Private equity “puro” per investitori sofisticati, accesso ai migliori gestori globali e una piattaforma digital con cui rendere più prevedibili processi e flussi. La country head Barbara Galliano racconta la strategia della società. Sullo sfondo, formazione e accompagnamento come leva chiave per reti e wealth
Barbara Galliano, country head Italy di Altaroc
“Il punto non è solo il prodotto: la differenza si fa anche su servizio, formazione e accompagnamento”. FocusRisparmio ha incontrato Barbara Galliano, country head Italy di Altaroc, per approfondire le ragioni strategiche dello sbarco nel mercato italiano della società e il posizionamento su una platea di investitori privati sofisticati, servita esclusivamente tramite canali qualificati come private bank, consulenti patrimoniali e family office. Al centro, una value proposition che unisce selezione e diversificazione dei gestori globali, architetture vintage ed evergreen e una forte enfasi sulla riduzione della complessità: dalla prevedibilità delle capital call al supporto di una innovativa piattaforma digitale. È così che la società fondata nel 2021 da due pionieri del settore come Maurice Tchenio e Frédéric Stolar, è riuscita in un quinquennio a raggiungere masse per circa 3 miliardi di euro tra gestione e consulenza e a posizionarsi in ben cinque Paesi europei in cui opera con un team di 70 professionisti.
Altaroc sbarca in Italia in un contesto in cui le reti cercano offerte sempre più distintive, in particolare sui mercati privati. Qual è il target su cui vi concentrate?
Altaroc nasce con questo spirito: portare ai clienti più sofisticati o in consulenza, quindi non puramente retail, il private equity puro. È una “fascia di mezzo” patrimonializzata che può essere servita in modo adeguato solo attraverso intermediazione qualificata: family office, banche private e consulenti patrimoniali. Il punto è rendere fruibile un’asset class con orizzonte lungo, mantenendo coerenza tra obiettivi dell’investimento e caratteristiche di illiquidità. L’Italia ha una profondità di risparmio notevole e una consulenza più matura di quanto spesso si pensi. Oggi le reti cercano un’offerta sempre più distintiva, anche perché la competizione è elevata. Dal lato cliente la spinta è verso una diversificazione maggiore e verso rendimenti meno dipendenti dalla volatilità dei mercati quotati. In questa cornice Altaroc ha l’ambizione di rispondere alla crescente domanda di diversificazione patrimoniale degli investitori privati, facendo leva su un track record di matrice istituzionale.
In un mercato affollato di nuove iniziative sui private markets, quali sono i vostri elementi distintivi?
Ci focalizziamo su private equity puro, in particolare strategie buyout e growth. Non ci occupiamo di venture capital e nemmeno di turnaround per avere maggiore controllo sull’orizzonte temporale a cui viene esposto il cliente. Il tratto distintivo, però, è soprattutto il modello di accesso. Non facciamo investimenti diretti in aziende se non per una quota parte molto limitata, ma selezioniamo i migliori gestori di private equity al mondo. Un fattore altamente premiante in un contesto in cui la dispersione dei risultati è elevata e l’accesso ai migliori GP è spesso precluso ai non istituzionali. Si tratta infatti di player iper-sottoscritti che richiedono commitment ancora prima che un nuovo fondo veda la luce.
Come si articola la gamma prodotto tra soluzioni vintage e approcci evergreen?
Il perimetro include sia fondi “chiusi” a capital call, per vintage, con le tipiche caratteristiche del private equity, sia soluzioni evergreen. Su questi ultimi tipi di prodotti, la logica di selezione più “core” e la presenza di meccanismi di liquidità ne aumentano la fruibilità, pur restando in un quadro di semiliquidità e di orizzonte di lungo periodo. Sul versante vintage, invece, una leva è rappresentata dai servizi accanto ai prodotti pensati per la pianificazione. Altaroc è infatti in grado di costruire percorsi multi-vintage declinati in ottica goal-based.
Alcuni temi operativi che abbiamo citato implicitamente come richiami di capitale e gestione flussi sono quelli che preoccupano maggiormente sia i clienti che i distributori. Come risponde Altaroc alle complessità tipiche dei mercati privati?
Uno dei nostri obiettivi fondamentali è ridurre l’imprevedibilità che mette in difficoltà l’intermediario e quindi il cliente. Quello che spaventa tipicamente è il quanto e quando delle capital call. La nostra impostazione è rendere più lineare la struttura con richiami a date fisse per tutte le tipologie di prodotto che lo consentono, introducendo quindi meccanismi che risultano più simili a quelli dei piani di accumulo già ben conosciuti dagli investitori più patrimonializzati. La semplificazione è però anche digitale. La piattaforma tecnologica di Altaroc è stata costruita in modo da garantire un’esperienza cliente fluida e un accesso operativo diretto per i distributori che possono accedere a un supporto continuativo per sottoscrizione, gestione dei flussi di cassa, formazione e reporting. Si tratta di caratteristiche particolarmente importanti per il nostro target principale che è rappresentato da banche, reti e wealth manager di medie dimensioni che hanno la necessità di differenziare l’offerta e di proporre qualcosa di più esclusivo. In parallelo, i family office restano importanti ma con esigenze diverse: i multi-family office possono essere più sofisticati sulla conoscenza di prodotto, mentre sul single family office diventa determinante il servizio di costruzione di programmi personalizzati e diversificati, con l’obiettivo di ridurre il rischio di concentrazione e creare una pianificazione che nel tempo si autoalimenti tra richiami e distribuzioni.
Qual è, nel concreto, la grande sfida da vincere per riuscire a penetrare il mercato?
Certamente la formazione e l’accompagnamento. La sfida è rendere comprensibili asset class, struttura e operatività, ma anche adeguare il reporting alle esigenze del mondo wealth, tra cui totale visibilità sui portafogli sottostanti e continuità nella diffusione delle informazioni. Vincere questa sfida è essenziale per rendere davvero più accessibile il nostro modello d’eccellenza sul mondo del private equity, portando al mercato wealth i migliori strumenti e processi tipici degli istituzionali.
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