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Gli esperti si dividono sui corsi del rame arrivato ai massimi di sempre
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Il rame è il nuovo oro? Il rame piace sempre di più: è totalmente riciclabile e un efficiente conduttore di elettricità, motivo per cui è diventato molto ambito nel campo delle energie rinnovabili, venendo utilizzato per la produzione e la ristrutturazione degli impianti sostenibili, senza considerare che la Cina ne è il maggior importatore. “Da inizio anno il prezzo del rame è aumentato del 28% circa, dell’80% rispetto dal 2020”, commenta Benjamin Louvet, portfolio manager del fondo Ofi Precious Metal di Ofi Asset Management. Le premesse, in teoria, ci sarebbero tutte. Ma gli esperti interpellati da FocusRisparmio si dividono.
“A maggio il rame ha raggiunto i massimi di sempre sulle ali della crescente domanda di veicoli elettrici e alla tendenza verso l’energia verde delle maggiori economie globali. Il rame è infatti uno degli elementi fondamentali per produrre questi veicoli, in quanto gran parte dei condotti elettrici contengono rame. Da anni però l’industria mineraria estrattiva non investe più nella capacità di produzione di minerali industriali chiave e quindi la forte domanda di materie prime necessarie per produrre dei beni – in questo caso le autovetture elettriche – ha portato il prezzo del rame a toccare nuovi picchi”, spiega Norman Villamin, chief investment officer wealth management di Union Bancaire Privée (UBP) per poi aggiungere: “Siamo convinti che si tornerà ad investire nella capacità di produrre ed estrarre queste materie prime, ma ci vorrà del tempo e nel frattempo il prezzo della materia prima continuerà a salire generando di conseguenza un aumento del costo finale del prodotto”.
“La transizione energetica è ad alta intensità di rame”, prosegue Louvet per poi precisare: “L’installazione di capacità di energia eolica annuale dovrebbe essere moltiplicata per quattro ogni anno da qui al 2030, secondo la tabella di marcia dell’Iea per emissioni nette pari a zero entro il 2050. Poiché una turbina eolica contiene tra 950 kg e 5 tonnellate di rame a seconda della sua capacità di potenza, si può immaginare l’impatto sul mercato del rame. Poiché occorrono dai 6 agli 8 anni per rendere produttiva una nuova miniera, dobbiamo affrontare questa situazione con la capacità produttiva esistente”.
In questo scenario il team di strategie di credito globale di Algebris guidato da Alberto Gallo commenta: “La Cina sta cercando di moderare i prezzi elevati delle materie prime, impegnandosi a rilasciare le riserve statali sul mercato. Tuttavia, le misure di Pechino possono solo aiutare ad allentare temporaneamente la pressione: le riserve di rame della Cina, ad esempio, sono stimate a circa 1,5-2 milioni di tonnellate, un ammontare significativo rispetto ai potenziali deficit di quest’anno e del prossimo di circa 300-400 mila tonnellate, ma insufficienti se i deficit continuano ad ampliarsi. Pertanto, mentre l’azione della Cina può limitare i prezzi a breve termine, a lungo termine una maggiore offerta di metalli o una politica più restrittiva per moderare la domanda rimangono fondamentali per controllare i prezzi e da ultimo l’inflazione”.
In controtendenza Livio Spadaro, portfolio manager di Frame Asset Management, che più che mettere in correlazione il volo di alcune materie prime, rame compreso, con un supposto “Superciclo” (cioè un aumento dei prezzi oltre il trend di lungo termine), che viene innescato da un innalzamento strutturale della domanda di un determinato bene, lo ritiene dovuto alla forte domanda di Pechino e transitorio.
“Gli sforzi economici delle maggiori economie per la rivoluzione green sono ingenti, tuttavia si sottovaluta lo scarso impegno della Cina che non sta riducendo le emissioni di CO2, quindi riteniamo che la svolta Green in Cina sarà molto più lenta di quanto si prevede” sostiene Spadaro. Il portfolio manager di Frame AM è scettico anche per quanto riguarda la futura domanda di veicoli elettrici che potrebbe essere ostacolata “dai costi di produzione, di consumo e di riciclo dei materiali ancora elevati e dalla carenza delle infrastrutture di mantenimento”. Senza considerare, prosegue Spadaro, “domanda attuale è stata generata prevalentemente dagli stimoli fiscali implementati in alcuni dei maggiori Paesi (Stati Uniti su tutti) ma non da un sostanziale miglioramento dell’occupazione e del reddito (la redistribuzione del reddito è alla base dell’innesco di un “Superciclo”), riteniamo cioè che finiti gli stimoli anche la domanda si possa ritirare soprattutto a fronte di un maggiore costo di produzione dei beni”.
In ultimo, a giudizio di Spadaro, occorre considerare che le aziende attive nell’estrazione “intraprendono nuovi progetti solo nel caso in cui vi sia un aumento strutturale dei prezzi, ciò significa che vi sia una domanda “healthy” piuttosto che un aumento di prezzo dettato dalla speculazione, che è il caso dell’ultimo rialzo delle materie prime. Le aziende, dunque, per giustificare un aumento dell’offerta aspettano che ci sia un aumento della domanda che per ora non c’è, motivo per cui il superciclo può attendere mentre in un’ottica di prezzo di breve termine è sicuramente salutare il fatto che l’offerta non venga aumentata anche se, comunque, siamo su livelli di prezzo ancora molto alti rispetto alla reale ripresa economica, che comunque c’è ma non così vigorosa”.
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