Dal possibile stress sul credito alla vulnerabilità della liquidità fino all’impatto dell’intelligenza artificiale su banche e lavoro, il ceo di J.P. Morgan Chase delinea uno scenario in cui il vero banco di prova potrebbe arrivare proprio dal mercato obbligazionario
Jamie Dimon, ceo di J.P. Morgan
Tassi massimi da decenni, mercati azionari protagonisti di un rally difficile da spiegare, debito pubblico in crescita e nuovi trend pronti a ridisegnare l’economia. Secondo Jamie Dimon, sono molteplici le ragioni per non sottovalutare i rischi che stanno emergendo nel sistema finanziario globale. Il manager ha infatti spiegato ai microfoni di Bloomberg che i rendimenti obbligazionari potrebbero continuare a salire e che il mercato del credito appare esposto a una possibile fase di stress, soprattutto in un contesto di forte domanda di capitale e deficit pubblici record. Un’intervista, quella rilasciata alla testata in settimana, che ha acceso i riflettori anche sui pericoli dell’intelligenza artificiale.
Secondo Dimon, il fatto che i rendimenti governativi siano tornati sui livelli più elevati degli ultimi 20 anni non dovrebbe sorprendere gli investitori. A suo giudizio, il lungo ciclo di tassi bassi iniziato dopo la crisi finanziaria globale potrebbe infatti aver lasciato il posto a un nuovo regime economico. “Negli ultimi anni il mondo ha beneficiato di un’enorme abbondanza di risparmio”, ha ricordato il numero uno della banca d’affari USA, “ma ora la situazione sembra ribaltata”. A incidere sarebbero soprattutto i massicci investimenti nell’intelligenza artificiale, i deficit pubblici ai massimi storici e la crescente necessità di finanziamento da parte dei governi. Solo negli Stati Uniti, ha osservato Dimon, i capitali destinati all’AI potrebbero passare da 450 miliardi di dollari dello scorso anno a mille miliardi nel giro di pochi esercizi: una dinamica che, insieme al crescente fabbisogno di emissioni sovrane, rischia di esercitare ulteriore pressione sui rendimenti. Il manager ha inoltre sottolineato come il tema non riguardi solo l’inflazione ma anche la credibilità fiscale degli Stati: “Con un debito federale americano superiore ai 30mila miliardi di dollari e circa 2mila miliardi di nuove passività da rifinanziare nel 2026”, ha detto, “il costo del capitale potrebbe diventare un fattore sempre più destabilizzante”.
Ma anche il credito sempre più vulnerabile
Il ceo della banca americana si è mostrato particolarmente prudente sul settore del credito. A suo giudizio, molti operatori stanno sottovalutando il rischio di rifinanziamento in un contesto di tassi più elevati e spread destinati potenzialmente ad allargarsi. Dimon ha ricordato che il mercato dei leveraged loans vale oggi tra i 5mila e i 6mila miliardi di dollari e che molte aziende potrebbero trovarsi in difficoltà nel rifinanziare il debito alle condizioni future. Un problema destinato, dal suo punto di vista, a tradursi in una “compressione delle valutazioni azionarie e in nuove tensioni finanziarie”. Pur senza prevedere necessariamente una recessione imminente, il guru ha definito questo scenario “assolutamente possibile” e ha spiegato che una parte rilevante degli investitori continua a esporsi ai tassi senza adeguate coperture. Anche sul comparto high yield il giudizio resta prudente: Dimon ha parlato apertamente di “un certo grado di esuberanza”, precisando che ai livelli attuali non sarebbe acquirente di spread creditizi. Secondo il banchiere, la forte domanda per questi strumenti è sostenuta anche dalla crescita dei fondi passivi e dalla necessità degli investitori di inseguire rendimento in un contesto di mercato ancora molto liquido.
Liquidità e sentiment: rischio di inversione improvvisa
Uno dei punti centrali dell’intervento riguarda proprio la liquidità di mercato. Dimon ha cioè ricordato che le fasi di stress posso portare il sentiment a cambiare molto rapidamente, spingendo investitori e istituzioni a cercare cash nello stesso tempo. “In quei momenti”, ha spiegato, “tutti tendono a ridurre l’esposizione al rischio e finisco così per sottrarre liquidità proprio quando il mercato ne avrebbe più bisogno”. Una dinamica già osservata in corrispondenza di diverse crisi che si sono susseguite nel passato, dal crollo del 1973 alla bolla internet del 2000.
Ma l’AI cambierà ogni processo
Ampio spazio è stato dedicato anche all’intelligenza artificiale, che Dimon considera una trasformazione strutturale destinata a incidere su ogni attività bancaria. Il ceo di J.P. Morgan ha spiegato che il gruppo utilizza strumenti di AI già da oltre un decennio in funzioni come gestione del rischio, prevenzione delle frodi, marketing, document management, hedging e sviluppo software. “L’obiettivo”, ha chiarito, “non è sostituire il rapporto con il cliente ma migliorare produttività e qualità del servizio”. Secondo Dimon, ogni applicazione o processo verrà in qualche modo impattata dagli algoritmi e lo stesso vale per le professioni. Ecco allora che alcuni ruoli diventeranno più efficienti e altri potrebbero ridursi, mentre emergeranno nuove figure specializzate in ambiti oggi ancora poco diffusi. Il manager ha comunque escluso l’ipotesi di una drastica riduzione dell’occupazione in J.P. Morgan: “La strategia del gruppo sarà accompagnare gradualmente la trasformazione attraverso riqualificazione, mobilità interna e gestione del turnover naturale”.
La sfida della competitività globale
Come ultimo tema dell’intervista Dimon ha parlato della competizione internazionale tra piazze finanziarie. Soffermandosi su New York, il banchiere ha criticato politiche fiscali eccessivamente penalizzanti per imprese e contribuenti ad alto reddito, sostenendo che tasse elevate e deterioramento dei servizi pubblici rischiano di indebolire l’attrattività della città rispetto ad altre aree americane come il Texas. Infine, sul fronte geopolitico, ha invitato un dialogo costante tra Stati Uniti e Cina nonostante le tensioni commerciali e strategiche. Pur riconoscendo le divergenze tra le due potenze, il banchiere ha evidenziato come entrambe abbiano interessi comuni su molti temi: dal commercio alla sicurezza fino allo sviluppo tecnologico. Quanto a Pechino, il manager ha detto di continuare a considerarlo un “mercato fondamentale per gli investitori globali” e ha sottolineato la forza industriale raggiunta in settori come auto elettriche o manifattura avanzata.
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