Per la presidente della Bce è possibile un ritocco poche settimane dopo la fine del Qe. “Crescita e inflazione si muovono in direzioni opposte”. La view dei gestori
Christine Lagarde
Poche settimane dopo la fine del Qe, la Bce avvierà la sua stretta monetaria. La conferma, dopo il pressing continuo dei falchi di Francoforte, arriva dalla presidente Christine Lagarde che, abbandonata la sua evasività sull’argomento, ha dato per la prima volta un riferimento temporale.
L’Eurotower dovrebbe concludere gli acquisti netti di titoli “all’inizio del terzo trimestre” e il primo rialzo dei tassi può avvenire anche “poche settimane” dopo, ha detto a Lubiana, aprendo di fatto alla possibilità di un ritocco del costo del denaro dell’Area euro nel meeting del 21 luglio. Proprio come da settimane vanno auspicando i colleghi del board, a partire dal tedesco Joachim Nagel, e come il mercato sembra aver annusato da tempo.
Non è infatti un caso se una serie di indicatori continui ad annunciare un intervento della Bce. Il mercato scommette infatti su un primo rialzo tra luglio e settembre e su un ulteriore ritocco entro fine anno. Motivo per cui il decennale italiano ha ormai superato la soglia del 3% per la prima volta da ottobre 2018, allineandosi alla generale risalita dei rendimenti obbligazionari, e lo spread con il Bund viaggia intorno a quota 200 punti.
La guerra Russia-Ucraina “ha esacerbato tutti i principali motori dell’inflazione e accresciuto l’incertezza economica e offuscando le prospettive di crescita. Questo ha ulteriormente complicato la situazione della politica monetaria dal momento che, nel breve termine, inflazione e crescita si muovono in direzioni opposte”, ha sottolineato la presidente della Banca centrale europea.
Dopo il primo rialzo dei tassi, “il processo di normalizzazione sarà graduale”, ha comunque rassicurato Lagarde, evocando però un cambiamento strutturale dell’inflazione di fronte al quale “è giusto che la politica monetaria torni a un assetto più normale”. Infatti le prospettive d’inflazione stanno cambiando nel medio termine, di fronte a fattori strutturali come le strozzature all’offerta che la guerra ha esasperato, ma che rimarranno, facendo sì che nel medio termine l’inflazione appaia sempre più ancorata all’obbiettivo del 2%. Le misure dell’inflazione di fondo, ha avvertito Lagarde, sono quasi tutte sopra il 2% e l’economia globale sembra destinata ad affrontare “ulteriori shock negativi d’offerta e pressioni sul lato dei costi”, anche di fronte alla necessità di “accelerare la transizione green come mezzo per ridurre la dipendenza da attori ostili”.
La view dei gestori
“Gran parte degli economisti si attende una normalizzazione delle politiche monetarie e una rapida uscita dai tassi negativi – osserva Matteo Ramenghi, chief investment officer di Ubs Wm in Italia -. La sostenibilità del debito sarà un argomento sempre più centrale; anche perché la guerra in Ucraina e le sanzioni nei confronti della Russia rendono più complesso ridurre l’indebitamento per via dell’effetto negativo sul Pil e delle maggiori spese varate nel campo della difesa, dell’energia e degli aiuti ai rifugiati”.
Ramenghi sottolinea comunque che in questi anni gli emittenti sovrani hanno allungato le scadenze medie del loro debito per ridurre l’impatto di eventuali rialzi dei tassi. “Anche nel caso dell’Italia, la traiettoria di rientro del debito pubblico è messa in discussione più dall’andamento economico che dallo spread”, puntualizza.
“I mercati obbligazionari hanno reagito rapidamente alle nuove minacce per l’economia, guerra e lockdown, e gli spread sugli emittenti investment grade e high yield sono aumentati visibilmente – conclude l’esperto di Ubs Wm -. Ad aprile questi segmenti hanno registrato la correzione più significativa da marzo 2020. Le obbligazioni con rendimenti negativi sono ormai rarefatte e si inizia a intravedere qualche opportunità. Nell’ultimo mese abbiamo chiuso il sottopeso sulle obbligazioni investment grade e sui titoli di Stato con rating elevato che ci aveva accompagnato per molto tempo”.
“Anche se i rendimenti hanno registrato una crescita, sono ancora bassi. Insieme alla maggiore sensibilità delle obbligazioni ai movimenti dei rendimenti, basterebbe un ulteriore piccolo aumento per lasciare molti investitori in perdita”, fa notare Duncan Lamont, Cfa head of strategic research di Schroders, secondo cui la risalita di quelli a breve termine li rende ora un’opzione interessante.
“Il mercato ora sta prezzando in modo aggressivo una percentuale superiore al 70% di possibilità che la Fed aumenti i tassi di interesse di almeno il 2,5% entro la fine del 2022 – argomenta -. Se questo non dovesse accadere, i rendimenti delle obbligazioni a breve termine più sensibili alle politiche potrebbero scendere, aumentando i loro prezzi. Dall’altro lato dell’equazione, i rendimenti dovrebbero salire molto di più per far perdere soldi agli investitori. Rispetto alle obbligazioni a lungo termine e ai contanti, le opportunità di investimento per le obbligazioni a breve termine sono migliorate molto”.
Per Lamont le obbligazioni societarie a lunga scadenza continuano ad avere un po’ più di vantaggio su quelle a breve scadenza, ma è un vantaggio che si è ridotto considerevolmente. E, ai livelli attuali, le obbligazioni a più breve termine possono anche sopportare un aumento maggiore dei rendimenti prima di essere vulnerabili alle perdite. Così come l’high yield e il debito dei mercati emergenti, anche se comportano ulteriori rischi di credito e valutari.
“Molti comprano obbligazioni a lunga scadenza per ragioni diverse dal rendimento; per esempio, i fondi pensione e le compagnie di assicurazione che gestiscono i rischi di responsabilità e gli investitori che sperano di ottenere una buona performance se l’azionario perde. Tuttavia, per coloro che sono più motivati dal rendimento e che sono disposti ad adottare un approccio più flessibile, le opportunità si stanno aprendo altrove”, conclude l’esperto di Schroders.
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