Maria Paola Toschi, Global Market strategist di J.P. Morgan AM, assicura che “il rischio non c’è, perché ci troviamo di fronte a una situazione molto diversa rispetto alla crisi del debito”. Resta aperto il dubbio sulla continuità dei progetti di armonizzazione e integrazione come la CMU e il Recovery Fund
Gli analisti lo dicevano già a inizio anno, ma dopo sei mesi sembra più chiaro: il destino dell’economia globale dipenderà in maniera preponderante dalle diverse tornate elettorali che hanno riservato alcune sorprese per ora. Almeno in Europa.
Tra tutte, la decisione dello scioglimento dell’Assemblea Nazionale da parte del presidente francese Emmanuele Macron che ha portato il Paese a nuove elezioni legislative. Il primo turno ha già mostrato i suoi risultati: la vittoria del partito di estrema destra guidato da Marine Le Pen. Mentre le coalizioni di Macron e di estrema sinistra, guidate da Jean-Luc Mélenchon, hanno immediatamente lanciato un appello ai propri candidati arrivati terzi a ritirarsi dai ballottaggi per fare barrage contro l’estrema destra.
Maria Paola Toschi, Global Market strategist di J.P. Morgan AM
La Borsa di Parigi ha aperto il giorno dopo la vittoria del Rassemblement National, cioè il partito di estrema destra di Le Pen, con un significativo rialzo. I mercati sembrano rassicurati dal risultato “leggermente inferiore a ciò che predicevano i sondaggi”, come scritto da Le Figaro. Le elezioni in Francia continueranno fino al 7 luglio con, per ora, il secondo turno, ma per gli operatori del settore del risparmio gestito resta aperto l’interrogativo che Maria Paola Toschi, Global Market strategist di J.P. Morgan AM, ha posto durante la presentazione dell’outlook di metà anno: che Europa si formerà da qui a fine anno?
Già dalle elezioni europee sembrerebbe che il sentiment politico del Vecchio Continente stia virando verso destra. Ma di quale destra si tratterà, di quella caratterizzata da uno spirito più liberale o quella dalla tempra più baltica e quindi restrittiva in termini di politiche fiscali ed economiche? L’interrogativo resta aperto, ma ciò che gli analisti della società monitorano, afferma Toschi, è che “non è possibile escludere il rischio che un cambio di assetto politico in Europa possa in qualche modo minare il lavoro di integrazione e armonizzazione portato avanti da progetti come il Recovery Fund e la Capital Markets Union”.
Nel documento a firma della casa di gestione si legge anche: “Anche se questo (la virata a favore dei partiti di destra, ndr) probabilmente non inciderà sulle decisioni politiche nel breve periodo, rispecchia lo spostamento più ampio osservabile nei Paesi occidentali che “guardano più a se stessi”, concentrandosi sugli interessi nazionali a scapito del commercio e della libertà dei flussi migratori, e si mostrano più esitanti sul fronte delle politiche in materia di cambiamento climatico man mano che l’impatto a breve termine dell’internalizzazione del costo del carbonio diventa più evidente”.
Uno sguardo “a campo largo”
Tuttavia la previsione della società descrive un contesto macroeconomico moderatamente favorevole. “Nei prossimi 12 mesi, ci aspettiamo una crescita globale robusta, seppure con variazioni in termini di composizione geografica” si legge. Negli Stati Uniti, gli analisti della società denotano già un calo dei consumi trainati dai risparmi pandemici delle famiglie statunitensi. L’economia americana ha rallentato rispetto allo scorso anno e non ha rispettato le previsioni di crescita di 2024, ma ha comunque tenuto. Il rischio è un cambio di ritmo. “Gli atterraggi morbidi sono rari” afferma la società, ma al momento “vi sono pochi segnali di problemi imminenti”. Le società, fa sapere il documento, godono di bilanci robusti. Tuttavia, nettamente meno solido appare il bilancio pubblico: “In effetti, parte della resilienza dell’economia statunitense è sicuramente riconducibile all’enorme disavanzo pubblico del 6%, un livello mai visto prima in un periodo di disoccupazione ai minimi storici”.
Dall’altra parte dell’Atlantico, invece l’Europa si contrappone alla dinamica di indebolimento degli USA con una attenuazione “dello shock del costo della vita”. Per la casa di gestione, il Vecchio Continente, al netto dei dubbi sopraesposti, sta entrando in una fase più favorevole “con una ripresa significativa della crescita, seppure da livelli molto bassi. Man mano che crescono i salari reali e la fiducia dei consumatori, la ripresa viene attestata dal miglioramento delle vendite al dettaglio e della domanda di servizi”.
Oltre all’interrogativo politico, il dubbio chiave è se questo scenario di crescita possa sposarsi con “un ritorno rapido e sostenibile dell’inflazione all’obiettivo del 2%”. “Fintantoché la crescita statunitense rallenta e l’accelerazione in Europa è modesta, non prevediamo una risalita rilevante dell’inflazione” si legge nell’aggiornamento. Per questo motivo, la società prevede che tutte le banche centrali occidentali inizieranno a operare tagli dei tassi prima della fine dell’anno. Ciò però non sarà attuato come un “allentamento, bensì come una normalizzazione della politica monetaria rispetto ai livelli restrittivi. In assenza di uno shock che alteri la crescita, non ci aspettiamo tagli per più di 100 punti base nei prossimi 12 mesi: i tassi resteranno quindi molto più alti rispetto all’era pre-pandemica”.
Intanto in Asia, la società registra un cambio di interesse da parte degli investitori che hanno spostato il loro binocolo verso l’India che continua a seguire il suo sviluppo di crescita. Mentre la Cina è alle prese con la sfiducia dei consumatori cinesi e con la persistente bolla del settore immobiliare.
Uno sguardo “ai portafogli”
Per quanto riguarda l’azionario, la società evidenzia una concentrazione del settore. Dall’inizio del 2023 infatti “il 60% dei rendimenti dell’indice S&P 500 è attribuibile ad appena tre società. E i Magnifici Sette (Microsoft, Nvidia, Apple, Alphabet, Amazon, Meta e Tesla) rappresentano al momento addirittura il 32% dell’indice. A livello regionale, le società statunitensi ora costituiscono il 64%, quasi un record, del mercato azionario globale”. Toschi afferma che “nella prossima fase si andranno a identificare quali saranno le società più veloci ed efficienti nell’implementare l’IA.” “Evitare le trappole sarà fondamentale” aggiunge, ricordando come alcuni operatori nei primi anni di internet che sembravano vincenti sono poi scomparsi. Il rischio è analogo in questo periodo di esplosione dell’intelligenza artificiale.
“Benché il recente passaggio da tassi d’interesse bassi a ‘normali’ sia stato doloroso per gli investitori obbligazionari”, si legge nel documento, “dovremmo ricordare che le prospettive per il reddito fisso al momento sono positive. Le obbligazioni sono tornate a fare il loro dovere, ossia offrire un discreto livello di reddito e diversificazione a fronte degli shock della crescita”.
“Nel mondo emergente” racconta Toschi, “troviamo opportunità sia nel mondo azionario che nel debito”. Particolare attenzione alle manovre di taglio dei tassi da parte delle Banche Centrali dei paesi emergenti. “Molte economie dei Mercati Emergenti hanno reagito con maggiore rapidità all’emergere di pressioni sui prezzi dopo la pandemia e hanno pertanto tenuto sotto controllo l’inflazione con tassi reali elevati” si legge nel documento. “Essendosi mosse in anticipo con i rialzi, hanno margini di manovra per abbassare i tassi non appena sia assolutamente chiaro che la prossima mossa della Federal Reserve sia al ribasso”. Inoltre, l’infiacchimento dell’economia cinese gioca a favore di altri paesi emergenti, poiché diverse “aziende stanno spostando le proprie catene di approvvigionamento in altre economie, magari con l’intento di praticare il cosiddetto ‘friend-shoring’ per proteggersi dalla possibilità di ulteriori conflitti geopolitici”.
Infine le previsioni sul dollaro sono positive. “È possibile immaginare che la valuta statunitense resterà forte rispetto all’euro” afferma Toschi che ammette che la leadership del dollaro sull’economia globale possa essere “erosa e messa in discussione da questa crisi di identità politica”, ma per ora il dollaro resta forte sull’euro.
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