Il Cpi di dicembre raggiunge il 3,4% e batte le attese degli analisti. Dato core in calo su base annua ma meno del previsto. Secondo i gestori, è improbabile una limatura del costo del denaro nella riunione di marzo
L’inflazione americana torna a salire e regala ai mercati la prima doccia fredda del 2024. Nel mese di dicembre i prezzi al consumo degli Stati Uniti sono infatti aumentati del 3,4% a livello tendenziale, superando le attese degli economisti e segnando un’accelerazione anche rispetto al mese precedente. Una variazione che, seppur attenuata da un dato core in calo, porta molti gestori a parlare di passo indietro rispetto alla possibilità di un taglio dei tassi a marzo da parte della Federal Reserve.
Prezzi in salita su base sia mensile che annua. Ma il dato core tiene
I dati raccolti dal Bureau of Labour Statistics (Bls) mostrano una nuova fiammata dei prezzi sia a livello tendenziale che congiunturale. Il Consumer Price Index degli States ha infatti registrato un +0,3% su base mensile contro il +0,1% di 30 giorni prima e il +0,2% stimato dagli analisti. Una dinamica riconducibile per metà agli alloggi e solo misura minore ai beni energetici e alimentari, risaliti di appena lo 0,4% e lo 0,2% grazie a compensazioni interne. Del 3,4% è stata invece la crescita rispetto allo stesso periodo del 2022, una cifra maggiore sia del consensus (+3,2%) sia della rilevazione precedente (il +3,1% di novembre). Le uniche note positive arrivano dalla componente core, quella calcolata al netto di cibo ed energia nonché la più considerata per le decisioni di politica monetaria proprio perché depurata dai beni più sensibili: la metrica ha infatti centrato le attese a livello mensile, contenendo gli aumenti allo 0,3%, mentre in termini annui si è attestata al +3,9% dal +4% precedente e le ha superate solo di un punto percentuale.
Per i gestori, un taglio a marzo è improbabile
Filippo Diodovich, senior market strategist di IG Italia
Tra chi ha parlato di passo indietro nella traiettoria che porta al taglio dei tassi da parte della Fed, c’è IG Italia. “L’andamento dei prezzi al consumo ha evidenziato pressioni inflazionistiche ancora forti”, ha detto la società. Che ha aggiunto al quadro anche “numeri sul mondo del lavoro robusti”. Da qui le previsioni del suo senior market strategist, Filippo Diodovich, per il quale è “più probabile un primo taglio dei tassi a maggio o giugno rispetto che a marzo”. Un’opinione condivisa da Richard Flax, chief investment officer di Moneyfarm, secondo cui il Cpi di dicembre dovrebbe “mitigare le attese di un imminente allentamento monetario”. Nella sua prospettiva, infatti, “la Fed dovrà prima riportare l’inflazione al target del 2% per potersi concedere un ritocco al ribasso del costo del denaro”.
Gli analisti di Ebury vedono la situazione ancora più cupa. Secondo loro, infatti, il dato core continua sì a scendere rispetto ai suoi massimi ma è evidente che “la sua tendenza al ribasso sembra essersi fermata”. Ecco perché, nella loro prospettiva, la rilevazione del Bls rappresenta la conferma non solo che “le prospettive di un primo taglio dei tassi di interesse da parte a marzo sono troppo ottimistiche” ma anche che “il ritmo con cui avverrà l’allentamento sarà più blando di quello attualmente prezzato”. Quanto ai riflessi sul mercato, spiega la società in una nota, “vediamo un potenziale rialzo del dollaro a breve termine se i membri della Fed dovessero continuare a mettere in dubbio la possibilità di un allentamento della politica monetaria a marzo”.
Morgane Delle Donne, head of Investment Strategy Europa per Global X
Morgane Delle Donne, head of Investment Strategy Europa per Global X, ha invece utilizzato l’espressione “numeri contrastanti”. “Il rallentamento del dato core e la risalita di quello headline lasciano intatto lo status quo”, ha spiegato, facendo riferimento al fatto che i futures sui Fed funds continuano a indicare cinque o sei tagli dei tassi entro dicembre contro i tre previsti dalle proiezioni della banca centrale Usa. Ma, sebbene l’esperto sia convinto che questa discrepanza possa persistere per tutto il primo trimestre, le prospettive di tassi più bassi e un dollaro più debole lo spingono a intravedere un soft landing a livello globale nel 2024. Ipotesi che, secondo lui, garantirebbe proprio alle azioni statunitensi un potenziale di rialzo maggiore rispetto alle controparti europee.
Sul tema si è espresso anche il presidente americano Joe Biden. “C’è ancora molto lavoro da fare per ridurre i costi a beneficio delle famiglie e dei lavorati americani”, ha commentato l’inquilino della Casa Bianca. Che, in vista del grande appuntamento elettorale di quest’anno, non si è sottratto dall’utilizzare il dossier macroeconomico come strumento di attacco all’avversari repubblicani: “Non hanno alcun piano per ridurre i costi per le famiglie. Il loro unico piano sono regali ai super ricchi e alle grandi aziende”.
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