Il premio Nobel per l’economia, psicologo di formazione, ha sfidato le teorie classiche dimostrando come l’irrazionalità e i bias cognitivi siano spesso alle base delle decisioni di investimento
Con la scomparsa di Daniel Kahneman, avvenuta il 27 marzo 2024, il mondo dice addio a un altro pioniere di teorie fondamentali per il progresso del pensiero economico. L’influenza di Kahneman, uno psicologo di formazione, sul mondo degli investimenti è stata infatti rivoluzionaria perché ha posto le basi di quella che viene definita finanza comportamentale. Dal ruolo dei bias all’approccio olistico, ecco come ha cambiato i vecchi paradigmi. E anche il risparmio gestito.
Una vita dedicata a sfatare i miti sui comportamenti umani
Daniel Kahneman, psicologo e premio Nobel per l’Economia
L’accademico israelo-statunitense, nato a Tel Aviv nel 1934, ha vinto il premio Nobel per l’economia nel 2002 assieme a Vernon Smith “per avere integrato risultati della ricerca psicologica nella scienza economica, specialmente in merito al giudizio umano e alla teoria delle decisioni in condizioni d’incertezza”. In pratica, ha sottolineato come la complessità della mente umana sia un fattore da tenere in conto anche quando si parla di finanza. Kahneman, che era professore a Princeton, per anni ha collaborato con il pioniere della psicolologia cognitiva Amos Tversky e insieme a lui ha dimostrato come le scelte umane violino sistematicamente alcuni principi di razionalità.Un lavoro che ha smontato le consolidate teorie secondo cui il comportamento degli agenti decisionali dovrebbe essere razionale e finalizzato alla massimizzazione dell’utilità. Tra i contributi più notevoli di Kahneman al mondo finanziario va infatti annoverata la sua esplorazione dei “pregiudizi euristici”, cioè scorciatoie mentali utilizzate per prendere decisioni.
Attraverso le loro ricerche, Kahneman e Tversky hanno anche scoperto una miriade di pregiudizi cognitivi che influenzano il modo in cui gli individui percepiscono o agiscono nei contesti economici e che li conducono spesso per prendere decisioni contro i loro interessi.
La teoria del prospetto e le implicazioni sui mercati
Uno dei concetti più importanti messi in luce dal premio Nobel, di quel testo cardine sia della psicologia sia dell’economia che si intitola “Pensieri lenti e veloci”, è l’idea della teoria del prospetto. A differenza delle teorie economiche tradizionali, secondo cui gli individui prendono decisioni basate sulla massimizzazione dell’utilità e sull’evitare le perdite, essa suggerisce che le persone valutino le perdite o i guadagni potenziali rispetto a un punto di riferimento e siano quindi influenzate dalla percezione del rischio così come dal desiderio di evitare le perdite più di quanto desiderino massimizzare i guadagni.
Questa intuizione ha profonde implicazioni per i mercati finanziari. Kahneman suggerisce infatti che i partecipanti agli scambi non siano sempre attori razionali: le loro decisioni sono influenzate da fattori psicologici che possono causare inefficienze di mercato e anomalie. Con risultati capaci di andare ben al di là delle sorti del singolo. Questi discostamenti dalla razionalità, possono infatti dareorigine a fenomeni come bolle, crolli e comportamenti da branco difficilmente spiegabili attraverso i paradigmi tradizionali.
L’importa della psicologia per comprendere gli investitori
Ma l’aspetto più importante nel ricordare Kahneman riguarda il fatto che ha messo in luce l’importanza della comprensione della psicologia degli investitori nella progettazione di strategie per l’allocazione del capitale. L’accademico ha sottolineato l’importanza di una serie di bias cognitivi, come l’avversione alla perdita, l’ancoraggio e la sovrastima delle proprie capacità, nel plasmare le vicende finanziarie. Una comprensione che ha portato alla finanza comportamentale, campo che integra le intuizioni della psicologia nella finanza per fornire una comprensione più complessa e sfumata delle dinamiche mercato.
Dai prospetti ai fondi indicizzati: gli impatti sul gestito
L’impatto di Kahneman si estende oltre il mondo accademico: il suo lavoro ha influenzato policymaker e addetti ai lavori ma anche i singoli investitori. E, in ultima analisi, ha avuto un impatto rilevante anche per il risparmio gestito. La sua ricerca sull’effetto del framing, che dimostra come la presentazione dei dati possa influenzare il processo decisionale, ha portato infatti a cambiamenti nel modo in cui le informazioni finanziarie vengono comunicate al pubblico. Senza contare la promozione di approcci al portafoglio più olistici, che tengano cioè conto non solo dei rendimenti attesi ma anche del rischio psicologico associato a determinate decisioni di investimento.
La comprensione dei pregiudizi cognitivi ha inoltre permesso agli operatori di mercato di adottare strategie più consapevoli e di mitigare le minacce associate al comportamento irrazionale dei mercati. Inoltre, ha spinto alla creazione di prodotti finanziari innovativi progettati per proteggere gli investitori dai bias cognitivi, come i fondi indicizzati.
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