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Indagine Consob sull’amministrato dal 2010 al 2023: italiani in fuga dai bond, azioni stabili. Sale l’avversione per gli strumenti finanziari complessi e per quelli illiquidi
Prudente, orientato soprattutto verso fondi comuni e titoli di Stato, con una scarsa propensione al rischio e scettico nei confronti degli strumenti finanziari complessi e di quelli illiquidi. È questo l’identikit dell’investitore italiano ‘fai da te’, secondo quanto emerge dall’ultima indagine della Consob dedicata al risparmio amministrato dagli intermediari per conto della clientela retail, che ha analizzato le tendenze del periodo 2010-2023.
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Ai fondi comuni il 53,8% del portafoglio amministrato
Anche se nella maggior parte dei casi questi risparmiatori seguono i consigli della propria banca (e non sembrano preoccupati che i conflitti d’interesse possano condizionare l’attività di consulenza dell’intermediario di fiducia), dall’analisi emerge una spiccata propensione per i fondi comuni d’investimento. La loro incidenza nei portafogli amministrati della clientela è infatti schizzata dal 16,6% del 2010 al 53,8% di giugno 2023, dopo aver toccato quota 61% a metà 2022. Al secondo posto, sia pure con ampio distacco, i titoli di Stato, che nel periodo in esame hanno registrato un lieve aumento dal 19,3% al 22,5%. In particolare, però, per i bond governativi Consob sottolinea la consistente accelerazione messa a segno negli ultimi dodici mesi considerati dallo studio, facendo notare come la loro incidenza a giugno 2022 si fermasse al 15%.
Stabili le azioni, addio bond
Sostanzialmente stabili, invece, gli investimenti in azioni al di fuori dei fondi, che rappresentavano al giugno scorso appena il 14% dei portafogli, contro il 13,5% di metà 2010. In particolare, i titoli del Ftse Mib sono la scelta prevalente dei risparmiatori italiani che investono nell’azionario, mentre l’esposizione alle società di media e piccola capitalizzazione è molto bassa, anche se sta crescendo l’interesse per il mercato Euronext Growth Milano.
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L’esposizione verso l’azionario è costituita per gran parte, oltre 67 miliardi, dai 40 titoli del Ftse Mib, mentre i 60 nomi appartenenti all’indice Ftse Mid Cap raccolgono 12,5 miliardi. Le masse dedicate al Ftse Italia Growth, indice di riferimento del’Egm, sono aumentate del 50% in quattro anni passando da 3 a 4,5 miliardi di euro tra giugno 2019 e giugno 2023. Il Ftse Italia Small Cap invece raccoglie 3,7 miliardi di euro dai depositi retail degli italiani. Diverso il caso delle obbligazioni: nei tredici anni analizzati, i risparmiatori hanno scelto di ridurre drasticamente la loro esposizione ai bond, per lo più bancari, la cui quota è quindi crollata dal 50% all’8%.
Fuga dal rischio
L’indagine segnala poi che i risparmiatori italiani sono diventati più sensibili al rischio di liquidità, cioè al pericolo che uno strumento finanziario non possa essere venduto in tempi ragionevoli a un prezzo equo, con bassi costi di transazione. Ne deriva che i titoli illiquidi, che nel 2010 rappresentavano quasi il 31% del portafoglio, ora hanno un peso marginale attestandosi complessivamente a circa 32,6 miliardi di euro, il 3,1% dei controvalori di mercato degli strumenti in deposito.
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Un trend simile ha interessato i titoli di investimento classificati come complessi (obbligazioni convertibili, obbligazioni subordinate, obbligazioni strutturate, certificates, cartolarizzazioni, fondi di investimento alternativi, Etf non armonizzati, exchange traded commodities, covered warrant). L’esposizione a questi strumenti si è ridotta da circa 142 miliardi di euro di metà 2010 a 66 miliardi di giugno 2023. Cifre che tradotte sul totale del portafoglio amministrato retail significano una flessione dal 18% circa al 6%.
La centralità degli intermediari
Infine, l’analisi curata da Francesco Adria e Francesco Quaranta mostra anche come nel selezionare i propri investimenti gli italiani tengano in scarsa considerazione i possibili conflitti di interesse, cioè quei casi in cui gli strumenti finanziari sono emessi dallo stesso istituto depositario per la clientela. Nel 2010, il 59% dei titoli erano infatti classificabili come ‘non in conflitto’, mentre il restante 41% era emesso dalla stessa banca del risparmiatore, da società dello stesso gruppo oppure da soggetti che retrocedevano alla banca commissioni. Nel 2023 le percentuali appaiono sostanzialmente ribaltate: i titoli ‘non in conflitto’ sono scesi al 41,5% del totale, mentre circa il 21% arriva dallo stesso gruppo di credito e circa il 37% da società che hanno accordi commerciali con l’istituto bancario, per un totale di oltre il 58%.
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Una tendenza che, secondo gli esperti Consob, indica il ruolo cruciale e quindi anche la responsabilità degli intermediari bancari nel pilotare le scelte d’investimento dei clienti, “attività che si svolge in un contesto di asimmetria informativa e cognitiva tra le due parti”, si legge. Anche per questo gli autori concludono ricordando, tra le altre cose, l’importanza per gli intermediari di perseguire nella prestazione dei servizi di investimento l’obiettivo prioritario dell’interesse della clientela.
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