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Il 2 dicembre 2001 falliva il colosso Usa. La transizione verso l’Esg sta aumentando la trasparenza, ma non sono mancati nuovi default eccellenti
A vent’anni dallo scandalo Enron, datato 2 dicembre 2001, si è alzata – e molto – la guardia sui bilanci aziendali. Trasparenza e criteri Esg sono oggi al centro delle politiche aziendali. C’è tuttavia da dire che quello che è considerato il più grande scandalo finanziario della storia americana non è rimasto un caso isolato. Lehman Brothers dieci anni dopo ne è stato l’esempio, ma anche WorldCom e Washington Mutual.
Inoltre, è proprio di questi giorni la notizia diffusa dal Wsj secondo cui, dopo 12 anni di prigione, l’ex amministratore delegato di Enron, Jeffrey Skilling, sarebbe già al lavoro su una nuova iniziativa imprenditoriale nel settore dell’energia. Skilling si dimise da amministratore delegato di Enron nell’agosto del 2001, pochi mesi prima della bancarotta del gigante energetico texano, avvenuta nel dicembre dello stesso anno.
Una storia che inizia nel 1990, quando Jeffrey Skilling viene messo a capo di Enron Capital and Trade, una nuova divisione specializzata in operazioni finanziarie. Da società energy, Enron diventa presto una sorta di trader di commodities. Sei anni dopo viene nominata dalla rivista Fortune “l’azienda più innovativa del pianeta” e a fine 2000 è una delle sette società di Wall Street a maggiore capitalizzazione con il titolo arrivato in area 85 dollari. La multinazionale (è presente in quaranta Paesi) e ha migliaia di dipendenti.
Nel 2001 emerge però che Enron non è esattamente quello che sembra. I conti del terzo trimestre segnano una perdita di 618 milioni di dollari e il titolo crolla perdendo 1,2 miliardi di capitalizzazione in una sola seduta. Il 22 ottobre la Sec avvia un’inchiesta su un possibile conflitto di interessi provocando il crollo del titolo sotto i 40 dollari. Il 15 novembre viene alla luce che Enron ha investito male perdendo decine di miliardi di dollari: il merito di credito viene declassato a junk, spazzatura.
Dopo mesi di indagini da parte della Sec, la società invoca il Chapter 11 della legge fallimentare federale: una sorta di amministrazione controllata che congela titoli e contratti.
Uno shock per dipendenti e azionisti, che persero tutto.
Alla base del crack, bilanci fasulli e gonfiati certificati dalle società di revisione, in primis Arthur Andersen, grazie anche a compiacenze politiche. Ai bilanci truccati si aggiungeva la fitta rete di società legate a Enron e distribuite in paradisi fiscali, grazie alle quali era stato possibile evadere la tassazione e gonfiare i profitti.
Quando scoppiò lo scandalo all’inizio si ipotizzò un salvataggio da parte dell’amministrazione americana per i tanti interessi in gioco, e per i legami personali tra Kenneth Lay (presidente morto nel 2006) e la famiglia Bush. Ma così non fu. La società fallì in toto.
Dal caso Enron nacque una nuova giurisprudenza anti-truffa che culminerà nella legge Sarbanes-Oxley del luglio 2002, con cui si attribuisce ai manager apicali la responsabilità dei bilanci societari e si stabiliscono pene più severe contro le truffe finanziarie.
Smantellata Enron, le indagini sul crac richiederanno cinque anni, portando sotto inchiesta ad e presidente, ma anche il responsabile finanziario Fastow e 16 tra i maggiori dirigenti del gruppo, oltre a manager di società collegate a Enron, in particolare Arthur Andersen, accusata tra l’altro di aver distrutto documenti chiave. Nonostante la complessità del caso e il fronte legale messo in campo dai vertici di Enron, il processo si apre a Houston il 30 gennaio del 2006 e arriva alle prime condanne nel giro di pochi mesi: 24 anni per Skilling (poi ridotti), sei anni per Fastow e 45 per il presidente Lay, che morirà d’infarto nel luglio dello stesso anno.
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