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Con una quota del 47,2% dei deal planetari, gli Usa si confermano la patria dell’M&A. Ma le operazioni più importanti dell’anno hanno visto due imprese europee fare la parte del leone
Il 2019 è stata un’annata positiva per i mercati finanziari. Non solo in termini di rendimenti– tutte le asset class hanno chiuso l’anno con performance a doppia cifra – ma anche in termini di finanza straordinaria.
Le operazioni di fusione e acquisizione concluse a livello globale hanno sostenuto il bull market più longevo della storia: sebbene in diminuzione del 6,9% rispetto all’eccezionale 2018 (in termini di M&A globale), i deal hanno superato per il sesto anno consecutivo la soglia dei tre milioni.
Da quanto emerge dai dati contenuti nella consueta ricerca annuale di MergerMarket, società internazionale specializzata nell’acquisizione e analisi di dati sul mondo dell’M&A, il 2019 ha visto un vero e proprio boom di accordi fra aziende private (non quotate, ndr). Per il report, la scarsità di proprietà familiari di qualità ha innescato un boom di deal privati per 158,3 miliardi di dollari nel 2019, il valore più alto dal 2007.
M&A nel 2019: i dettagli della ricerca
Secondo lo studio redatto da MergerMarket, l’anno da poco concluso ha visto concludersi 19.322 deal per un controvalore di 3,33 miliardi di dollari. Il maggior valore delle operazioni si è avuto nella prima parte di anno, mentre il secondo semestre 2019 ha registrato un leggero rallentamento, ma le basi su cui poggiano le operazioni rimangono intatte.
“Grazie al sostegno del più lungo mercato toro della storia, e in presenza di tassi di interesse costantemente bassi, le società private hanno ampie riserve di cassa e interessanti opzioni di finanziamento del debito a loro disposizione. La sensazione che queste condizioni potrebbero non durare e il desiderio di garantire la crescita futura stanno spingendo le valutazioni verso l’alto”, commenta Beranger Guille, global editorial analytics director di Mergermarket.
Usa patria dell’M&A
La dimensione media dei deal conclusi nel 2019 si aggira attorno ai 389 milioni, cifra superiore rispetto alla media del 2018 (353 milioni) e la più alta negli ultimi quattro anni – il precedente record era del 2015. L’anno scorso ha registrato anche 38 megadeals (> 10 miliardi di dollari), anche il numero più alto di tali accordi dal 2015.
A livello geografico la supremazia sul mercato M&A spetta ancora agli Stati Uniti che, secondo MergerMarket, hanno ospitato il 47,2% dell’attività globale di fusioni e acquisizioni nel 2019, la quota più alta dal 2001 e la più alta crisi post-finanziaria. Il controvalore delle operazioni Made in Usa è cresciuto dell’1,5% rispetto al 2018, numeri supportati da un’economia relativamente forte e da una serie di grandi affari interni. In effetti, 15 delle 20 migliori operazioni del 2019 in valore sono state il risultato del consolidamento interno tra le società con sede negli Stati Uniti, un altro record.
L’area Asia-Pacifico (Apac) ha registrato una flessione del 17,5%, mentre l’Europa, ostacolata da una lenta crescita economica e dalla Brexit, ha sofferto della mancanza di grandi trattative, registrando un calo del 21,9% su base annua a 770,5 miliardi di dollari (rispetto a 986,4 miliardi del 2018).
Due casi in controtendenza: Lvmh-Tiffany e Lse-Refinitiv
Nonostante i numeri indichino la netta supremazia delle società a stelle e strisce, i due deal più importanti siglati durante il 2019 hanno visto due società d’Oltreoceano nel ruolo di preda a scapito di due controparti europee. Parliamo degli accordi fra la Borsa di Londra e la società di dati finanziari Refinitiv (un deal da 27 miliardi di dollari) e dell’offerta di Lvmh da 16,6 miliardi di dollari per il gruppo americano Tiffany & Co. Con queste due operazioni le fusioni e acquisizioni in uscita dall’Ue hanno raggiunto 272,1 miliardi di dollari statunitensi su 1.024 operazioni, il 28,3% al di sopra del dato del 2018.
Guerra commerciale e crisi Hong Kong frenano l’area Apac
A frenare l’attività di M&A nell’area del Pacifico orientale hanno invece contribuito sia l’aria tesa in ambito commerciale fra Pechino e Washington, sia la crisi politica fra la stessa capitale cinese e Hong Kong. Infatti, la quota di mercato globale di fusioni e acquisizioni nell’area della Cina e di Hong Kong si è ridotta dall’11,4% nel 2018 all’8,8% nel 2019, mentre il valore delle operazioni è precipitato del 27,7% su base annua a 294,5 miliardi di dollari.
Anche gli accordi con player statunitensi sono stati particolarmente difficili. Le società con sede in Cina e Hong Kong hanno speso solo 5,7 miliardi di dollari per 31 operazioni negli Stati Uniti nel 2019, l’importo più basso dal 2011. Sul fronte opposto, gli investimenti statunitensi in Cina e Hong Kong hanno raggiunto 7,7 miliardi di dollari in 31 operazioni, il valore più basso dal 2013.
Private equity sugli scudi
La percentuale di operazioni di fusione e acquisizione che hanno visto una società di private equity come controparte (sia acquirente che venditore) ha raggiunto il 27,5% nel 2019, per il terzo anno consecutivo ha superato il 25%. Con i 556,4 miliardi di dollari spesi da società di private equity nel 2019, l’attività di acquisizione non è stata troppo lontana dagli alti livelli del 2018 (571,1 miliardi di dollari).
Dopo diversi anni di attività di acquisizione sostenute a livello globale, la scarsità di attività di proprietà familiare di qualità ha innescato un boom di offerte private a 158,3 miliardi di dollari (78 operazioni) nel 2019, il valore e il volume più alti dal 2007.
Tre di questi accordi hanno superato i 10 miliardi di dollari: l’acquisizione di 14,1 miliardi dell’operatore Zayo Group da parte di un consorzio composto da EQT / Digital Colony Partners; l’acquisizione da 11,8 miliardi di dollari della società di gestione del capitale umano Ultimate Software di Hellman & Freidman; l’acquisizione da 10,2 miliardi dell’operatore di gasdotti e condotte petrolifere di medie dimensioni Buckeye Partners da parte degli investitori australiani Ifm.