Eurozona, la frenata della crescita non scoraggia gli investitori
Pmi ai minimi da sei mesi. Deludono sia Francia che Germania. Ma per i gestori il rallentamento della ripresa e l’aumento dell’inflazione non cambieranno il senso di marcia della Bce
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La situazione va migliorando, con la ripresa economica che ha ridotto i rischi a breve termine per la stabilità finanziaria dell’Eurozona, ma incombono alcune criticità, come l’alto indebitamento di imprese e Paesi e una eccessiva euforia dei mercati. A lanciare l’allarme è la Banca centrale europea, che nella Financial stability review mette in guardia da possibili correzioni dei listini a causa di problemi che potrebbero emergere più avanti, anche per le banche.
I rischi di un’intensificazione dei default aziendali e di perdite bancarie a causa dello shock pandemico “sono ora significativamente più bassi rispetto a sei mesi fa”, sottolinea il vicepresidente della Bce, Luis de Guindos, nell’introduzione al rapporto. E in tutta l’Eurozona “la dipendenza dai sostegni economici è scesa, con numerosi meccanismi che sono scaduti senza creare effetti dirompenti”. Nel frattempo però, avverte, si sono “intensificate numerose altre vulnerabilità. I mercati azionari e gli asset rischiosi hanno mantenuto valutazioni notevoli, il che li rende più suscettibili a correzioni”.
Stando al report, quindi, la ripresa economica si è distribuita in maniera più ampia fra i Paesi dell’Eurozona e nei mesi scorsi le misure di lockdown sono state generalmente allentate, a beneficio della crescita. Tuttavia, scrivono gli analisti di Francoforte, “alcuni rischi di breve termine rimangono”, e fra questi “la fragilità delle aziende” nei settori più colpiti dalle restrizioni anti-Covid e che erano già molto indebitati prima della pandemia.
Il settore finanziario non bancario è dunque “vulnerabile a rischi di rinnovate difficoltà per le aziende, liquidità e durata”, evidenziano, sottolineando la ”continua presa di rischi” e, per alcuni fondi, la “bassa disponibilità di asset liquidi”. Per fronteggiare tali rischi, oltre a quelli che riguardano le alte valutazioni dei mercati immobiliari in alcuni Paesi dell’Eurozona, occorrono politiche macroprudenziali “più stringenti”, si raccomanda.
Su tutto questo incombono anche i problemi derivanti dall’inflazione. Secondo l’Eurotower, infatti, il Pil dell’Eurozona dovrebbe tornare ai livelli pre-pandemia entro l’anno nonostante il rallentamento della crescita e il rialzo dei casi di Covid-19, ma “il rialzo dei prezzi energetici e le strozzatura alle forniture creano rischi per la crescita economica” incidendo sull’inflazione.
Inflazione che, stando ai dati pubblicati da Eurostat quasi in contemporanea con la Financial stability review, ad ottobre è salita ancora. Il tasso annuale dell’area dell’euro è stato infatti del 4,1%, in aumento dal 3,4% di settembre. Nella Ue-27 ha toccato il 4,4%, in aumento dal 3,6%. I tassi annuali più elevati sono stati registrati in Lituania (8,2%), Estonia (6,8%) e Ungheria (6,6%). I più bassi a Malta (1,4%), in Portogallo (1,8%), Finlandia e Grecia (entrambe 2,8%). Rispetto a settembre, l’inflazione annuale è aumentata in tutti i Ventisette e la spinta all’impennata dei prezzi è arrivata soprattutto dall’energia (+2,21%).
La Bce torna dunque a ribadire l’allarme per i mercati. Il sostegno mirato all’economia non ha infatti impedito “l’accumularsi di vulnerabilità”, con gli indicatori di rischio di medio termine che hanno continuato a salire nei mesi recenti. Le principali preoccupazioni sono legate, in particolare, “a sacche di esuberanza nei mercati”, incluso l’immobiliare, oltre al debito, creato dalla pandemia, delle aziende e del settore pubblico.
Quanto al debito pubblico, infine, anche la situazione dei Paesi dell’Eurozona ha beneficiato della ripresa e delle condizioni di finanziamento favorevoli. Tuttavia , è l’avvertimento, “se i costi di finanziamento dovessero salire e la crescita economica risultasse inferiore alle aspettative, ciò potrebbe mettere la dinamica del debito sovrano in una traiettoria sfavorevole, specie nei Paesi a più alto debito, e contribuire a una certa rivalutazione del rischio sovrano da parte dei mercati”. Secondo il documento, quindi, “anche se questi eventi, in particolare il ritorno del differenziale interesse-crescita alla media storica, non hanno un’alta probabilità, è bene che continui il monitoraggio dei rischi”. Insomma, vietato abbassare la guardia.
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