Coronavirus e petrolio: ecco i veri impatti
In attesa della riunione Opec+ del 5 marzo gli operatori sono in attesa della decisione della Russia su un ulteriore taglio alla produzione. E l’agenzia IEA taglia le stime sulla domanda
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Il nervosismo della domanda globale creato dal coronavirus ha messo in luce le crescenti fragilità di uno dei più grandi gruppi intergovernativi del mondo, l’Opec. E gli effetti, come sottolinea Randeep Somel, director of global equities, team equity di M&G Investments, sono sotto gli occhi di tutti.
Ma la cagionevolezza del cartello dei produttori di petrolio non è nuova. “Il rapporto si è logorato negli ultimi cinque o sei anni a causa della volatilità della domanda di petrolio e dell’economia globale – spiega Somel -. Ai problemi si è aggiunta una nuova offerta di petrolio portata sul mercato con l’avvento della fratturazione idraulica (fracking). Questo ha portato gli Stati Uniti a diventare il più grande produttore mondiale di petrolio e ha ancora maggiormente privato l’Opec della capacità di mantenere il prezzo attraverso il controllo degli approvvigionamenti”.
Tre anni fa l’Opec si è allargata a ‘Opec+’ (aggiungendo Paesi come Russia, Kazakistan e Messico), per permettergli di tenere sotto controllo l’offerta. Secondo l’esperto questo rapporto è collassato la scorsa settimana quando la Russia si è rifiutata di tagliare la produzione al fine di aiutare a mantenere il prezzo del petrolio, portando ad una forte risposta da parte dell’Arabia Saudita, la quale ha sostenuto che non avrebbe sopportato il peso dei tagli e che non avrebbe aumentato la propria produzione a basso costo.
Cosa è cambiato? “La Russia ha adottato misure severe sul suo bilancio nazionale – chiarisce Somel -, il che significa che ora si trova in una posizione in cui può permettersi un prezzo del petrolio più basso. I produttori americani di shale oil, che hanno costi più elevati, sono stati aiutati dai bassi costi di indebitamento nel finanziare continuamente la loro produzione. Questo crollo del prezzo danneggerà la loro capacità di accedere al debito. I produttori di shale oil in genere coprono la produzione da 6 mesi a 1 anno in anticipo, quindi i tagli dell’offerta non saranno immediati se il prezzo del petrolio rimarrà a questo livello, ma arriveranno”.
Il calo del prezzo del petrolio non è però una cattiva notizia per tutti. “I consumatori ne trarranno vantaggio in quanto spenderanno meno per la benzina e avranno più da spendere per altri prodotti. Sarà positivo anche per altre industrie, come le compagnie aeree, che hanno visto diminuire la domanda a causa del Coronavirus, ma che ora vedranno diminuire anche i loro costi più alti”, conclude Somel.
