Scarano (Anima): “Gli Usa non perderanno la loro centralità dopo Covid”
Gli Usa rimangono il più grande mercato dei consumi al mondo e alcune aziende potrebbero pensare di tornare a produrre lì. Ce ne parla Carla Scarano di Anima Sgr
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Gli indici corrono mentre i dati macro suonano le campane a morto. Lo scollamento tra i mercati e l’economia reale è sempre più evidente e non è chiaro se si tratti della ben nota capacità degli investitori di anticipare ciò che verrà, ovvero una rapida ripresa, oppure di un’incosciente assunzione di rischio che prima o poi presenterà il conto. I fattori in gioco sono tanti, come osserva Mobeen Tahir, associate director research di WisdomTree, ed è necessario un approccio intelligente.
La dicotomia è quantomai evidente negli Usa, fa notare l’esperto, dove gli investitori del Nasdaq hanno ottenuto quasi l’11% dei rendimenti totali dall’inizio dell’anno. Un po’ meno bene è andata a quelli la cui fortuna dipende dall’S&P500, i cui ritorni non sono stati altrettanto brillanti. Intanto però, nelle strade americane, 20 milioni di posti di lavoro sono andati persi nel mese di aprile, e solo 2,8 milioni sono stati recuperati a maggio. La disoccupazione si attesta ora al 13,3%, contro il 3,5% di febbraio, l’economia ha subito una contrazione del 5% su base annua nel primo trimestre e, con i lockdown che hanno fermato tutte le attività economiche, i dati sulla crescita del secondo trimestre saranno più preoccupanti.
“Il recupero di 2,8 milioni di posti di lavoro a maggio è stato ampiamente celebrato a Wall Street, mentre gli americani hanno erano in attesa dei loro assegni di sostegno da parte del governo per poter arrivare a fine mese – osserva Tahir -. Wall Street ed il Paese reale sono stati strettamente collegati in passato. Ora sembrano esistere in realtà diverse. I prezzi delle azioni pronosticano le attività future. Ciò dipende fortemente dallo stato dell’economia sottostante. I rendimenti azionari nella seconda metà di quest’anno dipenderanno proprio da questo aspetto fondamentale: il mercato sta facendo il passo più lungo della gamba, o i prezzi delle azioni stanno prevedendo correttamente ciò che potrebbe rivelarsi una ripresa delle attività economiche più rapida del previsto?”.
La corsa dei mercati infatti non è dovuta solo al fatto che dopo i tracolli di marzo molti hanno approfittato dei prezzi convenienti della azioni, né hanno inciso in maniera decisiva le previsioni di Fmi e banche centrali che pronosticavano una forte ripresa nel 2021. Il vero deus ex machina, secondo l’esperto, si chiama Jerome Powell, subito seguito dai colleghi del resto del mondo.
“L’eventuale effetto di stimolo monetario sull’economia reale non è immediato – sottolinea Tahir -. La crescita arriva quando le persone spendono denaro. Ma la gente si trattiene nei momenti di maggiore incertezza. Se la situazione occupazionale di una persona è precaria, è improbabile che vada a comprare una nuova auto o una nuova casa, anche quando i tassi sono bassi. Lo stimolo monetario, tuttavia, aggiunge un’immediata iniezione di liquidità ai mercati finanziari. Ma gli investitori stanno aggiungendo rischi ai loro portafogli acquistando azioni perché le azioni sono appetibili o perché ‘non c’è alternativa’? Se le alternative più sicure hanno rendimenti nulli o addirittura negativi, gli investitori sono costretti a correre più rischi?”.
Emblematico è stato per l’esperto quanto accaduto giovedì 11 giugno: l’indice S&P 500 è sceso di circa il 6% quando le desolanti prospettive economiche presentate dalla Fed hanno colto di sorpresa i mercati e il Cboe Volatility Index è salito da 27 a quasi 44 il giorno stesso in cui gli investitori si sono precipitati a cercare protezione. “I mercati si sono nuovamente ripresi il 16 giugno, quando la Fed ha ribadito la sua decisione di acquistare obbligazioni societarie. Il salvagente Fed è entrata in azione, mettendo ancora una volta sotto i prezzi una soglia di prezzo da cui potersi rialzare. La realtà economica sottostante è rimasta però invariata”, avverte Tahir.
E infatti all’orizzonte si profilano una serie di rischi: una seconda ondata della pandemia potrebbe costringere i governi a inasprire nuovamente le restrizioni, l’aumento dei fallimenti potrebbe danneggiare la fiducia delle imprese, i posti di lavoro persi potrebbero non essere recuperati e la ripresa economica a forma di ‘U’ potrebbe trasformarsi in una ‘W’. E questo senza prendere in considerazione le guerre commerciali.
Ecco quindi che un approccio difensivo potrebbe aiutare a gestire i rischi. “Ciò non significa rinunciare a potenziali guadagni al rialzo – chiarisce Tahir -. Al contrario, assumere un approccio difensivo è più come adottare un approccio bilanciato all’investimento. Significa riconoscere i rischi e costruire la resilienza del portafoglio per ottenere un risultato migliore nel tempo. Si tratta di avere una consapevolezza di ciò che sta accadendo nel Paese reale. Si tratta di costruire un portafoglio che non rimanga colpito quando una banca centrale afferma l’ovvio, come la Fed che dice che la pandemia globale in corso creerà difficoltà economiche”.
“Gli asset difensivi fanno il loro dovere proprio quando servono di più. Si consideri la forte sovraperformance dell’oro rispetto alle azioni quest’anno – conclude l’esperto -. In un portafoglio, l’oro non sostituisce le azioni, ma le integra. Anche altre asset class difensive fanno lo stesso, anche se in modi diversi. E forse sarebbe il caso che Wall Street prendesse di nuovo in considerazione il Paese reale. Di cui fa parte”.
