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Il mercato del lavoro Usa si conferma resiliente, oltre le attese, seppure in rallentamento. Gelate le speranze dei mercati. Per i gestori aumentano le probabilità di un nuovo rialzo di 75 bp a novembre
Il mercato del lavoro Usa è ancora in buona salute e la Fed non si fermerà. Anche stavolta gli attesi dati forniti dal Bureau of Labour Statistics americano hanno gelato le speranze del mercato, rivelando che l’economia a stelle e strisce ha creato in settembre 263 mila posti di lavoro, oltre le attese degli analisti che scommettevano su 255 mila. Il tasso di disoccupazione è così calato al 3,5% dal 3,7% di agosto.
I dati di settembre confermano dunque un mercato del lavoro resiliente seppure in rallentamento, che non può modificare la rotta della banca centrale americana impegnata nella lotta all’inflazione. La fotografia scattata dal Dipartimento del Lavoro è infatti migliore delle attese: il dato sugli occupati, più osservato del tasso di disoccupazione, è superiore alle aspettative anche nel settore privato, dove sono stati creati 288 mila posti di lavoro, contro i 275 mila di agosto e i 265 mila attesi dal consensus.
Anche le retribuzioni medie orarie, tenute d’occhio da Powell e colleghi in quanto buon indicatore sia dello stato di salute sia del mercato del lavoro che delle pressioni inflazionistiche, sono risultate in aumento a 32,46 dollari, +0,3% su mese e +5% su anno.
Immediata la reazione delle Borse, caute fino alla pubblicazione del dato, che hanno subito virato al ribasso, con dollaro e Treasury in risalita.
La view dei gestori
Per Filippo Diodovich, senior market strategist di IG Italia, non si sono dubbi: tali cifre confermano le dichiarazioni dei membri più falchi all’interno della commissione operativa della Federal Reserve ovvero che l’economia e il mondo del lavoro statunitense sono in grado di reggere ulteriori rialzi del costo del denaro.
“Dopo la pubblicazione del report odierno sul mondo del lavoro Usa – commenta Diodovich a caldo – aumentano le probabilità che i banchieri centrali del Fomc possano scegliere per un nuovo rialzo di 75 punti base del costo del denaro nella prossima riunione di inizio novembre. I tassi sarebbero portati dal range 3%-3,25% al nuovo range 3,75%-4%”.
Per Silvia Dall’Angelo, senior economist di Federated Hermes, è improbabile un’imminente modifica della traiettoria politica della Fed. “Innanzitutto, le banche centrali si muovono lentamente e si adeguano in maniera molto graduale alle informazioni in arrivo, mentre i mercati finanziari tendono ad anticipare i tempi, soprattutto quando si tratta di credere al concetto di ‘put” della Fed”, sottolinea l’economista, secondo cui fondamentalmente la banca Usa è ancora seriamente preoccupata per il quadro dell’inflazione ed è quindi concentrata sull’aspetto della stabilità dei prezzi.
“I funzionari della Fed che sono intervenuti di recente hanno ribadito il messaggio, chiarendo che sono determinati ad aumentare i tassi mantenendoli in territorio restrittivo fino a quando sarà necessario per riportare l’inflazione verso l’obiettivo”, ricorda la Dall’Angelo.
“Un mercato del lavoro e un consumatore che resiste continueranno probabilmente a generare una robusta inflazione salariale e un’elevata inflazione al consumo – fa notare Erik Weisman, chief economist and portfolio manager di Mfs Im -. La storia suggerisce che la Fed deve ridurre seriamente la domanda e generare una recessione per riportare l’inflazione nella norma. Molti ritengono che l’economia subirà effettivamente una recessione, anche se le tempistiche restano incerti”.
Secondo Weisman, per una Fed impaziente di riequilibrare il mercato del lavoro e di vedere l’inflazione tornare verso il suo target, le condizioni macro e micro rimangono troppo forti. “Il problema, tuttavia, è che la stretta della Fed agisce sull’economia solo con un notevole ritardo. Se la stretta della Fed continua, è probabile che le condizioni macroeconomiche e i mercati del rischio si indeboliscano notevolmente nei prossimi trimestri”, avverte.
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