La tripletta record di Wall Street non sembra riflettere la fiacchezza di fine ciclo dell’economia globale. Le condizioni dei gestori per la sostenibilità di questo trend
Le Borse globali spingono sull’acceleratore e si apprestano a terminare la settimana sui massimi storici. Ai top assoluti dell’indice paneuropeo Stoxx Europe 600 di ieri pomeriggio (421,43 punti), Wall Street ha risposto con la tripletta di record per S&P 500, Nasdaq Composite e Dow Jones Industrial.
A spingere i listini azionari verso questi livelli c’è stato il ridimensionamento della crisi in medio oriente e delle relative tensioni fra Usa e Iran, oltreché le speculazioni sul possibile accordo commerciale fra Washington e Pechino. La prossima settimana il vicepremier cinese, Liu He, capo della squadra negoziale cinese, si recherà nella capitale statunitense per firmare la così detta ‘fase uno’ dell’intesa commerciale tra le due super potenze.
In questo quadro, sebbene le quotazioni azionarie continuano a essere sostenute dalla politica monetaria espansiva delle Banche centrali, quello che più impressiona è la debolezza dei dati macroeconomici sottostanti. Ce la faranno gli indici a sostenere queste valutazioni?
“Sovraesposizione alle azioni solo temporanea”
Ann-Katrin Petersen, investment strategist per Allianz Global Investors
I recenti dati macroeconomici messi in luce dalle principali economie sviluppate indicano che il 2020 potrebbe esser caratterizzato da una fiacchezza di fine ciclo piuttosto che un’accelerazione forte e duratura.
“Anche se nelle ultime settimane i mercati hanno scontato sempre più uno scenario di ripresa economica globale, restiamo scettici sulla sostenibilità di tale trend”, dice Ann-Katrin Petersen, investment strategist per Allianz Global Investors.
Se da un lato, dopo quasi due anni di costante rallentamento, un’inversione di tendenza dei dati macroeconomici globali è più che attesa, non fosse altro che per ragioni tecniche, dall’altro il contesto rimane caratterizzato da numerosi fattori ciclici e strutturali negativi.
Fra questi, la strategist e economista di Allianz cita la riduzione dei margini di profitto negli Usa, l’esaurimento degli strumenti di politica monetaria e l’elevato indebitamento in diverse aree geografiche.
Ma non bisogna dimenticare i numeri. Gli indicatori Pmi di dicembre hanno evidenziato debolezza per il settore manifatturiero europeo, per tutti i principali Paesi. In particolare, i dati mostrano un calo ben sotto le attese per le esportazioni tedesche, indicando che la domanda per i beni prodotti dal gigante industriale rimane debole. Eppure, nonostante questo l’indice Dax di Francoforte è a un passo dia massimi storici.
Gero Jung, chief economist di Mirabaud Am
“Ciò che colpisce, nel complesso, è che la forte attività nel settore dei servizi non è seguita dagli indicatori dell’attività industriale. In effetti, l’indagine PMI sul settore manifatturiero europeo rimane ben radicata nel territorio di contrazione, gli indicatori sono migliorati molto modestamente, raggiungendo 46,3 punti il mese scorso –un numero ancora molto debole”, spiega Gero Jung, chief economist di Mirabaud Am.
Perché questo trend prosegua occorrono, dunque, segnali di stabilizzazione degli indicatori economici e societari. “Da un punto di vista tecnico, sembra consigliabile una temporanea sovraesposizione alle azioni, senza escludere tuttavia adeguamenti tattici”, suggerisce Petersen di Allianz.
Focus Italia
Per l’Italia la congiuntura economica genera ancora segnali interlocutori. Nella nota mensile relativa al mese di dicembre pubblicata oggi, Istat rileva che nonostante le condizioni complessivamente favorevoli del mercato del lavoro – l’occupazione, a novembre, ha raggiunto i massimi storici dal 1977, con una significativa dinamica dei dipendenti permanenti e dell’occupazione giovanile – e sebbene a novembre la produzione industriale abbia registrato un lieve miglioramento, interrompendo la fase negativa dei mesi precedenti, “l’andamento dell’indicatore anticipatore mantiene un profilo negativo, suggerendo il pro-seguimento della fase di debolezza dei livelli produttivi”. “È probabile che il manifatturiero italiano continui a soffrire – analizza Jung di Mirabaud Am – con letture di dicembre ancora in contrazione”.
Ricordiamo che ai primi di dicembre, l’istituto di statistica ha rivisto al ribasso la stima del Pil 2019, a +0,2% dal +0,3 stimato a maggio. Il governo a fine settembre ha ridotto della metà, allo 0,1%, la stima di crescita per il 2019 ma, secondo il ministro dell’Economia Roberto Gualtieri, l’Italia potrebbe comunque chiudere l’anno con una crescita dello 0,2%.
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