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Il dot plot indica una sforbiciata di 75 punti base. Powell: potremmo essere al picco, il Fomc ha iniziato a parlare di una riduzione. Riviste al ribasso le stime di inflazione. Record del Dow Jones
Per la terza riunione consecutiva, la Federal Reserve ha lasciato i tassi d’interesse invariati al 5,25%-5,50%, il livello più alto dal 2001. Inoltre i banchieri del Federal open market committee, l’organismo responsabile della politica monetaria degli Stati Uniti, prevedono ora di tagliare il costo del denaro tre volte nel corso del 2024, per un totale di 75 punti base.
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Immediata la reazione di Wall Street, dove gli indici sono schizzati al rialzo e i rendimenti dei titoli del Tesoro hanno accelerato al ribasso. Il Dow Jones ha chiuso la seduta ai massimi storici (+1,40% a 37.090,24 punti) e il Nasdaq ha terminato in progresso dell’1,38%. Da marzo 2022, quando ebbero inizio i rialzi anti-inflazione, è infatti la quarta volta che la Banca centrale statunitense decide di non toccare il costo del denaro, mentre nelle altre undici riunioni ha sempre optato per un aumento: un segnale inequivocabile, secondo i mercati, che la maxi stretta può dirsi conclusa.
A pesare è però soprattutto il dot plot, il grafico che registra ogni tre mesi le previsioni dei banchieri della Fed. Dalla stima di settembre, che prospettava un taglio complessivo di mezzo punto percentuale nel corso del prossimo anno, si è infatti passati a 75 punti base, con i tassi che dovrebbero quindi scendere al 4,5-4,75%. Non solo: nel 2025 il Fomc mette in conto un’ulteriore sforbiciata di un punto percentuale. E nel 2026 ancora un taglio di 75 punti base, con il costo del denaro che nel lungo periodo è stimato al 2,5%.
“La Fed si sta muovendo con cautela”, ha sottolineato il presidente Jerome Powell, ribadendo che i prezzi restano elevati e che serviranno tempo e ulteriori prove per poter dichiarare vittoria. Il banchiere ha anche affermato che “probabilmente i tassi sono già al picco o gli sono vicini”, confermando che le discussioni sui tagli sono iniziate. L’ipotesi di un nuovo aumento non è però del tutto esclusa, ha precisato nel tentativo di placare l’eccessivo ottimismo degli operatori che si aspettano un primo allentamento già a marzo, per un totale di 5-6 sforbiciate nel 2024.
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Sono tuttavia le previsioni macro dello stesso istituto centrale a sospingere l’ottimismo. La stima è infatti che l’inflazione si attesti al 2,8% entro la fine dell’anno, contro il 3,7% previsto a settembre. E che l’indice dei prezzi si fermi al 2,4% nel 2024, in calo dalla precedente stima del 2,6%, per poi scendere ancora al 2,1% nel 2025 (era 2,3%) e al 2% a fine 2026. Quanto alla crescita, la Fed prevede che il Pil registri un +2,6% quest’anno, rispetto al +2,1% di tre mesi fa. Nel 2024 salirà invece dell’1,4%, leggermente meno dell’1,5% stimato a settembre, mentre nel 2025 aumenterà dell’1,8%, come da precedenti previsioni. Infine, per il 2026 l’attesa è di un’espansione dell’1,9%. Confermate invece le previsioni sulla disoccupazione, che si attesterà al 3,8% nel 2023 e al 4,1% per i tre anni successivi.
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