settore. Infine, benefit e misure di welfare risultano ampiamente diffusi, con particolare riferimento a buoni pasto/servizio mensa (87%), assicurazione sanitaria (71%) e piani di welfare aziendale (57%).
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La formazione è centrale, il work-life balance meno
La formazione è considerata una leva centrale per la crescita professionale, tanto che l’85% la giudica di elevata o massima importanza, segnalando un’esigenza diffusa di percorsi strutturati di aggiornamento, soprattutto con riferimento a tematiche di negoziazione e legali, oltre che di iniziative di networking. Quanto al work-life balance, infine, il quadro che emerge è in chiaroscuro. I carichi di lavoro risultano infatti elevati, con circa il 75% che dichiara di lavorare oltre 50 ore settimanali, mentre risulta limitato l’accesso allo smartworking. Nonostante questo, però, la soddisfazione complessiva appare generalmente positiva e tre su quattro si vedono nel private capital anche nel medio-lungo termine.
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