Etf non solo per autonomi. La democraticità della diversificazione
10 ottobre 2018
di EUGENIO MONTESANO
4 min
Intervista a due dei principali referenti dei professionisti della consulenza sull’affermazione delle gestioni passive e su come queste trovano sempre maggiore spazio nei portafogli dei clienti dei consulenti finanziari.
Uno dei grandi trend dell’industria globale del risparmio è la sempre maggiore complementarietà di fondi attivi e strumenti passivi nei portafogli dei risparmiatori in una duplice ottica di diversificazione di portafoglio e allineamento al mercato. Nell’ultimo decennio sia l’Europa sia l’America del Nord hanno registrato un sostanziale aumento delle attività gestite da fondi passivi, e anche nel nostro paese gli asset in gestione da parte dei provider di etf crescono a una media annua del 33% (dati Borsa Italiana).
Ma la differenza tra il mercato americano e quello europeo rimane sostanziale. Negli USA, ad esempio, le strategie azionarie passive rappresentano il 45% del patrimonio totale, mentre in Europa ammontano a circa un terzo. Il mercato italiano giungerà mai a simili livelli di penetrazione? E quanto è concreto il rischio che etf e prodotti che replicano gli indici possano alimentare le tendenze rialziste o ribassiste dei mercati, distorcendoli?
Maurizio Bufi, presidente Anasf
Tematiche che trovano ampio spazio di analisi nel numero di ottobre-novembre di FocusRisparmio Magazine, di prossima pubblicazione. E che anticipiamo con un’intervista doppia a due dei principali rappresentanti delle associazioni di categoria dei consulenti finanziari italiani: Massimo Scolari, presidente di Ascofind, associazione per la consulenza finanziaria indipendente e Maurizio Bufi, presidente Anasf, associazione dei professionisti che svolgono l’attività di offerta fuori sede e di consulenza finanziaria.
Fondi attivi e strumenti passivi possono convivere trovando spazio nei portafogli dei clienti dei consulenti abilitati all’offerta fuori sede? Bufi: Gli etf possono rappresentare una forma di investimento per quegli investitori che sono interessati alla sola replica degli indici a livello di asset class o di esposizione su determinati mercati nazionali o macroregionali. Va da sé che questo tipo di proposta può valere solo per specifici segmenti di clientela dotati di un particolare livello di sofisticazione finanziaria, ben inteso che sono sempre in agguato i rischi del fai da te.
E per quanto riguarda i consulenti autonomi e le Scf? Scolari: La consulenza su base indipendente è naturalmente portata ad esplorare una vasta gamma di soluzioni alternative per il cliente e a fonderle in un approccio di portafoglio efficiente. Nella costruzione di portafoglio l’integrazione tra strategie attive ed esposizione ai beta (fattori) di mercato ha dato prova di funzionare egregiamente.
Le società mandanti sono pronte a fare questo passo? Bufi: Sappiamo che nel mercato vi sono società che stanno già adottando l’approccio misto su alcune tipologie di prodotti e servizi. Si tratta comunque di un fenomeno in divenire che, come tale, richiederà di essere valutato a livello di settore.
Quali rischi e quali opportunità potranno esserci nel mondo degli investimenti dopo il continuo “azzeramento” dei costi sulla vendita degli etf? E cosa risponde a quanti osservano che, quando saranno disponibili le prime rendicontazioni post-MiFID II con il dettaglio dei costi, uno degli impatti sarà quello di avvantaggiare i provider di etf a scapito delle gestioni attive? Bufi: La riduzione dei costi è ineluttabile, come pure l’aumento della concorrenza e quindi lo stimolo alla performance. Se da un lato riconosciamo che storicamente le reti di consulenti finanziari hanno collaborato principalmente con i gestori attivi, dall’altro nel nuovo contesto MiFID II solo i gestori attivi che hanno saputo creare performance e dunque valore possono giustificare costi maggiori per i clienti. Del resto uno dei principi alla base della teorica economica è la diversificazione: trova allora un senso l’inserimento di prodotti passivi nei portafogli dei clienti dei consulenti finanziari.
Massimo Scolari, presidente di Ascofind
Scolari: Nella Direttiva MiFID II ed in altre normative che si sono succedute è dato un giusto rilievo alle procedure di valutazione di adeguatezza nella quale si deve tenere in debita considerazione, nello spazio rischio/rendimento, anche il fattore dei costi e della complessità. Per molto tempo i costi non sono stati oggetto di autonoma valutazione perché venivano in qualche modo “annegati” nei rendimenti netti. Ciò aveva un senso nella misura in cui l’impatto sui rendimenti risultava tollerabile e piuttosto standardizzato. L’emergere di maggiori differenziazioni nel valore e nella metodologia di pricing dei prodotto ha posto un nuovo problema sul tavolo delle Authority. E così una nuova strada è stata indicata agli operatori dell’industria finanziaria, non solo di maggiore trasparenza, ma di distinta considerazione delle politiche di pricing rispetto alla valutazione delle strategie di investimento.
È possibile che i fondi passivi raggiungano comunque un limite “fisiologico”, oltre il quale rischiano di rendere i mercati poco efficienti data la caratteristica insita nel loro meccanismo di auto-alimentare le tendenze sia al rialzo, sia al ribasso? Bufi: È opportuno ricordare che solitamente nella teoria economica si tiene conto della distinzione tra mercati finanziari sulla base del livello più o meno forte di efficienza informativa: nel primo caso è maggiormente consigliabile il ricorso alla gestione passiva, mentre nel secondo la gestione attiva dovrebbe sopperire a un livello di inefficienza.
Scolari: Se dovessi seguire i consigli di Burton Malkiel, l’autore di “Random Walk Down Wall Street” pubblicato nel lontano 1973, non vedrei limiti “fisiologici” allo sviluppo dei fondi passivi. Burton ha recentemente osservato, tra l’altro, che le proprie convinzioni a favore dei fondi passivi sono oggi più forti di quando pubblicò il best seller. Invece qualche dubbio mi rimane. Non essendo un sostenitore di “questa volta è diverso”, non voglio dimenticare che una quasi decade di QE e della stagione dei tassi a zero ha pesantemente influenzato le valutazioni delle azioni. Senza nulla togliere, un gestore attivo potrebbe essere una buona scelta per i prossimi anni.
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