Zerah (Carmignac): “Emergenti, ecco perché è sbagliato suonare la campana a morto”
30 luglio 2018
di EUGENIO MONTESANO
4 min
Posizioni lunghe su treasury e bond inflation-linked. Selettività sul credito, prediligendo bancari e “fallen angel”. Il barometro dei mercati obbligazionari secondo Charles Zerah, gestore del Carmignac Portfolio Unconstrained Global Bond.
Charles Zerah, gestore del Carmignac Portfolio Unconstrained Global Bond
Cautela: è la parola d’ordine per chi investe nei mercati emergenti (EM), sottoposti a una pressione che non si vedeva dal 2013, l’anno del taper tantrum che fece seguito al primo annuncio della Fed a trazione Bernanke della riduzione del programma di acquisti obbligazionari.
Il primo segnale lo ha dato il mercato dei cambi, con le valute emergenti che nel secondo trimestre del 2018 hanno registrato il peggior calo in sette anni. A questo ha fatto seguito un’emorragia di capitali dai paesi in via di sviluppo verso le grandi economie mondiali, America in primis: sia gli investitori azionari che quelli obbligazionari hanno prelevato denaro dagli EM per 10 settimane consecutive.
Per gli investitori in mercati emergenti è tempo di invertire definitivamente la rotta? Non secondo Charles Zerah, gestore del fondo Carmignac Portfolio Unconstrained Global Bond, uno dei comparti di maggior successo della casa francese con asset in gestione per 1,2 miliardi di euro (fonte: fact sheet mensile, giugno 2018).
Quali sono le prospettive degli emergenti e come si riflettono sull’allocazione del fondo che gestisce? Il sentiment relativo ai mercati emergenti è stato influenzato da un numero crescente di fattori contrari legati a variabili esterne (tassi dei treasury statunitensi più alti, dollaro USA più forte e crescenti tensioni commerciali guidate dagli Stati Uniti), e l’inversione di rotta del sentiment ha, a sua volta, ostacolato le performance delle asset class.
Tuttavia riteniamo che i mercati emergenti continuano ad avere maggiore qualità dal punto di vista macroeconomico rispetto al passato, quando il dollaro era forte e il tapering era in corso negli USA. Per questo motivo gli investitori possono essere certi del fatto che i mercati emergenti dovrebbero essere resilienti a tale fattore di rischio.
Nonostante stiamo monitorando attentamente i potenziali effetti della politica monetaria statunitense sull’universo sui mercati emergenti, siamo pronti ad aumentare la nostra esposizione a questa asset class, visto che le valutazioni sia del debito locale che estero stanno diventando interessanti.
Quali sono, a livello globale, le sue principali convinzioni di investimento sul lato buy e sell? Abbiamo implementato una posizione lunga sui titoli del tesoro USA e sulle obbligazioni statunitensi indicizzate all’inflazione, in quanto offrono rendimenti interessanti rispetto ad altre obbligazioni dei mercati sviluppati e costituiscono una garanzia in caso di deterioramento dell’ambiente macroeconomico. Manteniamo anche il nostro scenario di medio termine, che auspica un aumento dei tassi tedeschi e degli spread creditizi in Europa, a fronte di un modesto aumento delle aspettative di inflazione a medio termine, una maggiore offerta di debito e valutazioni più ampie.
Inoltre gli asset dei mercati emergenti sono stati penalizzati dal triplice impatto del dollaro forte, maggiori rendimenti negli USA e l’incremento dei prezzi del petrolio (soprattutto per i paesi importatori). Abbiamo deciso di ridurre la nostra allocazione al debito dei mercati emergenti, ma siamo pronti ad aumentarla di nuovo man mano che le valutazioni diventeranno più interessanti.
Infine, i mercati del credito sono troppo costosi, fattore che porta a privilegiare i margini del mercato. Ci piacciono in particolare i fallen angel che sono stati eccessivamente penalizzati dal sell-off forzato in seguito al declassamento del rating del credito. A noi piace ancora il credito bancario, che trae beneficio dalla tendenza pluriennale di riduzione del rischio e della leva finanziaria, oltre che dalla nuova ondata di regolamentazione che ha interessato il settore.
A 10 anni dalla crisi, i titoli finanziari europei non sono ancora completamente usciti dalla “danger zone”. In particolare, oggi destano preoccupazione i piccoli istituti di credito italiani e il colosso tedesco Deutsche Bank. Qual è la sua opinione sul settore, e come è investito? Tatticamente, abbiamo realizzato profitti sulle obbligazioni finanziarie, visto che le valutazioni si sono ampliate negli ultimi mesi. Tuttavia riteniamo che la situazione del credito bancario europeo rimanga interessante e, fino a quando continuiamo a selezionare in maniera ottimale le emissioni, l’esposizione al settore dovrebbe continuare a offrire rendimenti interessanti. Infatti, la riduzione del rischio all’interno del bilanci bancari fa ben sperare per la parte investita in credito del Carmignac Portfolio Unconstrained Global Bond.
Già nel 2012 abbiamo rafforzato questa componente del fondo, quando ci siamo resi conto che le banche europee stavano attraversando un periodo di ristrutturazione. Da allora, abbiamo investito in tutta la struttura del capitale, passando dai covered bond al debito senior e a quello subordinato, comprese le obbligazioni contingent convertible (CoCos). Negli ultimi anni questi strumenti non solo hanno ottenuto risultati estremamente positivi, ma continuano a presentare fondamentali interessanti, se selezionati con cura.
La valuta cinese si è svalutata bruscamente nei confronti del dollaro nelle ultime settimane. L’ultima volta che la Cina ha sorpreso i mercati con una svalutazione, nell’estate del 2015, l’evento ha innescato una svendita globale delle attività a rischio. La situazione desta preoccupazione, oppure stavolta la svalutazione avrà un impatto minore sui mercati azionari? Anche se ci aspettiamo un deprezzamento del renminbi, allo stesso tempo riteniamo che non si ripresenteranno le stesse conseguenze dell’estate 2015 dovute all’intervento delle autorità cinesi che, all’epoca, hanno provocato un sell-off a livello globale. Infatti, l’economia locale del paese ha registrato un lieve rallentamento, ma continuiamo a vedere il sostegno del governo, grazie all’iniezione di liquidità attraverso un taglio di 50 punti base dei requisiti stabiliti per le riserve bancarie, fattore che incrementa la divergenza rispetto alla politica monetaria statunitense. Inoltre, contrariamente alle altre valute dei mercati emergenti, il renminbi ha subito un apprezzamento dall’inizio dell’anno e ci aspettiamo che la divisa si svaluti e raggiunga il livello delle altre monete dei mercati emergenti.
Infine, stiamo anche prestando la massima attenzione al crescente conflitto commerciale tra Trump e Cina, che potrebbero avere un impatto sulla valuta cinese. La guerra commerciale tra Stati Uniti e Cina ha incrementato l’incertezza a livello globale, e ci sono timori in merito alla possibilità di un’ulteriore escalation o di un contagio che possa portare il livello dei dazi sulle importazioni dalla Cina oltre gli attuali 34 miliardi di dollari.
“Alla ricerca di ‘Alpha’” è la rubrica di FocusRisparmio.com dedicata a investimenti, mercati e all’attualità economico-finanziaria. Ogni lunedì, con l’aiuto degli esperti del settore, vengono messi sotto la lente i fatti recenti più significativi e gli appuntamenti che avranno effetti sul medio e lungo termine.
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