L’aggiornamento per il 2019 del report “I sottoscrittori di fondi comuni italiani”, che Assogestioni cura da metà anni ’90
Riccardo Morassut, senior research analyst dell’ufficio studi di Assogestioni
Nel 2019 i sottoscrittori di fondi di diritto italiano sono diminuiti di 200mila unità rispetto all’anno precedente passando da 7,2 a 7 milioni – un dato consequenziale alla raccolta netta negativa per 10,7 miliardi di euro registrata nei dodici mesi tra gennaio e dicembre.
Si tratta comunque di una lieve diminuzione che è il riflesso di un anno sostanzialmente piatto, con deflussi intorno al 4,5% del patrimonio totale dei fondi italiani. Ricordiamo che i fondi di diritto italiano coprono il 40% circa del mercato retail.
L’evidenza emerge dall’aggiornamento per il 2019 dello studio “I sottoscrittori di fondi comuni italiani” a cura di Alessandro Rota e Riccardo Morassut, rispettivamente direttore e research analyst dell’ufficio studi di Assogestioni (lo studio completo è disponibile, previa registrazione, a questo link).
Un investimento “democratico”
L’investimento medio dei sottoscrittori italiani è di 30mila euro, mentre quello mediano è pari a 13mila. Ciò significa che il 50% dei sottoscrittori investe almeno quella cifra.
Il dato indica comunque che le sottoscrizioni sono concentrate verso l’alto. Raggruppati i sottoscrittori in dieci decili, scopriamo che al decimo decile (quello dei 700mila sottoscrittori più ricchi) afferisce il 50% dello stock totale, con investimenti pari o maggiori di 70mila euro.
Al contrario, l’investimento dei 700mila sottoscrittori meno investiti arriva a 1.050 euro e rappresenta lo 0,1% del patrimonio. “Il fatto che tre milioni e mezzo di persone investano fino a 13mila euro dimostra che l’investimento in fondi è democratico, dal momento che tutti possono investire – anche con importi ridotti”, sottolinea Riccardo Morassut durante la presentazione della ricerca alle Sgr associate ad Assogestioni.
Un po’ di storia
Tra il 2002 e il 2005 il totale dei sottoscrittori di fondi comuni italiani si è mantenuto sopra i 9 milioni, per poi ridursi fino al 2012 in parallelo con l’andamento negativo della raccolta netta. Dal 2013 la ripresa dei flussi si è poi accompagnata a un incremento dei sottoscrittori.
Il dato del 2019 rimane dunque positivo e in linea con i livelli del 2008, anno che ha innescato una serie di crisi che hanno portato a minimi importanti quali i 5,4 milioni di sottoscrittori del 2012.
Negli anni la partecipazione – intesa come l’incidenza del numero dei sottoscrittori sul totale della popolazione italiana residente – è passata dal 17% del periodo 2002-2003 al minimo del 9% del 2012. Successivamente la ripresa delle sottoscrizioni ne ha riportato il valore vicino al 12%.
Capitolo Pir
All’incremento dei sottoscrittori nel corso degli ultimi anni ha contribuito il successo dei fondi Pir compliant, a cui hanno aderito 810mila risparmiatori (930mila includendo i fondi di diritto estero).
La riforma introdotta con la finanziaria 2019 ha sostanzialmente bloccato lo strumento, che ne ha risentito lasciando sul terreno un miliardo di raccolta e sottoscrittori in calo sia nel segmento dei Pir italiani (-74mila unità, da 884mila nel 2018 a 810mila nel 2019) sia in quello dei Pir esteri, che ricordiamo costituire circa il 15% dell’intero mercato dei fondi Pir-compliant.
“Il cambio di rotta avvenuto con la rivisitazione della normativa ha innescato i Pir 3.0 consentendo alle sottoscrizioni di ricominciare già a gennaio”, commenta Morassut. “Una spinta alle sottoscrizioni potranno darla anche i Pir alternativi ideati da Assogestioni, al punto che il combinato disposto del supporto legislativo e del lancio di nuovi prodotti dovrebbe portare a un incremento del numero di sottoscrittori già da quest’anno”, aggiunge l’esperto.
Dall’analisi della distribuzione degli importi detenuti a fine 2019 emerge l’aumento del patrimonio mediamente detenuto, passato dai 13mila euro del 2018 ai 16mila del 2019. “Segno che una fetta significativa di sottoscrittori dei Pir ha alimentato la propria posizione nel 2019”, evidenzia Morassut.
I dati dei Pir attestano anche lo spostamento della concentrazione degli investimenti. L’82% dei sottoscrittori di Pir ha investito fino a 30.000 euro (nel 2018 era il 93%); il 15% detiene importi compresi tra 30.000 e 60.000 euro. Ciò detto, solo il 3% degli investitori supera i 60.000 euro, sfruttando tutto il plafond disponibile maturato dopo tre anni di vita dei Pir.
Altro dato interessante riguarda l’età dei sottoscrittori di Pir, con una maggiore rappresentazione delle fasce d’età centrali (46-55 e 56-65 anni) rispetto alle fasce 66-75 e ultra-75. Fascia, quest’ultima, in cui rientra il 15% dei sottoscrittori (dato che sale al 20% per i fondi italiani considerati nel loro insieme).
Più uomini che donne (55% vs 45%) e concentrati al nordest (29% vs il 25%) dei non-Pir.
Scelte allocative
La scomposizione delle macrocategorie di investimento che hanno attratto afflussi tra il 2002 e il 2019 evidenzia il calo dei sottoscrittori che investono esclusivamente in portafogli azionari e in liquidità.
Al contrario i fondi flessibili – inesistenti nei primi anni di rilevazione – sono diventati il prodotto più popolare tra i sottoscrittori. Una scelta che riflette “la dinamica dell’offerta e l’innovazione di prodotto delle Sgr italiane, che nel tempo hanno puntato sempre di più su questi strumenti, atti a offrire un’asset allocation completa in un singolo fondo”, osserva Morassut.
Una dinamica che ha finito per erodere il primato dei fondi obbligazionari, storicamente presente nel portafoglio dei sottoscrittori italiani, ma che dal 2012 a oggi hanno evidenziato un calo di 18 punti percentuali, attestandosi al 24% nel 2019.
Caratteristiche anagrafiche dei sottoscrittori
Spostando l’attenzione sulla totalità dei fondi di diritto italiano, risulta stabile al 40% su tutto il periodo la quota dei sottoscrittori delle fasce di età centrali (46-65 anni).
L’età media dei sottoscrittori a fine 2019 è di 60 anni, con un quinto dei sottoscrittori di fondi ultra-75enni (erano il 9% nel 2002). Pochi – e in calo – i giovani: la quota dei sottoscrittori di età compresa tra i 26 e i 35 anni è scesa dal 15% del 2002 al 6% del 2019.
A livello di genere, si assiste a un lento ma costante calo della proporzione degli uomini a favore delle donne, che nel 2019 rappresentano il 47% dei sottoscrittori.
Distribuzione geografica
Stabile dal 2002 la distribuzione dei sottoscrittori nelle cinque macroaree del Paese: due terzi (il 65% circa) degli investitori di fondi comuni italiani risiede al nord, il 18% nel centro e il restante 17% nel sud e nelle isole.
Se guardiamo al dato di partecipazione nazionale, scopriamo che l’11,6% degli italiani investe in fondi. Su scala regionale, questo dato medio subisce variazioni anche rilevanti: mentre al nord è più alto (Emilia-Romagna 19,5%; Lombardia 17,4%; Liguria e Piemonte 16,5%; nordest 13,5%), cala a mano a mano che ci si sposta verso sud, dove la partecipazione si assottiglia alla metà della media nazionale (Puglia 6%; Campania 5,6%; Sicilia 5,3%).
Le ragioni le spiega Morassut: “Da un lato, la differenza nella distribuzione dei redditi tra nord e sud, dall’altro una diversa densità dei canali distributivi, come emerge anche in altri studi”, spiega.
Ma c’è dell’altro. “Dobbiamo considerare anche le diverse scelte di investimento. In particolare, nel mezzogiorno si favoriscono impieghi quali depositi e liquidità”, prosegue l’analista. Che argomenta: “La liquidità a livello nazionale ammonta a un terzo delle attività, pari a circa 1.500 miliardi” (fonte: relazione annuale per il 2018 di Banca d’Italia).
Ebbene come mostrano i dati raccolti nella collana Economie regionalidi Palazzo Koch, “al nord il dato risulta molto più basso. In Lombardia la quota non supera il 25%, mentre in diverse regioni del sud arriva a sfiorare anche il 50%, a discapito di soluzioni del risparmio gestito”, conclude Morassut.
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