Scandella (Ostrum AM): “Constructor vs disruptor: investire in azionario con l’Oyster strategy”
18 giugno 2018
di EUGENIO MONTESANO
4 min
Quando si trova la giusta società, bisogna rimanerci attaccati come un’ostrica allo scoglio. Jean-Louis Scandella, specialista azionario fresco di nomina a capo dell’equity globale di Ostrum (gruppo Natixis), spiega come rivoluzionerà i portafogli della casa francese.
“Nell’azionario l’unica cosa che conta è la crescita. Sono tre i principi che guidano il mio posizionamento: puntare tutto sulla ricerca bottom-up di titoli di qualità, senza farsi distrarre dal quadro macroeconomico; far ciò per catturare la crescita della società sul lungo termine – almeno cinque anni; investire a valutazioni ragionevoli. È una strategia GARP (Growth at reasonable price, ndr) votata alla qualità”.
Jean-Louis Scandella, specialista azionario a capo dell’equity globale di Ostrum (gruppo Natixis)
Jean-Louis Scandella, gestore francese di origini italiane, ha le idee chiare: gestisce portafogli concentrati di non più di 50 società, in cui le prime cinque partecipazioni pesano tra il 20 e il 25% dell’intero portafoglio. Un lungo track record di quasi dieci anni a Comgest come specialista emergente, tre anni a Barings a Londra come head of equities, da aprile Scandella è approdato a Ostrum AM – ex Natixis AM, la divisione di asset management di Natixis Investment Managers, così rinominata lo scorso marzo con l’intento di ridurre la confusione attorno al brand del gruppo – dove è responsabile del lavoro dei team basati a Parigi e Singapore, con asset gestione in strategie azionarie per circa 23,6 miliardi di euro.
Lei spiega di non amare le analisi top-down che ruotano attorno a scenari, outlook e prospettive dell’economia generali e a livello di singoli paesi. Perché?
È un punto di partenza sbagliato per guardare all’azionario: essere positivi sull’economia non può necessariamente tradursi in un approccio positivo al mercato in generale, e viceversa. Quando gestivo portafogli emergenti, tutti volevano investire nei paesi a più alto tasso di crescita. Ma la correlazione tra crescita del pil e performance negli emergenti è negativa. Quindi cominciare dalla macroeconomia per finire al mercato non è la migliore strategia possibile, perché il mercato non ne riflette necessariamente l’andamento. Nel mio precedente lavoro ho generato performance grazie a due compagnie russe – Yandex, il Google di Russia con il 64% del mercato locale e Mail.Ru, l’equivalente di Facebook – pur essendo molto negativo sul paese, che infatti ha sottoperformato. L’azionario non è legato alla macroeconomia o allo sviluppo del mercato azionario. È legato alle società che si mettono in portafoglio.
Qual è il valore aggiunto di una gestione azionaria attiva?
Cerco di comprare qualità. La performance di un’azione non è altro che la performance della qualità sottostante. Statisticamente, su un periodo di cinque anni la correlazione tra la crescita degli utili di una società e quella del prezzo di mercato diventa 1. Quindi su una base di cinque anni, se una società cresce ogni anno del 10%, ci si può attendere – qualora non si fosse pagato eccessivamente per investire nell’azione – un rendimento del 10% all’anno. Per avere uno scenario di crescita su dieci anni, bisogna scegliere un modello di business votato alla qualità, così da cogliere tutto l’upside che le prospettive di crescita possono offrire. Ecco il valore di una gestione azionaria attiva: se si identificano correttamente titoli che rispettano tutti e tre gli ambiti che ho indicato prima, si può battere qualsiasi indice.
Esistono settori in cui è più facile trovare società che riportano queste caratteristiche?
È davvero un approccio che deve analizzare ogni singola società con rigorosi modelli statistici. Ma esistono dei temi di base: tutto ciò che è legato alla new economy offre prospettive di crescita sui prossimi cinque anni. La stessa visibilità che danno i titoli del largo consumo, legato ai grandi brand. Mentre è molto più difficile spuntare tutte le caselle se ci si rivolge a finanziari, dai materiali, dalle utilities e public company.
Temi preferiti?
La new economy, senza dubbio. Cerco società che sono dei constructor, prima ancora di essere disruptor. E in Cina si trovano moltissimi costruttori. Tencent e Alibaba hanno modelli di business straordinari, con un management molto stabile e bilanci perfetti. E non dimentichiamo i beni di consumo, ad esempio L’Oréal o Estée Lauder, società solidissime e in costante crescita.
Sono molto promettenti sia per le performance dei leader globali attuali – mi riferisco ai giganti del tech e ai grandi brand di consumo – che per quelle dei leader del futuro, sempre nel settore della tecnologia e delle biotecnologie. Sempre più persone usano Facebook, Google e Amazon, che stanno monetizzando sempre meglio i loro modelli di business. Sono storie di crescita formidabili, e tutte le analisi sia negative che positive, sulle difficoltà messe in luce dagli “scandali” o anche sulla possibilità che da incumbent siano effettivamente meglio posizionate dei newcomer per rispondere al nuovo contesto regolatorio, sono eccessivamente focalizzate sul breve termine. Certo, il p/e sembra costoso, ma domandiamoci quanto cresceranno nei prossimi cinque anni. Per stabilirlo è necessaria una solida analisi statistica, ma la mia intuizione è che ci sia spazio per ulteriori apprezzamenti.
È stato un gestore azionario emergente per 15 anni. Cosa pensa dei mercati emergenti, che il consenso vede stretti nella morsa tra la normalizzazione della politica monetaria e l’apprezzamento del dollaro?
Al momento la view del consenso è che gli EM potrebbero attraversare un periodo di crisi a causa del trasferimento della liquidità verso gli Stati Uniti a causa del rialzo dei tassi. Per alcuni è possibile, ed è assolutamente vero che l’apprezzamento del dollaro ha effetti molto deleteri per gli EM. Ma non dimentichiamo che il 50% del mercato è fatto da Cina, Taiwan, Corea del Sud. Dunque almeno metà del portafoglio è protetto dalle oscillazioni del dollaro. Anche se alcuni paesi sono in crisi, l’indice è resiliente. Ecco perché è difficile avere una view sul mercato in generale, ma le società in cui saremo investiti in EM supereranno ogni tipo di crisi. È l’«Oyster strategy»: quando si trova la giusta società, bisogna rimanerci attaccati come un’ostrica allo scoglio.
Cosa pensa del mercato italiano e qual è il suo posizionamento sul paese?
La società che preferisco in Italia non è più sul mercato: si tratta di Luxottica. Credo molto nella fusione tra la società italiana e la francese Essilor, sarà una grande operazione nella quale investirò sicuramente. Sono sempre un po’ sottopeso sull’Italia, in particolare per la forte incidenza del settore bancario, settore in cui non trovo le tre caratteristiche alla base della mia strategia. Quindi molte delle società a Piazza Affari non fanno per me. Oppure quelle che fanno per me non sono quotate.
Qual è il suo sogno come gestore azionario globale?
Il mio grafico preferito è quello che mostra il prezzo dell’azione Coca Cola dall’inizio del secolo a oggi. Costantemente in salita, e statisticamente non c’è mai stato un momento cattivo per comprarla, e a venderla si sarebbe sempre commesso un errore. Il mio sogno è trovare la Coca Cola del XXI secolo. Un paio di nomi così in portafoglio ed è fatta!
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