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Nel parere alla Commissione Ue l’autorità esorta a considerare l’eterogeneità dei sistemi nazionali di distribuzione dei prodotti d’investimento e la specificità dei servizi di consulenza. Altrimenti a rimetterci potrebbero essere i risparmiatori
Estendere il modello della RDR – il complesso di norme che vietano ai consulenti finanziari britannici il percepimento delle commissioni di incentivo legate al collocamento dei prodotti di investimento – al resto d’Europa non è una scelta percorribile perché non tiene conto delle specifiche realtà nazionali.
A dirlo è Esma, l’Autorità che riunisce le Consob europee, che ha pubblicato una relazione finale (‘technical advice’) contenente i suoi pareri alla Commissione europea sugli incentivi legati al collocamento dei prodotti finanziari e sulla trasparenza nella comunicazione dei relativi costi ai clienti retail.
Presidi, questi, previsti e rafforzati da MiFID 2, direttiva attualmente oggetto di revisione da parte di Bruxelles con l’obiettivo di migliorare la distribuzione dei prodotti retail in Europa e riattivare il progetto della Capital markets union (Cmu), l’Unione europea dei mercati dei capitali.
Il documento recepisce i risultati della consultazione con i partecipanti al mercato lanciata da Esma il 19 luglio 2019 in risposta alla richiesta della Commissione, pervenuta lo scorso maggio, di un parere tecnico sugli effetti di MiFID 2. Lo scopo è quello di garantire l’effettività della normativa a oltre due anni dall’emanazione, valutare il modo in cui è stata attuata e se vi siano stati effettivi benefici per i clienti, e assicurare il più alto livello di armonizzazione negli Stati membri.
L’impraticabilità di un approccio indifferenziato
Un punto, quest’ultimo, che indica una strada non sempre facilmente percorribile. In relazione al tema degli incentivi, in particolare, l’autorità prende atto che un divieto assoluto potrebbe avere effetti negativi alla luce del fatto che in molti Paesi – tra cui l’Italia – il mercato della distribuzione è dominato dalle banche.
Esma incoraggia dunque la Commissione ad approfondire maggiormente il panorama distributivo europeo dal momento che l’impatto di un blocco degli incentivi “probabilmente varierebbe tra gli Stati membri in base ai modelli di distribuzione esistenti. Nel caso di Paesi con modelli di distribuzione bancocentrici esiste il rischio che – a causa della perdita di incentivi alla vendita di prodotti di terze parti – banche e società possano reagire ripristinando o aumentando il peso dei modelli ad architettura chiusa”, si legge nel documento.
I divieti di incentivi, prosegue Esma, “potrebbero essere superati dalle imprese attraverso pratiche di integrazione verticale tra banche e asset manager” con il risultato che “solo i prodotti di gruppo potrebbero finire per essere offerti ai clienti finali”.
In questo caso, prosegue Esma, “la banca fornirebbe il servizio di distribuzione dei prodotti alla società di gestione che – invece di remunerarla attraverso le retrocessioni sulle commissioni – lo farebbe mediante il versamento di un dividendo o attraverso una riserva di capitale istituita presso la Sgr” («by way of a dividend or a capital reserve at the level of the management company», nel testo in inglese).
Se a rimetterci è la consulenza
Nel corso degli anni, molti osservatori hanno sottolineato che paradossalmente, sebbene un divieto agli incentivi possa sembrare utile agli investitori mass-market, non è ancora del tutto chiaro se col tempo possa tuttavia condurre a un ‘gap’ di consulenza difficilmente colmabile con l’utilizzo di piattaforme semi-automatizzate, come i robo-advisor.
Esma osserva che il divieto di incentivi “ha il potenziale di determinare la crescita del settore della consulenza indipendente a parcella in tutta l’Ue”. Una trasformazione così netta del mercato, tuttavia, “potrebbe richiedere del tempo” afferma l’autorità, aggiungendo che nel breve termine vietare gli incentivi “ridurrebbe la scelta per gli investitori al dettaglio e renderebbe più probabile per le banche decidere di non offrire servizi di consulenza ai clienti retail, bensì di indirizzare i consumatori verso servizi di tipo execution-only”.
L’autorità aggiunge che vietare gli incentivi per i prodotti finanziari collocati in regime MiFID rischierebbe anche di creare “un campo di gioco non uniforme rispetto ad altri tipi di prodotti”, come quelli assicurativi. Gli incentivi dovrebbero quindi essere considerati nel complesso delle norme e non solo in ambito MiFID 2, fa notare Esma.
In conclusione, l’autorità europea dei mercati ritiene che la Commissione debba esaminare e valutare le azioni che potrebbero essere intraprese per controbilanciare i rischi di conseguenze indesiderate legate al divieto di incentivi. Fino ad allora, Esma “raccomanda alla Commissione di fare affidamento su opzioni alternative per migliorare la comprensione da parte dei clienti del meccanismo degli incentivi e del funzionamento del regime MiFID 2 così come è concepito attualmente”.
MiFID 2 va bene così com’è insomma, a patto che non si smetta di ripetere – e possibilmente applicare – il suo mantra: “Trasparenza, trasparenza, trasparenza”.
Un nodo difficile da sciogliere
Ciò detto, va anche notato come in numerose occasioni il presidente di Esma Steven Maijoor abbia esortato i fondi a considerare più da vicino il tema dei costi. Intervenendo nel 2019 a una riunione della commissione Affari economici dell’europarlamento (attualmente presieduta da Irene Tinagli, economista ed europarlamentare del Pd succeduta a Roberto Gualtieri nel suo passaggio al vertice del Mef), Maijoor ha affermato che le Sgr i gestori patrimoniali “dovrebbero ridurre i costi relativamente elevati dei prodotti di investimento” per contribuire al successo della Cmu.
Proprio l’aumento dell’accesso dei consumatori ai fondi di investimento – che passa tanto dal rafforzamento dei presidi di tutela e trasparenza quanto da una riduzione dei costi dei prodotti – è uno dei punti principali dell’agenda Cmu, progetto che mira a ridurre la dipendenza dal finanziamento bancario nei Paesi Ue. Da tempo, dunque, i policymaker europei valutano se gli incentivi al collocamento di strumenti di investimento ai risparmiatori retail debbano essere vietati in tutta la regione, come già accade nei Paesi Bassi e nel Regno Unito.
Paesi, questi, che in Europa hanno vietato gli incentivi in relazione ai prodotti di investimento al dettaglio “con un certo successo”, osserva Esma, che si dice d’accordo con le osservazioni della Autoriteit Financiële Markten (AFM, la Consob olandese) quando scrive che “il divieto degli incentivi incoraggia la distribuzione di prodotti di investimento più convenienti per i consumatori e riduce i conflitti di interesse per i consulenti, aumentando nel contempo la concorrenza tra le case prodotto a vantaggio dei consumatori”.
Le tempistiche
Ricevuto il parere di Esma, la Commissione Europea è tenuta a relazionare il Parlamento Europeo sullo stato di implementazione della normativa e, in particolare, sull’impatto dell’obbligo di rendere trasparente ai clienti costi, spese ed incentivi sulla prestazione dei servizi di investimento e, su tutti, su quello di consulenza.
La prima scadenza era prevista a marzo 2020, ma a causa del ritardo nell’insediamento della Commissione, a cui ha fatto seguito lo scoppio dell’emergenza sanitaria, al momento non è ancora prevista una data precisa entro la quale l’esecutivo guidato da Ursula von der Leyen trarrà le sue conclusioni.