La sostenibilità diventa la stella polare negli investimenti. Il tema al centro della puntata che conclude il ciclo di conferenze che ha raccontato la rivoluzione del risparmio
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Fabio Galli, direttore generale di Assogestioni
La pandemia ha accelerato le dinamiche sulla sostenibilità. Non solo in termini di impatto su problemi preesistenti che richiedono quindi una risposta più decisa, anche da parte della finanza. Ma anche come incentivo positivo al cambiamento, perché le aziende che adottano strategie lungimiranti su ambiente, società e governance sono quelle più resilienti, e quindi in grado di rappresentare un investimento migliore. La sostenibilità rappresenta da un lato un’opportunità – per stimolare una trasformazione in grado di proteggere il sistema da possibile shock futuri – ma anche una necessità, perché chi perde questo treno potrebbe trovarsi nel giro di qualche tempo con degli investimenti che non hanno valore.
Il tema è stato al centro della conferenza intitolata “L’impulso della sostenibilità per costruire il futuro”, ultimo appuntamento di «R-Evolution, Il futuro ha un grande futuro», il ciclo di cinque incontri online targato Assogestioni-FocusRisparmio (qui i link per rivivere la prima, la seconda , la terza e la quarta puntata).
“L’Esg sarà uno sforzo enorme per tutto il sistema economico”, osserva Fabio Galli, direttore generale di Assogestioni, aggiungendo che la dinamica in atto coinvolgerà – sotto forma di impatto o di incentivo al cambiamento – tre attori principali del mondo finanziario: da una parte le imprese, che dovranno mettere in bilancio anche dei dati non finanziari, compito non facile perché la comunicazione finanziaria non è ancora codificata, sebbene si stiano facendo dei passi in avanti in tale direzione; dall’altra i gestori e, in terzo luogo, i consulenti.
I gestori, spiega Galli, devono innanzitutto “capire cosa significa investire tenendo presente la sostenibilità come fattore di rischio di lungo termine e, soprattutto cosa vuol dire gestire un portafoglio definito sostenibile”. Anche questo sforzo, spiega il DG, presuppone un processo di standardizzazione dell’informazione, analogamente a quanto accade per i consulenti, che si interfacciano con i risparmiatori e pertanto “devono saper spiegare che cosa vuol dire investire in termini sostenibili, qual è il prodotto che stanno proponendo e quali sono gli impatti in termini di rischiosità e i relativi rendimenti”.
“Il cambiamento Esg – sintetizza Galli – sarà in larga parte condotto e spinto dal sistema finanziario. Il modo in cui le persone si abitueranno a risparmiare con un approccio orientato verso la sostenibilità produrrà un cambiamento dirompente su tutto il sistema economico”.
Su questo fronte, una spinta importante può arrivare anche sul piano politico e regolatorio, sul quale l’Europa è sicuramente in posizione di vantaggio rispetto agli Stati Uniti: “L’Esg è partito anni fa con la spinta dei grandi fondi pensione in Europa, e oggi prosegue come un vero progetto politico in seno all’Unione europea”, afferma Galli. Sul pericolo di “greenwashing”, il direttore generale ha indicato che un contributo forte arriverà non solo dalla regolamentazione, ma anche dalla concorrenza, perché “i più bravi a fare investimenti sostenibili vorranno sempre di più che ci sia chiarezza su cosa vuol dire davvero sostenibilità”.
Galli ha sottolineato che il settore finanziario – e il risparmio gestito, che è l’industria finanziaria più integrata in Europa – ha il compito di guidare la trasformazione, creando un mercato dei capitali per la piccola impresa non quotata, con la grande sfida dei Pir, e le piccole imprese sono chiamate a un doppio salto, perché dovranno sposare anche la sostenibilità; “e noi con loro”, chiosa Galli.
L’Agenda 2030
In questo contesto, un input importante arriva anche dagli Obiettivi di sviluppo sostenibile delle Nazioni Unite, o Agenda 2030, che identificano una serie di target da centrare per la fine del prossimo decennio. Sul ruolo di tali obiettivi per le future dinamiche Esg si è espresso Enrico Giovannini, co-fondatore e portavoce dell’Alleanza Italiana per lo Sviluppo Sostenibile (ASviS). “Gli Obiettivi di sviluppo sostenibile si riferiscono a temi sociali ma anche economici, ambientali e, naturalmente, anche istituzionali. Come Alleanza italiana per lo sviluppo sostenibile, dal 2016 compiamo un monitoraggio annuale, e purtroppo la situazione non è particolarmente favorevole per l’Italia, anche se ci sono stati dei miglioramenti”. In questo contesto, osserva Giovannini, la pandemia ha avuto un impatto significativo, che è andato a “colpire duramente 9 dei 17 obiettivi, avendo causato l’aumento della povertà, il peggioramento della salute, il peggioramento della qualità dell’istruzione, l’aumento delle disuguaglianze, oltre a colpire reddito, occupazione e capacità innovativa delle imprese”.
Ma ci sono tre buone notizie. La prima, già citata, è appunto l’impegno politico europeo sulla promozione un sentiero di sviluppo sostenibile, con “la forte svolta impressa dalla Commissione guidata da Ursula von der Leyen”. La seconda è rappresentata dai fondi europei, a partire dai “209 miliardi del Recovery Resilience Facility – pilastro del Next Generation EU -, i 70 miliardi dei fondi europei ordinari e gli altri fondi”, elenca Giovannini, sottolineando tuttavia che l’Italia deve mostrare un impegno coerente, evitando di chiedere soldi all’Europa per il green e poi spendere risorse in sussidi che danneggiano l’ambiente. L’ultima buona notizia, aggiunge, è che la società, le imprese, le amministrazioni locali si stanno tutte muovendo in direzione di una maggiore sostenibilità, e questo promuove un cambiamento culturale favorevole nella popolazione, “che si vede anche nella allocazione del risparmio”. A fronte di una maggiore sensibilità degli italiani su questi temi, c’è da chiedersi secondo Giovannini “perché il governo non usa i green bond o i social bond per finanziare l’aumento del debito pubblico”.
Giovannini ha sottolineato che la sostenibilità aumenta la resilienza delle imprese, e che quelle che avevano già adottato un approccio sostenibile prima della crisi hanno ricevuto una spinta in più per il proprio futuro. E proprio per questo la politica dovrebbe promuovere e supportare questa “resilienza trasformativa”, con interventi che non si limitino a proteggere il tessuto economico ma le aiutino anche a cambiare per essere più resistenti di fronte a nuovi shock.
La via della sostenibilità
Come hanno risposto gli operatori del risparmio gestito alla sfida della sostenibilità? Ciascuno ha declinato questo impegno in modo diverso, sottolinea Lorenzo Alfieri, country head JP Morgan AM e vicepresidente Assogestioni. “Noi abbiamo iniziato circa quattro-cinque anni fa, partendo da un’elaborazione dapprima al nostro interno, cioè coltivando una cultura aziendale sui fattori Esg in modo da prepararci per una fase successiva”. In questa fase, la società ha trasformato l’organizzazione interna, intervenendo sui processi di selezione e di investimento, e ora mira a proseguire nel processo “affiancandoci il più possibile ai nostri clienti e alle società su cui investiamo con una stewardshipping in senso ampio”, aggiunge. Un altro aspetto importante “è guardare alle esperienze internazionali”. La società ha deciso di partecipare a dei gruppi di lavoro, soprattutto per quanto riguarda i cambiamenti climatici, di avere un atteggiamento da azionista attivo nelle società investite per cercare di trasformare la cultura delle aziende. Infine, “crediamo che per fare un’attenta e corretta selezione sia necessario utilizzare dei rating interni”.
Luca Tenani, country head Italy diSchroders, sottolinea che a fronte delle differenze nell’applicazione della sostenibilità nei propri processi e nelle proprie strategie, quello che accomuna gli operatori di risparmio gestito è il superamento dell’idea di una contrapposizione tra profitto ed etica. “Le aziende più socialmente responsabili hanno dato dimostrazione di essere meglio posizionate per crescere nel lungo periodo e i loro titoli sono risultati meno volatili anche nel momento di massima tensione sulle Borse dovute all’emergenza coronavirus”. Un secondo aspetto che accomuna i player dell’industria “riguarda il fatto che la maggior parte delle società di gestione del risparmio hanno completato o sono in procinto di completare l’integrazione dei criteri Esg all’interno dei processi di investimento, anche se non ritengo che siamo ancora arrivati a una meta definitiva: credo che questo sia solo un punto di partenza di un percorso che sarà lungo e articolato”.
Tenani riassume invece le differenze tra le Sgr sul tema in tre punti. La prima riguarda la sfida di saper misurare in maniera oggettiva la sostenibilità delle società in cui si investe e il loro impatto sul mondo esterno; senza limitarsi alla valutazione della profittabilità e dell’analisi di rendimento di un singolo titolo aggiustato per il rischio, “ma aggiungendo una terza variabile, cioè l’analisi del costo non finanziario che un’azienda produce su società e ambiente”. Il secondo elemento di differenziazione riguarda la capacità di personalizzare un investimento e la diversificazione dell’offerta. “Il terzo ed ultimo elemento riguarda invece credo più le società a gestione attiva” e riguarda l’engagement nei confronti delle società investite e la capacità di influenzare le scelte dei loro amministratori.
Quali modelli per calcolare la sostenibilità
Ma come si calcola davvero l’impatto ambientale di un investimento? Oggi si parla tantissimo di investimenti sostenibili, anche se questo è un tema ha già una lunga storia, ma si parla poco di come si fa a calcolare effettivamente noi attori risparmio gestito l’impatto ambientale e sociale delle aziende”, osserva Paolo Paschetta, country head di Pictet AM Italia. Sebbene si stia andando verso una regolamentazione europea oggi ogni società segue delle strade diverse. Quella di Pictet si basa sull’utilizzo di due modelli: il modello dei limiti planetari, che individua nove dimensioni senza limitarsi al cambiamento climatico ma estendendosi agli altri fattori che insieme giocano a determinare quella che viene chiamata “una biosfera stabile” (oltre al cambiamento climatico, biodiversità, acidificazione degli oceani, utilizzo delle acque dolci, utilizzo del suolo, agricoltura). “Su tutte queste dimensioni vengono definite delle soglie critiche oltre le quali non si dovrebbe andare”, spiega Paschetta. In questo modo vengono attribuiti degli scoring per le società sulle quali si investe con l’impatto su tutti i fattori. Poi c’è il modello basato sugli Obiettivi di sviluppo sostenibile dell’Onu, per il quale Pictet misura per ogni azienda e per ogni strategia l’impatto su ciascun obiettivo e lo traduce in un reporting comunicato agli investitori finali su base regolare. In questo modo, l’investitore può conoscere non solo la performance dell’investimento ma anche il suo impatto sull’ambiente e sulla società.
Non un costo, ma un investimento per il futuro
È pur vero che siamo in una pandemia. E se l’azienda, già messa in difficoltà dalla crisi, non potesse permettersi di investire in sostenibilità? Secondo Giovanni Sandri, managing director e head di BlackRock Italia, la risposta è che le aziende devono investire in sostenibilità. “Ricordiamoci che il fenomeno di cui stiamo parlando – l’attenzione alla sostenibilità – è stato creato da milioni di persone che nel tempo hanno cominciato a cambiare il modo in cui si rapportano con il mondo esterno e a manifestare maggiore sensibilità a determinati temi. Questa dinamica non è cambiata con il Covid, anzi si è ulteriormente rafforzata: da qui la nostra considerazione che la sostenibilità non è un costo ma un investimento. Le aziende devono mettere in conto questo investimento se vogliono ritenere rimanere sul mercato”, dice Sandri. Ovviamente anche gli investitori professionali, prosegue, ne sono coscienti: “Non è un caso che, in un anno difficile come il 2020, noi di BlackRock abbiamo visto flussi di raccolta davvero importanti negli investimenti sostenibili”. Il motivo? Perché la sostenibilità “aggiunge resilienza al portafoglio”, oltre a permettere di ottenere un profilo di rischio/rendimento migliore, argomenta Sandri, e oggi in un mondo dominato dalla volatilità “la resilienza è un ingrediente essenziale.
La regola del “give back”
“Un punto importante da sottolineare, di cui finora non si è parlato, è quello del ‘give back’, cioè il fatto che molte aziende si stanno rendendo conto di quanto sia importante tessere un rapporto più stretto con la società e con gli investitori, e di ascoltarli di più”, esordisce Carlo Trabattoni, amministratore delegato Generali Investment Partners. Questo fenomeno, spiega ancora Trabattoni, avviene per due ordini di motivi: innanzitutto “perché c’è un dovere fiduciario che è cambiato nel tempo, e se prima si traduceva semplicemente nel gestire bene i portafogli adesso è una responsabilità più ampia all’interno dell’azienda. Il secondo aspetto, secondo me fondamentale, è che gli azionisti sono diventati più attivi, cioè vogliono chiedere alle aziende che si comportino in un certo modo”.
C’è un ulteriore aspetto che secondo Trabattoni accomuna molte Sgr: “Molti dei prodotti che noi lanciamo sul mercato hanno come beneficiario finale non solo l’investitore, che ci si augura possa ottenere dei buoni ritorni, ma anche l’impresa, in particolare la piccola e media impresa, quotata e non, nella quale si investe. Anche questo significa ‘give back'”, aggiunge Trabattoni.
Chiarezza e trasparenza sul processo di investimento
La chiarezza nei confronti dei risparmiatori è fondamentale quando si parla di Esg, osserva Tommaso Tassi, head of distribution Italy Aberdeen Standard Investments. “Noi abbiamo in un certo tolto diciamo questa problematica agli investitori, che sanno nel momento in cui investono sulle nostre strategie che il processo di analisi dei fattori ambientali, sociali e di governance è già parte integrante del processo di investimento”, spiega Tassi. Un aspetto particolarmente rilevante è la competenza nella gestione delle tematiche Esg: “Quello che cerchiamo di fare noi è affiancare ai classici analisti che guardano i bilanci negli aspetti più squisitamente finanziari degli analisti Esg che quindi hanno competenze più specifiche su queste tematiche, in modo da poter fare analisi e prendere decisioni sulle società in modo più ampio”. Un altro aspetto citato da Tassi come estremamente importante è la trasparenza, motivo per cui Aberdeen mette a disposizione sul suo sito su base trimestrale i dettagli sulle attività di engagement portate avanti a livello globale.
Ma cosa succede con alcuni settori tradizionali che, per esempio, non sono green? Si smetterà a un certo punto di investirvi? Sandri di BlackRock spiega che la transizione, che comporta l’abbandono di certi modelli di business non sostenibili, sarà lenta e graduale. “Ma quello che sta avvenendo non riguarda soltanto il lancio di nuovi prodotti sostenibili, ma è qualcosa di molto più profondo, che comporta che i criteri Esg stanno diventando parte della gestione tradizionale: questo significa che io posso gestire portafogli che magari non sono di per sé sostenibili, ma di cui si valuta l’esposizione al rischio secondo criteri Esg”, e valutando anche l’impegno nella transizione.
Trabattoni di Generali Investment Partners ribadisce che in questo quadro è essenziale l’attività di engagement: “Quello che tutti noi facciamo da gestori attivi è di spingere affinché ci sia un cambiamento. L’aspetto rilevante è che in questo modo non ci limitiamo a fare una valutazione sullo status quo di una società ma cerchiamo di capirne la direzione di marcia. Questo è fondamentale perché allora con l’engagement si riescono a capire una serie di cambiamenti fatto all’interno della società non visibili dall’esterno”.
Qual è la risposta delle imprese italiane sulla sostenibilità? Alfieri di Jp Morgan AM risponde che in base a una ricerca di E&Y su 250 aziende solo il 30-32% avevano un piano di sostenibilità, ma ci sono segnali positivi: “per esempio, le aziende italiane sembrano avere coperto interamente la catena dei fornitori, con un controllo delle emissioni sulla filiera che arriva quasi al 90%. Però – e questo è un aspetto culturale molto interessante – solo il 15% delle aziende ha previsto un piano di incentivo per il management”. Alfieri cita anche una consultazione pubblica promossa dalla Commissione in cui “l’80% aziende europee ha detto di non essere in grado di valutare i rischi ambientali a cui può esporre la società con la sua attività”. E conclude sottolineando che c’è ancora molto lavoro da fare sulla cultura delle aziende, che “devono essere in grado di guardare al mondo in modo diverso”.
Tenani di Schroders (società che ha acquisito lo scorso anno la società di impact investing Blue Orchard), cita l’importanza crescente che vengono ad assumere in questo contesto la microfinanza e l’impact investing, che “non solo sono movimenti sociali ma vere e proprie strategie di investimento che sostengono le piccole e medie imprese, i micro imprenditori – soprattutto nei paesi in via di sviluppo – favorendo la crescita inclusiva di individui, famiglie e intere collettività”.
Paschetta di Pictet riconosce che c’è una scarsa percezione del grande pubblico sul fatto che gli attori della finanza abbiano anche una sensibilità su questi temi, e auspica che con alcune iniziative già in corso “i clienti finali si rendano conto che noi, come attori del mondo della finanza, abbiamo la possibilità concreta di indirizzare le risorse finanziarie nei confronti delle aziende più virtuose”.
E come fare a investire su alcuni mercati un tantino controversi, per esempio in Cina? Tassi di Aberdeen sostiene che anche sulla Cina chi vuole trovare investimenti sostenibili può farlo, sebbene sia un processo complicato. “È necessaria una presenza in loco o comunque la disponibilità di team in grado di capire effettivamente cosa fanno le società e quale sia il loro impatto. Sul mercato cinese l’aspetto principale da valutare è quello della trasparenza sui dati e soprattutto sulla governance, un fattore particolarmente complesso. In sintesi, quello cinese è un mercato molto interessante ma bisogna stare molto attenti”.
“Nella cultura sociale collettiva si è modificato il rapporto tra sostenibilità ambientale e sostenibilità economica e il green è ormai percepito come pilastro di un processo che può essere socialmente inclusivo” afferma il 3° Rapporto Annuale Assogestioni-Censis in una nota d’aggiornamento di novembre 2022, che è stata presentata in esclusiva durante il quarto episodio di R-Evolution, in diretta streaming su FR|Vision
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